La narrazione storica tra eventi e processi: dal conflitto mondiale alla geopolitica contemporanea

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Eric Hobsbaum chiamò il ‘900 “secolo breve” perché in quel secolo si erano consumati gli eventi che avevano stravolto il mondo. La logica che si affermò è “domina o sei dominato”! Con la caduta del muro di Berlino si ipotizzò che questa logica potésse essere definitivamente abbandonata. Non è stato così.

La narrazione storica tra eventi e processi

La storia può essere raccontata sia come una successione di eventi sia come lo sviluppo di processi sociali, economici e politici.

La Prima Guerra Mondiale può essere narrata citando gli eventi che portarono al conflitto, dall’assassinio dell’Arciduca d’Austria a Sarajevo fino agli sviluppi del conflitto vero e proprio e alla sua conclusione con la sconfitta della “Triplice Alleanza”.

Ma può essere narrata anche come l’esito di un conflitto tra le forze di un capitalismo moderno, pragmatico e liberale (Inghilterra, Francia, America e una nazione desiderosa di emanciparsi come la Russia), e un capitalismo conservatore all’antico regime e dirigista (Germania, Austria-Ungheria, Italia).

Le forze liberali e “moderne” ebbero la meglio e con la nascita dell’Impero Sovietico, il mondo vide svilupparsi un nuovo processo in cui si confrontavano da un lato un capitalismo desideroso di espansione per risolvere le sue tendenze alle crisi di crescita, e dall’altro il mondo del lavoro che aspirava a liberarsi dall’oppressione e dallo sfruttamento.

Questa dinamica fu caratterizzata da tre fatti decisivi: l’affermarsi degli Stati Uniti come soggetto dominante nel mondo occidentale e capitalista, la crescita di un ceto sociale insoddisfatto dagli equilibri emersi dalla conclusione della guerra mondiale (il capitalismo liberista non aveva mantenuto la promessa di diffondere ricchezza e sicurezza), e il consolidamento di un mondo, quello sovietico, che dominava il movimento che offriva opposizione a quel capitalismo.

Fu all’insoddisfazione e voglia di rivalsa che le ideologie nazifasciste diedero speranza, e la deflagrazione del secondo conflitto mondiale fu inevitabile. Il capitalismo liberale e liberista non accettava soluzioni “dirigistiche” e voleva affermare la sua egemonia nel mondo occidentale. Con la vittoria sul nazifascismo, anche l’Impero Sovietico trovò la sua “legittimità” e forza.

Gli accordi di Yalta siglarono una divisione del mondo che rispecchiava l’equilibrio tra le forze vincitrici del secondo conflitto mondiale, come è noto.

Grazie a questo equilibrio si poté garantire che il capitalismo uscito vincitore riuscisse a sviluppare le sue potenzialità espandendo crescita e sviluppo, anche grazie al consolidamento in tutto l’Occidente di garanzie democratiche.

Non senza contraddizioni e criticità: conflitto capitale-lavoro (crescita dei partiti socialisti e comunisti, sindacati operai, associazioni democratiche, ecc.), crisi economiche, sociali e politiche (movimenti studenteschi del ’68, guerre in Estremo Oriente come Corea, Vietnam, colpi di Stato in America Latina, per esempio).

Non meno importanti furono gli sviluppi e le crisi in altre aree del mondo come l’Africa, scossa dai movimenti anticoloniali. Al di là della “cortina di ferro”, non mancarono sviluppi e crisi.

Si pensi alla crescita dell’industria aerospaziale e dell’industria militare sul piano economico, e alle crisi politiche come quella tedesca (costruzione del Muro di Berlino), ungherese, cecoslovacca, afghana (invasioni).

La “guerra fredda” portò alla crescita degli armamenti nucleari, al punto che l'”equilibrio atomico” fu considerato paradossalmente un motivo di pace.

Un altro gigante muoveva i suoi passi in oriente, la Cina comunista. Paese poverissimo che faceva sforzi per cercare la strada per il proprio sviluppo, non senza crisi e contraddizioni (lotta per il potere e sconfitta della “banda dei quattro”, morte di Mao e ritorno di Deng Xiaoping dopo la sua estromissione).

