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L’ipocrisia del liberismo contemporaneo è fuori scala: esalta l’aggressività individuale e la retorica bellica ma condanna la violenza politica, ignorando sfruttamento, morti sul lavoro e manipolazioni mediatiche. Una retorica che arma la società mentre pretende purezza morale.
Politica, giornalismo e violenza
La violenza è un linguaggio che appartiene alla sfera della politica? Questa domanda rasenta l’indicibile nella nostra levigata società della prestazione e della promozione di sé. In realtà, l’agire con violenza, senza scrupoli, mai come in questa era è equiparato a un percorso logico virtuoso. L’essere umano deve emanciparsi a tutti i costi lottando contro tutti gli altri, sia nella veste di imprenditore di sé, sia nella veste di consumatore.
L’argomentazione violenta, la sopraffazione fisica, il cinismo comportamentale sono diventati modelli di trasparenza, di autenticità sostanziale della personalità che non ha retropensieri, che moralizza l’egoismo in nome della perseveranza, della coerenza e della schiettezza virtuosa.
L’esaltazione della forma fisica, pompata da agguerrite arti marziali, deturpata da tatuaggi che camuffano una sorta di armatura immateriale; la celebrazione dell’onore dato dal rispetto di una mentalità cameratesca, clanistica, sono chiari sintomi di una società dove impera un individualismo aggressivo, ormai pronto alla prossima guerra.
Questa retorica però si infrange per spegnersi nel momento in cui si accenna alla violenza quale grammatica del discorso politico. Solo in quel contesto il liberaldemocratico tipico, lo stesso individuo che venera da mesi le trincee europee contro la Russia, si immedesima in una candida colomba.
Non si vuole di certo giudicare se l’azione aggressiva contro un quotidiano sia davvero efficace nel nostro contesto storico. Si vuole sottolineare il blocco granitico del totalitarismo liberale nel condannare aprioristicamente la violenza politica. Quello stesso mondo non considera, per esempio, 784 morti sul lavoro come espressione della stessa violenza politica. Questo perché, secondo la manualistica del fanatismo liberale, l’oppressione di classe non è un argomento politico.
Esiste il diritto a fare impresa, esiste una giustizia di mercato che protegge il capitalista o l’investitore. Ed esistono libere scelte, come quella del lavoratore di accettare certe condizioni di rischio. Le morti sul lavoro sono 784 morti bianche, come fossero anch’esse colombe.
Ma in più il liberale postmoderno non sa contemplare un dato di realtà. Trasformare le redazioni dei giornali in avamposti di accecata militanza, nei quali si contravviene ai più elementari doveri di cronaca, millantando una verità professionale del tutto scollegata dalla constatazione dei fatti non può che provocare conseguenze.
Ormai i giornali, stampati in carta carbone l’uno con l’altro, non pensano più all’informazione ma dettano la propaganda, vorrebbero indirizzare il consenso o determinare il buon senso comune. E non esercitano questa volontà di potenza con raffinati o astuti espedienti narrativi, con signorili trucchi letterari.
Alla stregua di miopi questurini, lanciano strali di condanna per chiunque non si adegui alla volontà del potere, redigono liste di proscrizione per i reietti, indicano con precisione le regole del “saper essere” per ottenere la piena cittadinanza.
Si espongono ai contraccolpi disposti dalla politica attiva nel momento in cui dettano la linea al posto dei segretari di partito e compongono manifesti programmatici imponendo una didascalia paternalista del presente.
La militanza capitalista, secondo i prontuari dettati dalla dottrina neoliberale, prevede l’occupazione sistematica di ogni mezzo di comunicazione rilevante e la direzione degli organi di controllo che dovranno stabilire, a seconda dei casi, qual è la comunicazione professionale.
In assenza di movimenti e di partiti di massa che propongono collettivamente una realtà alternativa, questo compito è lasciato sulle spalle di raggruppamenti avanguardistici più vulnerabili, che facilmente potranno essere oggetto di discredito da parte di tutto il sistema perché non ritenuti credibili.
Il segreto è non concedere, a chi non si allinea, spazi di visibilità amministrati con onestà intellettuale. Come abbiamo visto negli ultimi anni, il pensiero critico potrà anche apparire in pubblico ma solo seguendo sceneggiature consolidate: o quale elemento folkloristico da ridicolizzare in diretta o nella modalità teppistica dell’agguato di gruppo.
Questa è violenza giornalistica che impone alla collettività un determinato linguaggio di esasperazione dialettica. Alla quale qualcuno inevitabilmente risponde.

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