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Tra riarmo europeo, cultura della performance e polemiche identitarie, destra e sinistra liberale condividono una stessa mentalità competitiva e bellicista. Intanto il disagio sociale viene trasformato in scontro culturale e la guerra diventa normalità.
Il partito unico della guerra e recrudescenze reazionarie
In un’atmosfera di silenzioso rispetto – né le opposizioni né i sindacati hanno avuto nulla da ridire – la Rai, come ogni fine stagione, ha organizzato il tradizionale Bimbo Day. L’americanata in questione, normalmente, permette ai figli dei dipendenti di vedere i luoghi magici della messa in onda, gli studi dove lo spettacolo prende forma e le affascinanti gesta dei genitori nei corridoi di Saxa Rubra. Quest’anno però l’appuntamento ha assunto una sorprendente configurazione.
Al posto dei mixer di regia, delle telecamere e della messa in onda, i valenti pargoli hanno potuto ammirare le prodezze italiche dell’esercito, dei carabinieri e la prontezza accudente della Croce Rossa. Insomma i piccoli balilla hanno potuto assaporare una sana giornata di guerra.
Di cosa ci si dovrebbe sorprendere? La guerra è l’argomento che scivola di bocca in bocca tra i rappresentanti ufficiali della cosiddetta classe dirigente europea. La destra liberale così affascinata dalla risolutezza trumpiana dei Board of Peace e la sinistra liberale, come confermato ampiamente dalla segretaria del Partito democratico, così frettolosa nel voler riempire le fila dei “volenterosi” per spezzare finalmente le reni alla Russia. Entrambe, tra armi americane e difesa europea, sognano un futuro di coraggio indomito, di epopee cavalleresche per la gioventù. O meglio per i figli dei poveri cristi. I rampolli educati nei saloni doppi delle aristocrazie economiche e culturali godranno di saporite corsie preferenziali.
Ma la mentalità di guerra, che si sta diffondendo implacabilmente nel linguaggio comune, è diretta emanazione della società di prestazione. Quella che esalta la meritocrazia, per esempio. L’idea di una continua performance da esibire in pubblico perché sia tracciato un confine tra chi è meritevolmente impiegabile, tra chi è degnamente cittadino e chi merita l’oblio, la disoccupazione o l’esclusione dalle liste elettorali per manifesta ignoranza.
Il neoliberalismo, sia nella sua versione autoritaria ed economica sia nella sua versione permissiva e culturale, hanno forgiato questo buon senso comune, condensato nella nozione di imprenditore di sé stessi.
“Mi sono fatto da solo”, “il fallimento è un’opportunità”, “la differenza la fanno le scelte”, “vai avanti per la tua strada senza guardare in faccia nessuno”, “pensa solo al tuo benessere”, sono alcune delle locuzioni più in voga nella nostra epoca di passioni tristi e di aperitivi sconclusionati. A questo modello culturale si aggancia la psicologia comportamentista che modella il soggetto in funzione dell’efficienza per psicologizzare i problemi sociali, e la cura ossessiva per il corpo: tra palestre, centri benessere, trattamenti ringiovanenti, trapianti di capelli, rilassamenti orientaleggianti, il soggetto deve necessariamente intercettare un Kharma ascetico perché la battaglia della vita possa essere affrontata con la compostezza del guerriero.
In questo clima di individualismo trasognante fa buon gioco un generale fotogenico nel racimolare qualche ultras sparso per l’Italia, un po’ di scagnozzi al servizio della malavita per presentare un progetto politico che contempla la deportazione di massa. D’altronde dopo Gaza tutto diventa presentabile. Ma a questa crudele e fascista sciocchezza politica si risponde con altrettanta ebete protervia. Non esiste alcun diritto a migrare. Esiste il principio secondo cui nessuno dovrebbe essere costretto ad emigrare.
Perché, in questi nostri e disgraziati tempi, non esiste alcun movimento migratorio. Non conosco popolazioni che vivono di nomadismo. Esiste, al contrario, un drammatico problema che si chiama emigrazione. Problema che è politico, determinato insomma da scelte squisitamente politiche. Quelle che foraggiano il profitto capitalista e lo sfruttamento dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo. Quelle che amano la guerra.
Questa semplice consapevolezza è soverchiata dalle cosiddette “narrazioni”. L’epica capitalista si nutre di narrazioni appunto.
L’individualismo libertario, il villaggio globale, il sogno europeo da un lato ma dall’altro la tradizione, i valori dell’Occidente, la cultura autoctona. Sono tutte argomentazioni compatibili con la struttura di dominio capitalista che è necessariamente camaleontica. Non è un caso che la guerra sia perseguita sia dalla destra che dalla sinistra liberale. Ed è proprio quella mentalità, tipica delle élite economiche e culturali, a plasmare la recrudescenza reazionaria dei Vannacci che sarà sempre più agguerrita.
Esiste un ceto che si sente espulso dai quartieri, dalla cittadinanza attiva, da decenni bollato come arcaico e primitivo, allontanato dal bel mondo delle classi parlanti, che si serve oggi di quello stesso individualismo progressista per rispolverare pulsioni tipicamente fasciste. Alla Rai, per esempio, si gioca a fare la guerra. E alla guerra servono anche i fascisti. L’Ucraina lo ha insegnato: i nazisti posso trasformarsi in accurati lettori di Kant.

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