L’universalismo materiale: oltre l’opposizione tra diritti civili e diritti sociali

La lotta politica ha conosciuto negli ultimi anni un confitto tra le istanze dei cosiddetti “diritti sociali” e dei “diritti civili”. Si tratta di modi diversi in cui la politica immagina di dover difendere o arricchire la vita degli individui e della società nel suo complesso.

L’opposizione tra diritti civili e diritti sociali

Da un lato, il valore della sicurezza che dovrebbe accompagnare la vita nella sua totalità, da conseguirsi soprattutto nella sfera economica, legata quindi al piano dei rapporti produttivi. Dall’altro, valori che concernono più le scelte di vita, a partire dalla sua nuda forma biologica (la nascita, la morte, il sesso) fino all’esercizio delle libertà pubbliche e gli stili di comportamento.

In forma storica queste costellazioni di valori si sono orientate nelle due opposte tendenze del socialismo e del liberalismo trovando una possibile ma problematica coesistenza nella lunga stagione delle socialdemocrazie postbelliche. Ancora oggi i posizionamenti politici riguardo a tali questioni vanno nel senso del prediligere gli uni rispetto agli altri, oppure nel sottolineare la loro necessaria sintesi. In un modo o nell’altro si tratta di posizioni deficitarie e manchevoli.

È sintomatico, ad es., che le posizioni rigidamente socialiste, ovvero quelle che sostengono con forza la precedenza dei diritti sociali su quelli civili venga oggi rappresentata soprattutto da movimenti ambigui, in cui la matrice socialista/comunista si è sempre più avvicinata a posizioni sovraniste, se non apertamente nazionaliste e patriottiche, sfiorando un culto spesso rozzo e autocompiaciuto per le “sane” tradizioni patriarcali.

Si tratta di ciò che viene confusamente definito nel linguaggio militante e social “rossobrunismo”, cioè la convergenza oggettiva tra posizioni di sinistra e di destra accompagnate dalla tesi del “superamento” o della “irrilevanza” di tale distinzione.

Solitamente questa posizione attribuisce alla sinistra liberale (la sinistra “arcobaleno”) una predilezione per i diritti civili a scapito dei diritti sociali. Questa accusa affonda le proprie radici in una diagnosi storicamente fondata che però viene assolutizzata in modo astratto e finisce per produrre distorsioni inaccettabili nel giudizio politico.

È infatti vero che dopo il crollo del muro di Berlino e il riposizionamento delle sinistre nel mondo in senso liberale/liberista, l’ipotesi della “terza via” clintoniana e blairiana abbia praticato questo tipo di gioco al ribasso dei diritti dei lavoratori ridefinendo sempre più la propria posizione “di sinistra” come esclusiva difesa delle libertà civili.

Ma è anche vero che la destra, soprattutto la nuova destra sovranista e populista, usa strumentalmente questo argomento per spostare sempre più in senso reazionario l’asse dell’opinione pubblica con un effetto complessivo che non produce alcuna “rottura” rispetto all’ordine neoliberista e contribuisce anzi al peggioramento progressivo della condizione delle classi subalterne.

Al contrario, sono questi stessi gruppi di sinistra ad aver ormai interiorizzato il linguaggio e gli atteggiamenti violenti e irrazionali della destra più becera, finendo per sposarne lo schema astorico e vuoto della contrapposizione tra élite e popolo, o le chiacchiere scomposte contro il “politically correct”.

Purtroppo anche le posizioni opposte, quelle che predicano la necessità di portare avanti insieme diritti civili e diritti sociali finiscono per essere astratte e velleitarie. La sinistra, soprattutto quella radicale, identifica il punto di rottura rispetto alla presente egemonia del neoliberismo in questa presunta “sintesi”.

Ma come l’esperienza fallimentare delle socialdemocrazie dovrebbe ammonire si tratta di un progetto problematico che forse mostra una insufficienza di elaborazione teorica.

Bisognerebbe infatti riflettere anzitutto sul fatto che i diritti sociali non sono “diritti” nello stesso senso tecnico dei diritti civili. E che, alla fine, forse non sono affatto “diritti”. Ciò determina un rapporto speculare tra diritti sociali e diritti civili per quanto concerne la loro realizzabilità e i limiti che essi incontrano nei rispettivi tentativi di diventare “reali”.

I diritti sociali non possono essere formalizzati in modo adeguato finché persiste il conflitto di classe che ne impedisce la realizzazione completa: da ciò deriva il fatto che anche quando si affermano a livello legale essi sono soggetti alle controspinte della lotta economica e possono quindi venire ridotti e perfino negati nella prassi sociale effettiva.

