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La frase pronunciata dalla Gruber a Travaglio, «Le mie non sono opinioni» rivela l’arroganza di un giornalismo autoritario che si crede depositario della verità. Un potere mediatico disumanizzato che disprezza il confronto e si pone come voce ufficiale del comando.
Il dogma travestito da giornalismo
“Le mie non sono opinioni“. Così si è espressa la sacerdotessa dell’ortodossia liberal/progressista Lilli Gruber, messa alle strette dall’incalzare vertiginoso di una visione della realtà non ciclostilata dai mansionari di Bruxelles.
Ma questo è esattamente ciò che si pensa in queste combriccole di sociopatici che propugnano sudore e lacrime per il popolo in nome della virtù di bilancio o di una guerra giusta.
Le possiamo trovare tra i corridoi delle redazioni dei giornali o delle televisioni, nell’associazionismo dedito all’imperialismo umanitarista o negli apparati tecno/manageriali degli enti sovranazionali.
Massimo Giannini, la Gruber e la Kallas sostanzialmente sono la stessa persona. Individui ormai disumanizzati, svuotati di senso, che concepiscono il dibattito delle idee solo in funzione dell’audience, o per fregiarsi di uno spirito democratico da esportare con ferocia. In realtà disprezzano qualsiasi contrapposizione al loro ruolo salvifico di divulgazione solenne delle Verità.
“Le mie non sono opinioni” rappresenta la frase tipica di un medio funzionario del ventennio fascista, sollecitato dal bisogno di essere riconosciuto come la piccola autorità al servizio del comando più alto in grado. Sempre orgoglioso della propria capacità di intuire la volontà del potere e decodificarla in pubblico.
Questo è il professionismo giornalistico che pontifica incessantemente di meritocrazia e di attendibilità delle fonti. Neanche fosse la parola di Dio.

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