La politica di “Riforma e Apertura” di Deng portò a una crescita tale che presto il paese divenne una delle economie mondiali più floride e in stretta concorrenza con quelle occidentali. Un processo di crescita ancora in atto che ha portato alla proposta della nuova “via della seta”, e ha anche portato alla crescita della presenza cinese in vaste aree del mondo con investimenti in settori economici e acquisizioni sia industriali che territoriali.

A cominciare dagli anni ’80, si avviò in tutto il mondo un processo di intensificazione delle comunicazioni favorito dalla tecnologia digitale chiamato “globalizzazione”. I capitali preferirono fare soldi con i soldi anziché con le produzioni. Il mondo non fu più lo stesso, né nei suoi assetti economici né politici.

L’equilibrio di Yalta tra paesi “sviluppati” occidentali e Terzo Mondo “sottosviluppato” non reggeva, la crescita di paesi prima “poveri” richiedeva una maggiore autonomia e voglia di protagonismo. L’evento più emblematico di questo squilibrio fu la caduta del Muro di Berlino e il disfacimento dell’Impero Sovietico.

In occidente, il capitalismo avanzato a guida USA non fu più capace di dirigere e dominare i processi. L’intervento in Iraq finì male, e l’invasione dell’Afghanistan finì peggio. Sono gli eventi iconici di una fine del ruolo di guida del mondo da parte degli USA e di tutto l’Occidente. L’Europa, sebbene caratterizzata da un certo grado di unione economica, non è stata in grado di offrire una politica comune sul piano delle relazioni internazionali.

Eccoci giunti a un punto cruciale della narrazione fin qui condotta. L’equilibrio avviatosi con la Prima Guerra Mondiale tra capitale liberista e capitale dirigista, tra mondo “ricco” e mondo “povero”, non regge più. Ciò che più conta è che le forze egemoni non accettano questa nuova situazione, non vogliono accettare l’idea di dover abbandonare il ruolo di dominio. La reazione è scomposta e il tentativo di riassestare il mondo conservando il potere egemone viene fatto per mezzo dell’opzione militare.

Allargare la NATO è una delle manovre finalizzate a tale scopo. Questo tentativo di mantenere un ruolo egemone viene barattato come un conflitto tra mondo “libero” e mondo “oppresso”, così da dare copertura ideologica agli interessi di potere. Queste sono le vere ragioni alla base del conflitto russo-ucraino.

Il tentativo di coinvolgere la Russia in una logica di scambi con l’Occidente, in particolare con l’Europa (si vedano gli scambi energetici e commerciali), non è stato visto di buon grado dagli USA, perché si sono sentiti surclassati e hanno usato l’Ucraina come pretesto per imporre condizioni, sostenuti in ciò dall’Europa e dall’Inghilterra che hanno accettato supinamente un ruolo subalterno e accondiscendente.

“Irretire” la Russia in una logica di scambi e cooperazione, avviata dalla Germania con Schroder (vedi reti energetiche), seppure nel loro maggiore interesse, magari ampliando ed equilibrando le relazioni con tutta l’Europa, avrebbe consentito di coinvolgere la Russia in un clima di maggiore apertura verso la cultura democratica e pluralista europea. Aver chiuso quel paese in una logica di scontro ha favorito la cultura di stampo nazionalista.

Eric Hobsbaum chiamò il ‘900 “secolo breve” perché in quel secolo si erano consumati gli eventi che avevano stravolto il mondo. Si pensi solo all’uso della bomba atomica e l’impatto che ebbe sullo sviluppo delle relazioni internazionali. La logica che si affermò è “domina o sei dominato”! Con la caduta del muro di Berlino si ipotizzò che questa logica potésse essere definitivamente abbandonata. Non fu così.

Siamo ad oltre vent’anni dalla fine del “secolo breve” ma quella logica è rimasta. Non “secolo breve” dunque ma “secolo lungo”, troppo lungo.

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Donato Lamacchia
Donato Lamacchia
Attivista nel PCI all'epoca di esistenza di quel partito, interessato al dibattito sull'evoluzione della sinistra nell'era dei cambiamenti digitali.

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