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“Chi ha tenuto la bocca chiusa sull’attacco all’ospedale al-Shifa, farebbe bene a tenerla chiusa anche su World Central Kitchen. Che differenza c’è tra tra i 7 volontari e gli altri morti ammazzati a Gaza? Nessuna”. A dirlo non siamo noi, oppure un Orsini o Rubio – che costantemente lo ripetiamo – ma Gideon Levy su Haaretz.
Le lacrime di coccodrillo per le vittime ‘accidentali’
La più evidente dimostrazione del fatto che la società occidentale si fonda su un razzismo strutturale e totalizzante sta nella reazione indignata al deliberato assassinio di sette cooperanti occidentali da parte di Israele.
L’esercito di Tel Aviv in sei mesi non ha solo ammazzato quasi quarantamila esseri umani, di cui la metà bambini. Secondo un rapporto della Banca Mondiale ha anche distrutto oltre la metà delle case, l’84% delle strutture sanitarie e il 92% delle strade lasciando sul terreno l’inconcepibile cifra di 26 milioni di tonnellate di macerie: se venissero rimosse al ritmo di cento camion da 18 tonnellate al giorno, ci vorrebbero quarant’anni e oltre un milione di persone sono sul punto di morire di fame perché Israele blocca deliberatamente gli aiuti per cercare di costringere i palestinesi ad abbandonare la loro terra e rubargliela.
Eppure, tutto questo non ha destato neanche un decimo dell’indignazione per i sette cittadini dell’Occidente.
Il messaggio di questi indignati dell’ultimo minuto a Israele è quindi chiarissimo: continuate serenamente ad ammazzare palestinesi, fate solo attenzione a non far fuori i nostri.
Se pensate di salvare così la vostra anima state sbagliando di grosso: state solo dimostrando che il vostro precedente silenzio è dovuto a un razzismo talmente feroce e bieco da risultare addirittura patologico.
Avete avuto sei mesi di tempo per mostrare di essere umani: ora potete solo confermare di essere persone che pensano solo a se stesse, dei menomati asociali incapaci di provare sentimenti umani. Il marchio dell’infamia è ben nitido sulla vostra fronte, non illudetevi di lavarlo con quattro ipocrite parole.

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