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Iran: la rivoluzione degli altri e l’ipocrisia dei salotti liberali

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Tra blackout informativi, retorica umanitaria e rivoluzionari da salotto, l’Iran diventa il teatro perfetto delle illusioni liberali: poche certezze, molte narrative e un entusiasmo ideologico che ignora la complessità e i costi reali del cambiamento.

Iran, la guerra delle narrative e l’illusione della rivoluzione a distanza

C’è un dettaglio che dovrebbe indurre alla prudenza, e invece viene sistematicamente ignorato: da giorni l’Iran è quasi completamente isolato dal punto di vista informativo. Internet è stato chiuso, Starlink oscurato, i flussi dall’interno ridotti a frammenti. Eppure, mentre le fonti si prosciugano, il web occidentale è invaso da racconti sempre più circostanziati di stragi immani, numeri ipertrofici, ricostruzioni emotive degne di una serie distopica. Un paradosso perfetto: meno informazioni verificabili, più certezze granitiche.

Il detonatore di questa valanga narrativa è stato il messaggio di Donald Trump, che ha invitato i rivoltosi iraniani a continuare, promettendo un aiuto imminente. Una frase breve, ambigua, ma sufficiente a rimettere in moto la macchina ben oliata dell’indignazione geopolitica. Non importa cosa sia effettivamente accaduto nelle strade iraniane: l’importante è che il copione sia riconoscibile. E infatti lo è fin troppo.

Nel frattempo, Benjamin Netanyahu convoca un gabinetto di sicurezza straordinario. Il Dipartimento di Stato americano invita i cittadini statunitensi a lasciare l’Iran “con ogni mezzo possibile”, preferibilmente via terra, attraverso Armenia o Turchia. Segnali che, letti insieme, suggeriscono non tanto una preoccupazione umanitaria quanto l’avvicinarsi di uno scenario già visto. Quando le ambasciate svuotano e i cieli si caricano di retorica morale, di solito non tarda ad arrivare il cosiddetto bombardamento umanitario: chirurgico nei comunicati, sanguinoso nella realtà.

Il copione prevede anche il coro europeo. Milioni di coscienze intermittenti, sempre pronte a commuoversi a comando, si rimettono in marcia come criceti nella ruota. Bevono la narrazione del momento, la rilanciano, si indignano con fervore prefabbricato. Domani sarà un’altra crisi, un’altra mappa, un’altra bandiera da aggiungere alla bio social. L’importante è non fermarsi mai a pensare.

La rivoluzione come hobby ideologico e il tinello occidentale

Ancora più impressionante del rumore mediatico è la quantità di persone che, con toni ora accorati ora barricaderi, auspicano apertamente una rivoluzione popolare in Iran. Provengono in gran parte da ambienti progressisti, talvolta da una destra antislamica altrettanto ideologica. Gente perbene, spesso animata da buone intenzioni, che però sembra dimenticare un dettaglio non secondario: una rivoluzione è, per definizione, un processo violento. Produce morti, caos, fratture difficilmente ricomponibili.

Eppure, dal comfort del proprio soggiorno postprandiale, la rivoluzione altrui appare sempre pulita, necessaria, persino entusiasmante.

Se si va oltre lo slogan e si prova a sondare il livello reale di conoscenza, il risultato è desolante. Alla domanda su come funzioni l’architettura istituzionale iraniana, le risposte evaporano. Dei conflitti interni tra correnti politiche, delle fratture tra poteri religiosi, civili e parlamentari, non resta che un vago imbarazzo. L’Iran viene trattato come un blocco indistinto, una sagoma opaca su cui proiettare convinzioni precostituite. Il bagaglio informativo, nella maggior parte dei casi, consiste in un collage di luoghi comuni: la polizia morale, qualche episodio simbolico decontestualizzato, clip emotive divorate sui social e racconti di seconda mano sedimentati nel tempo.

Questo materiale non serve a interpretare una realtà complessa, ma a sostenere una postura morale. L’adesione non è a un’analisi, bensì a un’identità da esibire. Si scelgono i buoni e i cattivi secondo griglie infantili: moderni contro arcaici, illuminati contro oscurantisti, liberi contro oppressori. Categorie prefabbricate che funzionano come un badge, utili a segnalare appartenenza e virtù, senza l’incombenza fastidiosa di comprendere ciò di cui si parla.

La contraddizione più evidente, però, emerge guardando a casa nostra. Molti di questi entusiasti sostenitori del cambiamento radicale altrui convivono senza reagire con un presente che li schiaccia quotidianamente. Accettano un sistema fiscale opaco, procedure amministrative interminabili, un diritto piegato alle convenienze politiche, servizi scadenti pagati a prezzo pieno, redditi e pensioni erosi. Tollera­no limitazioni, abusi, promesse ciclicamente tradite. Ma su questo fronte prevale la rassegnazione: intervenire davvero sarebbe complesso, faticoso, rischioso. Molto più semplice proiettare altrove il desiderio di rottura e chiamarlo, con tono solenne, rivoluzione.

Altrove tutto appare semplice, lineare, risolvibile con una sollevazione ben raccontata. Con quattro nozioni orecchiate e un contatto lontano, ecco che si diventa tifosi di una rivoluzione giusta, emancipatrice, definitiva. Una rivoluzione che, guarda caso, non comporta rischi personali.

In fondo, senza le fiction geopolitiche e la tifoseria per il Bene Globale, come sopportare l’impotenza quotidiana? La rivoluzione degli altri diventa così l’oppio più raffinato: non cambia il mondo, ma consola chi guarda.

 

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