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giovedì, Agosto 11, 2022

La scuola della crisi. Lavoro docente ed emancipazione sociale: non è una missione

La crisi della scuola fa tutt’uno con la crisi generale in cui siamo sprofondati. Ma la scuola deve tornare a pensare la crisi come un momento costitutivo della società nel suo complesso.

La scuola della crisi

Ogni docente riconosce prima o poi il pericolo di intendere il proprio lavoro come una “missione”, l’idea cioè che qualsiasi sacrificio personale possa essere giustificato da un fine più alto e nobile.

Di fronte a questo, l’idea che il lavoro docente sia anzitutto “lavoro” è un punto che deve essere ribadito con forza. E, tuttavia, di che tipo di lavoro si tratta? Quale ne è la forma, lo scopo, l’essenza?

Sono domande cui non è facile dare una risposta ma che non possono non essere poste. Strano a dirsi, sono anche quelle regolarmente eluse dalla riflessione sulla scuola, in primis da quella psico-pedagogica che da sempre si affanna a trovare “soluzioni”, regolarmente fallimentari, ai problemi posti dalla perdurante crisi dell’istituzione scolastica.

Certo, il docente, in quanto lavoratore sa che ci sono aspetti del suo lavoro che non differiscono essenzialmente da quelli di altri lavoratori e che vengono regolarmente affrontati in sede sindacale: riguardano il potere di acquisto del salario, le condizioni di sicurezza, l’orario di lavoro ecc.

Ma a fronte di questa “protezione” che, nonostante ogni evidente arretramento dovuto ai mutati rapporti di forza degli ultimi decenni, ancora riesce ad arginare a livello giuridico mutamenti peggiorativi sostanziali del lavoro docente, non è possibile sfuggire alla sensazione che tali mutamenti siano comunque intercorsi e siano arrivati da un’altra direzione.

Se, ad es., i docenti possono dire che la quantità di tempo che corrisponde al salario erogato non è sostanzialmente mutata, il decisivo peggioramento che percepiscono sulla propria pelle ha a che fare anzitutto con la qualità di quel tempo. I docenti sentono di lavorare di più e peggio anche se i loro contratti non hanno subito peggioramenti dal punto di vista giuridico. Perché? E come è stato possibile?

Il lavoro improduttivo-critico

Occorre anzitutto riflettere che il lavoro docente non è certo una “missione” ma non è neanche un lavoro come gli altri. Ha una sua specificità che gli deriva dalla sua natura di lavoro essenzialmente intellettuale, nonché dal costituire una parte rilevante in termini quantitativi e qualitativi della funzione pubblica.

L’insegnante non è un lavoratore subordinato qualsiasi, non è un libero professionista ma non è neanche un mero funzionario pubblico esecutore di compiti fissati dall’alto: in una linea ideale che lo congiunge alla figura del ricercatore universitario e dell’intellettuale, il docente rappresenta una figura sfuggente in cui convergono tendenze contraddittorie della società contemporanea. Esso rappresenta, proprio perciò, il luogo esemplare di un persistente scontro politico.

La risposta alla domanda “che cos’è il lavoro docente?”, dunque, è anzitutto una risposta politica poiché coinvolge inevitabilmente non solo il senso e la funzione della scuola nella società ma l’idea stessa di società in cui la scuola dovrebbe operare. Proprio su questa natura del tutto peculiare del lavoro docente si innestano tanto le sue potenzialità critiche, quanto la necessità di un attacco, perseguito da decenni, alla sua autonomia.

Da un lato, va infatti marxianamente ribadito che il lavoro docente è una delle forme del lavoro improduttivo poiché esso non produce né valore, né profitto, anzi è uno dei modi in cui il valore prodotto nella sfera materiale viene reinvestito a livello sociale complessivo. Le forme e la ricaduta di questo investimento di ricchezza dipendono appunto dai rapporti di forza politici nella società.

Negli anni ‘60-’70, in una stagione di conflitto e avanzamento sociale delle classi subalterne, è stato possibile incentivare attraverso l’ampliamento dell’istruzione pubblica e un ruolo forte della scuola e del corpo docente in generale, il protagonismo di quelle classi: la scuola di massa “democratica” significava al tempo stesso diffusione del sapere e della cultura, aumento della mobilità sociale e del potenziale critico-conflittuale di quelle stesse masse.

