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La questione palestinese, in Italia, rivela un’eredità coloniale che ancora modella lo sguardo. Non è tema esterno, ma crepa percettiva: smaschera abitudini, automatismi e limiti della sinistra, trasformando il modo stesso di vedere il mondo.
La crepa palestinese
Ci sono momenti in cui la storia non segue il passo lineare che le attribuiamo, ma si muove come una forza sotterranea che scava senza chiedere spazio, avanzando con la pazienza di ciò che non attende riconoscimento.
In quei momenti, ciò che chiamiamo ordine non appare più come un insieme di poteri contrapposti, ma come un campo di consuetudini, intuizioni immediate, inclinazioni dello sguardo, piccole cadenze del vivere che, improvvisamente, sembrano risuonare in modo diverso, come se stessero preparando il cedimento di una forma senza averne ancora consapevolezza.
Dentro questo campo vibra la questione palestinese in Italia. Non emerge come un problema esterno né come un tema da decifrare, ma come una linea di instabilità che attraversa il modo stesso in cui percepiamo il reale. La Palestina non si presenta come un oggetto dello sguardo: è la traccia attraverso cui lo sguardo mostra le strutture che lo sostengono. Ciò che torna non è un potere del passato, ma la grammatica che quel potere ha lasciato nel modo in cui ordiniamo il mondo.
Un dominio non ha bisogno di dichiararsi per continuare a operare. Gli basta aver insegnato a riconoscere, a interpretare, a considerare naturale ciò che nasce da una lunga sedimentazione di gesti, silenzi, aspettative. Così l’Italia, che raramente ha affrontato la propria storia coloniale, continua a muoversi in un paesaggio simbolico modellato da quella stessa eredità, come se le forme della percezione fossero state scolpite dall’esperienza di ieri e fossero ora riattivate nel presente senza bisogno di memoria. Qui il colonialismo non appare come ricordo o come colpa, ma come condizione preliminare dello sguardo.
Il colonialismo non si afferma attraverso la contrapposizione tra gruppi umani, ma attraverso la gestione del percepibile. Unisce discorsi, immagini, automatismi, criteri di evidenza in un dispositivo che determina chi può apparire come pienamente interpretabile e chi viene recepito in un regime di parzialità, come se il suo modo di essere nel mondo dovesse continuamente attraversare una soglia prima ancora di potersi dire.
Alcune presenze sembrano muoversi con naturalezza dentro la cornice del senso, altre vi entrano con un’eco già assegnata. Non occorrono ostilità manifeste: basta la forza della consuetudine, la spontaneità di un ascolto che opera come una mappa già tracciata. In questo regime, la voce non incontra un interlocutore, ma una struttura percettiva che la dispone, la attutisce, la illumina o la attenua secondo criteri che nessuno percepisce come criteri.
Quando una presenza palestinese prende parola in Italia, si misura con questo deposito stratificato di percezioni. Il corpo non precede l’interpretazione: vi entra come se emergesse da un archivio già scritto. Ciò che viene detto si appoggia su ciò che è stato attribuito alla pelle, al gesto, all’accento, allo stesso modo in cui il passato continua a farsi presente nell’istante in cui qualcosa appare.
L’umanitarismo raffina questo meccanismo, non per negare un’umanità, ma per modularla. Trasforma l’attenzione in una superficie emotiva che accoglie, protegge, commuove, e nel farlo delimita. La compassione trattiene l’esistenza entro un registro in cui il dolore è accolto e la potenza ridimensionata, come se la vicinanza emotiva saturasse lo spazio che la politica dovrebbe aprire.
In questo assorbimento, la voce si ritrova sospesa in una rappresentazione che la custodisce ma non le permette di orientarsi. L’affetto non cancella, ma anestetizza: trasforma la parola in un riverbero, e quel riverbero in un’immobilità che appare come riconoscimento ma opera come riduzione.
Questa atmosfera non riguarda solo chi ha subìto formalmente la colonizzazione: si espande come criterio diffuso del possibile. Non stabilisce due poli; struttura un intero modo di percepire. Qui il razzismo non interviene come classificazione, ma come modalità storica della sensibilità: un deposito che non viene consultato, ma agito. La pelle diventa così un luogo in cui la percezione si riconnette al proprio passato, non attraverso categorie, ma attraverso un’intensità di apparizione.