Qui il diritto, che non presiede a, né garantisce affatto la loro realizzazione si configura invece come potente ed efficace strumento della loro limitazione e cancellazione.

Viceversa, i diritti civili – che formalmente raramente vengono negati come tali (perché ciò implicherebbe una soppressione dell’impalcatura dello stato liberale che solo in casi per ora isolati viene effettivamente perseguita) – possono essere resi “inefficaci” o contraddetti nella loro applicazione reale: come avviene in Italia, ad es., con la legge 104.

Ora, quando la critica socialista o sovranista si impunta sulla funzione antipopolare delle politiche per i diritti civili non visualizza che i diritti civili perpetuano sì il modus operandi della società liberale ma per la loro forma non per il contenuto: non sono le tematiche lgbtq, il femminismo, l’anti-abilismo ecc. a fare problema ma il fatto che la lotta qui venga spostata a livello giuridico (e, conseguentemente, interpretata come mera realizzazione di un’istanza morale).

Le norme sono importanti (in senso tattico e strategico) per le comunità o le istanze dell’opinione pubblica che vi si riconoscono ma se il diritto non colpisce le strutture della vita collettiva non può modificare le cause del malessere.

Tale malessere ha sempre a che fare con la percezione di una limitazione irrazionale alla propria libertà o, meglio, alla propria esperienza di vita, alle potenzialità di cui ci si sente titolari. Libertà è toglimento non del limite ma della sua irrazionalità, del non-senso che esso introduce nella nostra esistenza individuale e collettiva. Dunque la sua irrazionalità va sempre giudicata rispetto alle possibilità reali che l’esistenza collettiva rende disponibili all’individuo.

Il malessere è la mancanza di auto-determinazione percepita dall’individuo in un dato contesto storico-sociale. Ma questa mancanza è in rapporto con la possibilità di auto-determinazione della società nel suo complesso: quest’ultima determina lo spazio possibile in cui si muove la prima.

Ogni scelta, perfino rispetto a sé stessi, è limitata in anticipo dalla vita collettiva, viene costretta entro limiti che irrazionalmente la vincolano ad essere meno di ciò che potrebbe essere. L’irrazionalità che opprime la possibilità di scelta e autodeterminazione dell’individuo è funzione dei vincoli impressi alla razionalità sociale nella sua totalità.

Nel “socialismo reale” le contraddizioni della sfera giuridica – e la sostanziale irrilevanza di quest’ultima – erano a loro volta dovute alla mancanza di democrazia reale, cioè materiale. Perché non basta che le relazioni produttive siano sottratte all’egemonia della borghesia perché entrino ipso facto nella disponibilità della classe lavoratrice.

La mediazione surrogatoria esercitata al partito svolgeva una funzione distorsiva sia sugli obiettivi della sfera produttiva (che risultavano essere eteronomi rispetto ai bisogni e le aspirazioni della classe lavoratrice) sia rispetto alla forma e alla gestione della sfera giuridica.

Erich Honecker: 'Un altro socialismo era possibile'

Ecco dunque che le contraddizioni che i diritti civili così introducono nel sentire e nella prassi collettiva sono un bene ma solo se il movimento di trasformazione sociale colpisce parallelamente la sfera delle relazioni produttive: e questo è l’unico senso che si può dare all’espressione: “diritti civili e diritti sociali devono andare insieme”, perché in questo modo viene preservato tanto il loro parallelismo quanto la loro radicale differenza. Se, viceversa, la democratizzazione delle relazioni produttive viene inibito o impedito crescerà la resistenza reazionaria e fascista senza che sia possibile organizzare il fronte sociale alternativo all’ordine liberista dominante.

La tesi secondo cui la classe lavoratrice (o, peggio, il “popolo”, la “gente”) non capisca le tematiche relative ai diritti civili è insufficiente e mistificante. Si muove su un piano ateoretico ed empirico, legato a suggestioni impressionistiche: non esiste un soggetto sociale strutturalmente legato a quella doxa reazionaria.

Anche ammesso, e non concesso, che un sondaggio potesse “provare” l’allergia di gran parte della popolazione per l’allargamento dei diritti civili, questo non dimostrerebbe l’esistenza di quel soggetto ma anzi ne fisserebbe, reificandola, l’esistenza alle attuali condizioni produttive. Mentre l’ipotesi da cui muoviamo è che quello stesso soggetto potrebbe costituirsi solo nel processo di trasformazione delle relazioni produttive: la democrazia materiale diventa qui il presupposto teorico e pratico della piena realizzazione della democrazia formale.

