Made in Italy, poche idee e confuse: il liceo dell’italianità ma col nome in inglese

Il ddl numero 497 depositato in Senato: il Governo Meloni lancia il liceo del Made in Italy: sì economia, no greco e latino, spazio a l’insegnamento di enogastronomia, moda e arte. Ma il cortocircuito è già nella scelta del nome assegnato.

Made in Italy?

Di Eduardo Zarelli*

Basterebbe partire dalla locuzione inglese per intendere la eterogenesi dei fini della proposta di un nuovo indirizzo liceale.

L’apologo di un promozionale utilitaristico in nome di una subalternità cosmopolita e del suo egemone Occidentale: la società dei consumi. L’esatto opposto del senso e significato culturale e concreto di una identità: la nostra, come quelle altrui, in un mondo realmente plurale, cioè non costretto alla uniformità del mercato.

Si badi bene che un indirizzo di studi qualificato, che valorizzi la poiesi della prassi e dell’artigianale nel senso di appartenenza e consapevolezza naturale e culturale, cioè di cosa va coltivato per proporzione, qualità e limite, invece che sfruttato per quantità, avidità e incondizionato, sarebbe sicuramente aderente alla appartenenza comunitaria, ma vai poi a vedere il piano di studi di tale offerta formativa e ci si capacita del titolo confacente al dettato nichilistico di quell’abito tecnocratico e anglosassone che plasma un bisogno di efficienza globale in perfetta contraddizione con il radicamento territoriale e culturale di ogni Popolo e della sua originalità e creatività.

C’è un analfabetismo dell’anima che nessun diploma potrà mai curare.

* Ripreso da Eduardo Zarelli

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