L’archivio coloniale non si presenta come memoria, ma come clima. Una temperatura che si attiva senza volere, che orienta senza contrapporre, che definisce l’immediatezza con cui una voce viene accolta o deviata. In questo spazio, una parola palestinese non emerge come inizio, ma come parte di un flusso interpretativo che la precede.
La traduzione che ne risulta non è scelta né rifiuto: è inerzia. Una trasformazione che converte l’esperienza in racconto, la strategia in commozione, la lucidità in materiale emotivo. La sensibilità formata dal colonialismo non respinge: modella. E in questa modellazione, ciò che arriva come progetto politico viene restituito come testimonianza, come se la razionalità appartenesse altrove e qui restasse solo un residuo affettivo da custodire.
La Palestina diventa così il luogo in cui la struttura rivela se stessa. Non come alterità, ma come punto di crisi dell’intero dispositivo percettivo. La memoria coloniale non ha bisogno di esplicitarsi; basta che continui a determinare ciò che appare possibile. Finché questo accade, ogni voce che porta nella carne la storia del mondo viene intercettata in uno schema che la riconosce come traccia, non come origine.
Non si tratta di una perdita, ma di una presa: una cattura impercettibile che si spezza solo quando la percezione viene sottratta alle forme con cui è stata educata.
Ciò che si manifesta non è semplicemente la Palestina, ma la Palestina attraversata dall’occhio che incontra e dalla storia che quell’occhio porta. Una sinistra che si immagina radicale finisce per inscriversi nel paesaggio percettivo che la precede: non per volontà, ma per la forma storica della coscienza che la abita.
In questa adesione inconsapevole, ciò che dovrebbe diventare ascolto si ricompone come interpretazione, ciò che dovrebbe farsi sostegno si riorganizza come gestione, ciò che sembra protezione assume la consistenza di una pratica che smorza la forza dell’altro dentro i limiti del proprio orizzonte.
La cornice che offre è pensata per il dolore, non per la decisione; per la testimonianza, non per la progettualità. E ciò che chiama solidarietà diventa spesso una sospensione: non una sottrazione di voce, ma una saturazione di ascolto che impedisce alla voce di diventare forza.
La cornice che viene mobilitata non nasce per accogliere decisioni, ma per incanalare il dolore entro forme già riconoscibili; non si orienta verso la costruzione di un progetto, ma verso la produzione di una testimonianza che rimane sospesa, come se l’ascolto potesse consumare la forza prima che questa trovi direzione. Ciò che viene chiamato solidarietà assume così la consistenza di un eccesso di attenzione che immobilizza più di quanto liberi, un campo sonoro che assorbe la voce invece di consentirle di farsi vettore.
La Palestina, dentro questo sistema percettivo, non apre fratture interne alla sinistra: apre un cedimento della sua struttura immaginativa. Non interroga il Medio Oriente, ma il punto da cui l’Europa aveva imparato a guardare, la posizione da cui aveva costruito la propria pretesa universalità, la stabilità con cui si era pensata misura del mondo. La vertigine non proviene dal conflitto, ma dalla perdita di centralità dello sguardo che lo osservava.
In questa apertura, ciò che si sgretola non è un ordine politico, ma il modo stesso di immaginare il mondo. La rivoluzione non nasce dalle contrapposizioni, ma dalle crepe che si allargano nella struttura della percezione. E la Palestina, in questo tempo, è una crepa che attraversa tutto: non separa: espone.
Ciò che si manifesta attraverso la Palestina è ciò che il mondo coloniale aveva relegato nella zona dell’indicibile: la capacità di immaginare altre forme di esistenza politica, altri modi di conoscere, altre geografie del pensiero. In questa emersione si rende visibile anche la fragilità di ciò che l’Europa aveva custodito come privilegio del proprio sguardo, e si illumina la persistenza di abitudini percettive che la sinistra non ha mai davvero dismesso, pur credendo di averle superate.
La Palestina non produce la frattura di un ordine, ma il cedimento della lente attraverso cui quell’ordine era stato percepito come naturale. È in questo cedimento che si apre il varco rivoluzionario: non un confronto tra poteri, ma una trasformazione dell’ambito stesso del possibile, una mutazione silenziosa che modifica la configurazione del reale prima ancora che vengano ridefiniti i rapporti di forza.

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