L’universalismo ideale e astratto della democrazia formalmente intesa può trovare una piena realizzazione solo nell’universalismo materiale di un modo di produzione in cui il libero sviluppo di tutti è il presupposto del libero sviluppo di ciascuno.

L’auto-organizzazione della vita collettiva potrà realizzarsi solo se il suo centro (l’autos) e la sua periferia, i suoi limiti (la totalità) si trovano in accordo. Ovvero se la sfera produttiva restituita a sé stessa permette il massimo sviluppo possibile delle potenzialità individuali e sociali. Questo è il contenuto della vita economica (il cambiamento della forma di produzione) che può poi assumere le forme libere di uno sviluppo concertato e oggettivo, democratico e scientifico, in cui l’apparente contraddizione tra questi due momenti è definitivamente tolta.

Che la vita individuale venga vissuta in forma particolare e particolaristica (come individui o come gruppi, non importa se maggioritari o marginali) è il segno di una mancata emancipazione collettiva, della mancanza di una sfera di universalismo materiale che attraversi e trasformi dall’interno quell’esperienza limitata e parziale elevandola al livello di una condivisione effettiva.

L’assenza o la limitazione di questo momento di rivoluzionamento dei rapporti di classe obbliga chiunque persegua una politica progressista a ricorrere agli strumenti legali e formali del diritto liberale. Che il socialismo, basandosi sull’idea di una partecipazione alla lotta politica egualitaria e non-discriminatoria, debba ricorrere al proprio interno alle pratiche e alle teorie liberali per potersi costituire come soggetto democratico è indice della sua debolezza reale.

Tanto più il socialismo diventa una forza reale tanto meno esso necessita di quel ricorso al formalismo tecnico-giuridico, a quella traduzione dei rapporti reali in rapporti mediati dal diritto come sovrastruttura o strumento ortopedico delle relazioni sociali.

Questo non significa che nel socialismo realizzato il diritto potrà essere “abolito” in quanto espressione universalizzante e astratta di quei rapporti o che la forma della convivenza possa sgorgare spontaneamente dalla società (come ancora pensato rozzamente dai primitivismi e immediatismi anarchici).

Significa però che la forma attuale degli ordinamenti giuridici non vive solo la contraddizione inevitabile tra il divenire sociale e l’esigenza sistematrice e statica della razionalizzazione giuridica, ma anche quella non necessaria ed evitabile tra quel processo di universalizzazione e le distorsioni ad esso imposte dagli interessi particolari delle classi dominanti. Non la mediazione giuridica va eliminata ma l’effetto distorsivo degli interessi immediati che le relazioni produttive esercitano su quel processo di mediazione.

Ciò che corrisponde oggi ai “diritti civili”, ovvero la piena disponibilità della propria esistenza può trovare una affermazione solo in un’organizzazione non subalterna e razionale della vita collettiva.

Questo non significa che la loro difesa debba essere posposta al conseguimento di una tale organizzazione nella sfera produttiva: significa però che la loro difesa già qui e ora chiarisce e amplia le proprie possibilità oggettive mano a mano che quella sfera entra sotto il controllo dei produttori.

E così, mentre realizziamo la democrazia materiale essa si sostituisce alla democrazia formale, rendendone non solo obsoleta l’attuale configurazione tecnico-giuridica ma anche smascherandone e cancellandone le storture dovute agli interessi irrazionali e parziali che la irretiscono.

Eliminare l’ambiguità che si lega all’espressione “diritti sociali” è quindi essenziale perché si eviti ogni confusione tra la dimensione giuridica e quella materiale: la forma in cui si esprimono i diritti civili diventa quindi tanto più pura e formale mano a mano che scompare la forma provvisoria e inadeguata dei diritti sociali, mano a mano, cioè, che questi ultimi si innervano nella struttura materiale della società e qui si universalizzano.

E, dunque, non è solo in senso tattico, strumentale, perché ora è inevitabile e necessario evitare ogni discriminazione che il socialismo deve fare spazio al proprio interno ad ogni forma di soggettività subalterna: ma anche perché veri “diritti civili” possono esserci, strategicamente, solo in un ordine sociale egualitario e solidale.

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Marco Maurizi
Marco Maurizi
Filosofo e musicista. Si occupa di teoria critica della società e del pensiero dialettico. È autore, tra gli altri, di Quanto lucente la tua inesistenza. L'Ottobre, il '68 e il socialismo che viene, (Jaca Book 2018), La vendetta di Dioniso: la musica contemporanea da Schönberg ai Nirvana (Jaca Book 2018), Al di là della natura. Il capitale, gli animali e la libertà (Novalogos 2011).

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