Dall’altro, e di conseguenza, la natura improduttiva del lavoro intellettuale in generale significa non solo che ad esso non sono demandati compiti pratici immediati che attengono alla sfera della produzione materiale ma che esso ha come oggetto inevitabilmente anche la riflessione critica sul proprio ruolo e sui suoi rapporti con quella stessa sfera produttiva.

In altri termini, al docente, non meno che al ricercatore universitario e all’intellettuale, non solo non si può chiedere di “fare” – la genesi e la trasmissione del sapere non possono mai rientrare in un mero schema produttivo ma richiedono qualcosa che si muove nell’ordine della libertà e creatività – ma è soprattutto richiesta coscienza del senso e del fine del “fare” in generale.

Alla ricerca di un senso

Quando i docenti lamentano l’ansia di “innovazione” ministeriale condita da ciarpame didattichese, quando avvertono e denunciano che ciò che viene loro richiesto non ha senso, occorrerebbe perciò ascoltarli attentamente invece di accusarli con vuota supponenza di “passatismo” e di inerzia, perché vuol dire che qualcosa di molto problematico sta avvenendo nella scuola e nei rapporti tra questa e la società.

Il problema è che l’attacco all’autonomia del lavoro docente inizia di pari passo con il declino di quella conflittualità sociale che ne aveva invece accompagnato l’ascesa. Perché se l’ideale di una scuola democratica di massa doveva necessariamente ridimensionare gli aspetti autoritari e repressivi che tradizionalmente si accompagnano alla figura del docente, dall’altro lato, il docente rimaneva parte essenziale di quel progetto di democratizzazione integrale che riguardava, occorre ribadirlo, al tempo stesso la scuola e la società.

La produzione normativa e il ruolo del Ministero venivano così a loro volta investiti di quella carica eversiva rispetto al potere disponente del capitale e alle sue finalità eteronome. Se oggi invece i docenti sentono che in nome di una scuola più “giusta”, “inclusiva”, “creativa” e via cianciando il loro lavoro viene reso sempre più assurdo e difficile, se si sentono sempre più espropriati di quella libertà e autonomia da un Ministero e da norme iper-burocratiche, senza che il livello di “democrazia” aumenti di un grammo né nella scuola, né nella società, ciò avviene perché l’attuale fase politica si muove in senso contrario alla fase precedente.

L’efficienza vuota

Dopo l’89, il crollo di una prospettiva alternativa al capitalismo, la fine del socialismo come orizzonte di una forma di vita collettiva organizzata su basi diverse, ha decretato un’inversione di tendenza nelle politiche scolastiche e del lavoro che non ha avuto ancora fine e che si situa al di là dell’opposizione tra destra e sinistra: come se si trattasse di processi globali che possono essere gestiti in modo hard (destra) o soft (sinistra) ma non arrestabili in linea di principio.

Praticamente tutte le riforme scolastiche introdotte negli scorsi decenni si sono mosse su due linee parallele convergenti: una, quella classica neoliberista, di privatizzazione dell’istituzione scolastica e del suo allineamento ad obiettivi formativi che siano diretta espressione dei bisogni delle aziende sul mercato del lavoro (da cui anche l’ingresso delle aziende nei percorsi didattici: PCTO ecc.); l’altra, spesso portata avanti più dalla sinistra, segue invece la linea di una malintesa “efficientizzazione” del lavoro docente e della scuola nel suo complesso (dall’autonomia scolastica, al carrozzone INVALSI e tutta l’ideologia didattica che pretende regolare e formalizzare i percorsi disciplinari più disparati). Come ha ben spiegato Michele Dal Lago, l’impossibilità di accordare il settore pubblico ai principi neoliberisti che dominano nel settore privato ha comportato una strategia obliqua che prova in forma indiretta a rendere sempre più dipendente e sottoposto a verifiche di tipo aziendale il lavoro docente.

Poiché però, in mancanza di una riflessione seria sul ruolo della scuola nella società, non esiste alcun criterio oggettivo e immanente attraverso cui si possa realmente misurare l’efficienza di questo lavoro intellettuale sui generis, ci troviamo costantemente gettati nell’assurda babele giuridica di “innovazioni” didattiche e criteri di “valutazione” ministeriali. Tutto ciò va ad incidere su quella qualità del tempo di lavoro di cui abbiamo già detto e che si ripercuote nella percezione di mancanza di senso che accompagna i docenti e, inevitabilmente, gli studenti coinvolti loro malgrado in questi processi adattativi disfunzionali.

