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giovedì 27 Gennaio 2022
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Gramsci e l’internazionalismo nei Quaderni del carcere

Nei Quaderni del carcere Antonio Gramsci distingue il concetto di internazionalismo proletario tanto da quello premoderno di cosmopolitismo, anteriore alla formazione dello Stato nazionale, quanto dall’ “irradiazione internazionale e cosmopolita e di espansione a carattere imperialistico” delle società a capitalismo avanzato.

Internazionalismo nei Quaderni del carcere

Di Renato Caputo per La Città Futura.

A parere di Gramsci il perdurare in epoca moderna del “«cosmopolitismo» medievale legato alla Chiesa e all’Impero”  ostacola in un paese lo sviluppo della coscienza nazionale-popolare, presupposto e fondamento degli Stati nazionali, e porta un paese a subire “passivamente i rapporti internazionali”.

Non a caso tutte le forze reazionarie nel mondo moderno hanno sempre tentato di “impedire la formazione di una volontà collettiva di questo genere [nazional-popolare], per mantenere il potere «economico-corporativo» in un sistema internazionale di equilibrio passivo” , garantito per esempio dall’“internazionalismo” reazionario della Santa alleanza.

Peraltro, osserva ancora dal punto di vista del materialismo storico Gramsci, “ogni formazione di volontà collettiva nazionale-popolare è impossibile se le grandi masse dei contadini coltivatori non irrompono simultaneamente nella vita politica.

Ciò intendeva il Machiavelli attraverso la riforma della milizia, ciò fecero i giacobini nella Rivoluzione francese, in questa comprensione è da identificare un giacobinismo precoce del Machiavelli, il germe (più o meno fecondo) della sua concezione della rivoluzione nazionale”).

 

Per quanto concerne “la ragione dei successivi fallimenti dei tentativi di creare una volontà collettiva nazionale-popolare è da ricercarsi nell’esistenza di determinati gruppi sociali, che si formano dalla dissoluzione della borghesia comunale, nel particolare carattere di altri gruppi che riflettono la funzione internazionale dell’Italia come sede della Chiesa e depositaria del Sacro Romano Impero ecc.”

“Questa funzione e la posizione conseguente determina una situazione interna che si può chiamare «economico-corporativa», cioè, politicamente, la peggiore delle forme di società feudale, la forma meno progressiva e più stagnante: mancò sempre, e non poteva costituirsi, una forza giacobina efficiente, la forza appunto che nelle altre nazioni ha suscitato e organizzato la volontà collettiva nazionale-popolare e ha fondato gli Stati moderni”.

D’altra parte, a parere di Gramsci, la personalità storica “nazionale (come la personalità individuale) è una mera astrazione se considerata fuori dal nesso internazionale (o sociale)” . Essa “esprime un «distinto» del complesso internazionale, pertanto è legata ai rapporti internazionali” (ibidem).

Lo stesso vale per un intellettuale: la sua grandezza deriva dalla capacità di innalzarsi dal piano nazionale a un piano internazionale di analisi, che permette di comprendere meglio lo stesso proprio paese (cfr. 6, 86: 760). Tuttavia il piano dell’analisi internazionale se non è capace di determinarsi e concretizzarsi nell’analisi dei diversi contesti nazionali con le loro peculiarità resta astratto.

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Antonio Gramsci

Nota è la critica di Gramsci alla “funzione internazionale e cosmopolita” e non nazional-popolare degli intellettuali italiani (cfr. 1, 150: 133), al contempo “causa ed effetto dello stato di disgregazione in cui rimane la penisola dalla caduta dell’Impero Romano al 1870” (12, 1: 1524).

Dunque, “l’Italia ha una concentrazione intellettuale «internazionale», accoglie ed elabora teoricamente i riflessi della più soda e autoctona vita del mondo non italiano. Gli intellettuali italiani sono «cosmopoliti», non nazionali; anche Machiavelli nel Principe riflette la Francia, la Spagna ecc. col loro travaglio per la unificazione nazionale, più che l’Italia” (1, 150: 133).

Così, mentre altri paesi europei “acquistano coscienza nazionale e vogliono organizzare una cultura nazionale” sfaldando la cosmopoli pre-moderna, l’Italia “perde la sua funzione di centro internazionale di cultura, non si nazionalizza per sé, ma i suoi intellettuali continuano la funzione cosmopolita, staccandosi dal territorio e sciamando all’estero” (5, 100: 629).

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Il cosmopolitismo non è, quindi, considerabile una risposta progressiva alla frammentazione ancora medievale dell’Italia, in quanto ne costituisce piuttosto un riflesso teorico, sul piano delle sovrastrutture.

Dunque, mentre il cosmopolitismo è antecedente lo sviluppo della coscienza nazionale (cfr. 3, 80: 360), l’internazionalismo sorge solo in presenza di essa, quale suo superamento dialettico.

Proprio al contrario “l’Italia ebbe per molti secoli una funzione internazionale-europea. Gli intellettuali e gli specialisti italiani erano cosmopoliti e non italiani, non nazionali. Uomini di Stato, capitani, ammiragli, scienziati, navigatori italiani non avevano un carattere nazionale ma cosmopolita. Non so perché questo debba diminuire la loro grandezza o menomare la storia italiana, che è stata quello che è stata, non la fantasia dei poeti o la retorica dei declamatori: avere una funzione europea, ecco il carattere del «genio» italiano dal Quattrocento alla rivoluzione francese” (3, 80: 360).

Dunque, al mancato sviluppo nazionale dal punto di vista politico cerca vanamente di supplire lo sciovinismo culturale che esalta il ruolo degli intellettuali italiani nel mondo, dimenticando che il loro operare non contribuisce, ma ostacola il sorgere d’una coscienza nazionale.

In paesi in cui non è si è sviluppata la coscienza nazionale-popolare, l’internazionalismo tende a diffondersi nella forma di uno “spirito vasto di fratellanza” (8, 36: 963) che porta intellettuali tradizionali ad avvicinarsi al socialismo [4], ma non in grado di emanciparsi dal “vago «cosmopolitismo» legato a elementi storici ben precisabili: al cosmopolitismo e universalismo medioevale” (3, 46: 325).

Dunque se una concezione internazionalista non è in grado di determinarsi, concretizzandosi in un contesto nazionale, è destinata a rimanere astratta.

La Città Futura

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