La mancanza di senso nel lavoro in classe è il microcosmo in cui si rispecchia una mancanza di senso più generale che concerne i processi produttivi della società attuale e il ruolo che la scuola dovrebbe svolgere in essi.

Quando i docenti lamentano l’iper-burocratizzazione e la perdita progressiva di autonomia nel loro lavoro stanno semplicemente denunciando il declino di ogni aspirazione emancipativa nelle politiche scolastiche e, di rimando, della società nel suo complesso.

Anche in questo caso i bonzi ministeriali e i loro scribacchini psico-didattici dovrebbero smetterla di guardarli dall’alto in basso e stare una buona volta in silenzio ad ascoltare la richiesta di senso che sale dalle aule di cui tanto più si riempiono la bocca quanto meno intendono passarvi il proprio tempo. A nulla serve escogitare surrogati a quei progetti emancipativi (come l’educazione alla “cittadinanza”) che finiscono per pompare “valori” esangui e astratti dentro una macchina che gira ormai a vuoto.

Sottratta all’impeto del conflitto sociale, la macchina burocratico-umanitaria in cui si è trasformata la pedagogia “progressista” è solo l’altra faccia delle politiche privatistiche che intendono smantellare l’istruzione pubblica riducendone i costi di gestione, finalizzando l’istruzione al mercato del lavoro e cancellando quelle possibilità di mobilità sociale che restituivano alle classi subalterne minimi spazi di libertà all’interno del sistema produttivo vigente.

Riforma della scuola e uscita dalla crisi

Riformare la scuola oggi significa sottrarsi tanto alle ricette neoliberiste, quanto alle illusioni della pedagogia sedicente “progressista”. Entrambe si rifiutano di vedere nella scuola il luogo di tensioni ineliminabili che affondano le proprie radici nella contraddizione capitale/lavoro. La scuola che “resiste” alle loro ricette non lo fa per pigrizia e abitudine ma perché non può fare a meno di pensarsi dentro quelle tensioni irrisolte: l’esperienza del docente ne è il precipitato inevitabile, a prescindere dal livello di consapevolezza con cui egli poi pensi se stesso e il proprio lavoro.

Solo riflettendo sulla scuola a partire da questa esigenza di senso, professionale e politica, potremmo sperare di arginare i processi che intendono espropriarla da ogni lato della libertà e autonomia di tutte le sue componenti. Ma è un compito per cui non bastano le belle intenzioni individuali, né, tantomeno, i progetti prefabbricati degli umanitari riformatori del Ministero. L’assioma di ogni riforma della scuola dovrebbe piuttosto tornare ad essere: senza conflitto sociale non c’è critica; senza critica non c’è conflitto sociale.

L’uscita dalla crisi della scuola fa cioè tutt’uno con l’uscita della società dalla crisi generale in cui siamo sprofondati. Se non vuole essere travolta da quest’ultima la scuola deve tornare a porsi il compito di pensarla e deve fare in modo che il pensiero della crisi non costituisca un momento inessenziale ed accessorio del proprio essere, bensì un suo compito costitutivo cui è legato il destino non solo di docenti e studenti ma della società nel suo complesso.

I nemici della scuola pubblica sono maschere degli stessi interessi che ci hanno condotto alla crisi. E’ tempo che la crisi permanente diventi la nostra scuola e che la scuola si riscopra fattore permanente della loro crisi.

(ringrazio Michele dal Lago per aver discusso con me gli argomenti di questo articolo)

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Marco Maurizi
Marco Maurizi
Filosofo e musicista. Si occupa di teoria critica della società e del pensiero dialettico. È autore, tra gli altri, di Quanto lucente la tua inesistenza. L'Ottobre, il '68 e il socialismo che viene, (Jaca Book 2018), La vendetta di Dioniso: la musica contemporanea da Schönberg ai Nirvana (Jaca Book 2018), Al di là della natura. Il capitale, gli animali e la libertà (Novalogos 2011).

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