Dittature, tutto quanto fa spettacolo: qualcuno prese sul serio il Mein Kampf

Questa rubrica tratta dall’ultima fatica letteraria di A.C. Whistle è dedicata agli aspetti meno conosciuti delle grandi dittature del ‘900: documenti, libri, curiosità biografiche dei protagonisti verranno illustrati mescolando rigoroso metodo storico e truce umorismo.

Oggi parleremo di Mein Kampf.

Ci piace la libertà e tuoniamo indignati contro chi manifesta simpatia per vecchie e nuove forme di sopraffazione, ma abbiamo mai letto la Carta di Verona? O gli scritti di Alessandro Pavolini? Ovviamente no, è roba per stomaci forti, non tutti possono farcela. Pertanto ringraziamo A.C. Whistle che si è sacrificato per noi, fedele al motto “non si può difendere la democrazia solo con le tisane equosolidali”.

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: Le favole fasciste di Trilussa

Mein Kampf: il libro proibito

In realtà non è mai stato proibito, se non in Germania dove solo dal 2016 è liberamente stampabile e vendibile. Però fino a qualche anno fa non era facile procurarselo, forse perché anche da noi un po’ di senso di colpa era rimasto, e perché si temeva che la sua diffusione potesse indurre i giovani all’infatuazione e favorire in qualche modo il ritorno della dittatura; comunque le poche librerie che lo mettevano in vendita poi si beccavano i titoli scandalizzati dei giornali e dovevano ritirarlo.

Convinto che ogni forma di censura sia repressiva e soprattutto perché la storia si studia dalle fonti, comprai -per lire diciottomila- il volume dato alle stampe nel 1991 dalla casa editrice varesina La Lucciola: solo il testo scritto dall’autore e niente altro, né note né prefazioni

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: qualcuno prese sul serio il Mein Kampf

Il Mein Kampf in pillole

Mein Kampf rientra appieno nella categoria dei classici, cioè quei libri di cui tutti parlano senza averli letti, ma qui c’è un motivo valido: Adolf Hitler è uno scrittore noiosissimo, almeno quanto era frizzante -per così dire- come statista.

Pertanto provvedo io, o fratelli, a farvi una sinossi delle principali argomentazioni pubblicate nel 1925 dal futuro Führer.

  • La democrazia parlamentare è uno schifo, le elezioni fanno uscire dal rifugio i “vermi del parlamento” che vanno dal popolo a cercare voti. (Quando avvertite fastidio per qualche stortura della democrazia parlamentare, abbiate sempre presente qual è l’alternativa).
  • L’ebreo Carlo Marx mirava “a distruggere la vita indipendente di libere nazioni sulla terra. Ma fece ciò per giovare alla sua razza”. (Ebreo e comunista, ce le aveva proprio tutte; ma almeno non era ricchione, anzi aveva ingravidato la governante).
  • Il nazionalismo si basa sulla nazione, ma una nazione non intesa come cittadini-istituzioni, bensì basata sulla razza. E invece di fronte a una domanda di cittadinanza un funzionario fa con un tratto di penna ciò che nemmeno il Cielo potrebbe: trasforma uno zulù o un mongolo in un tedesco. Parimenti sbagliato è il pensare che si possano germanizzare i popoli conquistati: anche se si impongono lingua e usanze, la razza dipende dal sangue, e non si può “cambiare il sangue dei vinti”. Al massimo, se lo si lascia mescolare con quello dei vincitori, si ottiene un imbastardimento. (Praticamente le razze umane come quelle canine: il dobermann è un cane da guardia, il setter è un cane da caccia, e l’incrocio non va bene per nessuna delle due attività).
  • Ci sono razze superiori e razze inferiori, e la più forte di tutte -va da sé- è la razza ariana germanica. Il fatto che storicamente i germani siano stati rappresentati come barbari “è una inconcepibile stupidaggine. Non furono mai così. Ma la durezza delle condizioni climatiche del nord li obbligò ad un modo di vita che impediva l’attuarsi delle loro capacità creative”. (A parte il fatto che sembra il Ferdinando Mericoni fu Mario impersonato da Alberto Sordi in “Un giorno in pretura”, quello che “c’ho avuto ‘a malattia che m’ha bloccato”, ma vogliamo parlare delle capacità creative dei tedeschi? Ditemi a bruciapelo un pittore e uno scultore tedeschi!).
  • La razza va mantenuta pura, perché la natura “non predilige i bastardi”. I risultati degli incroci, mancando dell’unità di sangue, mancano anche dell’unità di volontà, di capacità di decisione. (Sì, mi pare di averlo sentito anche a SuperQuark).
  • Ai malati e fragili deve essere impedito di riprodursi, e in capo a seicento anni si avrebbe un’umanità perfetta. (Peccato, lo avessero lasciato lavorare…)

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: qualcuno prese sul serio il Mein Kampf

Non c’è molto altro nelle 259 pagine del Mein Kampf, riempite da interminabili racconti del comizio del 24 febbraio 1920 nell’Hofbräuhaus e di altre brillanti imprese oratorie del nostro rodomonte (bella la vivida descrizione di come una cinquantina di SA hanno la meglio su 700-800 operai rossi che avevano iniziato a tirare boccali dopo un’ora e mezza di discorso di Hitler, roba che nemmeno Bud Spencer e Terence Hill in “Altrimenti ci arrabbiamo”); da considerazioni su come educare fisicamente e moralmente il popolo tedesco, dalla necessità di formare un esercito di valorosi che sentano il loro compito come un dovere sacro e non come un impiego, dalla definizione del ruolo del sindacato nazional-socialista (naturalmente unico); dalla protesta contro le inique sanzioni imposte alla Germania dopo la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale.

Dittature, tutto quanto fa spettacolo: qualcuno prese sul serio il Mein Kampf

Vuoi conoscere il resto della storia e molto altro?

Ti consigliamo di leggere l’ultima fatica dell’ineffabile A.C. Whistle: Dittature. Tutto quanto fa spettacolo.
Si può essere ironici e dissacratori su temi serissimi e al contempo fare opera meritoria di informazione e presidio della memoria? La risposta è in queste pagine.

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Dittature. Tutto quanto fa spettacolo di A.C. Whistle

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A.C. Whistle
A.C. Whistle
Nasce alle pendici dei Nebrodi ma sin dalla prima infanzia vive a Roma, da dove non si è più mosso (“la mia famiglia è già emigrata troppo”, dice). Giuslavorista, etilista, pokerista, meridionalista, immoralista, si cela dietro quello che manifestamente è un nom de plume per tutelare la sua posizione sociale e censuaria. Convinto di essere la reincarnazione di Pietro Aretino, in quanto tale produce versi impudichi e faceti, mentre nella prosa predilige la forma breve del pamphlet, sia per dare sfogo alla sua misantropia (praticata come misandria e come misoginia con eguale trasporto), sia per assecondare la pigrizia contro cui ha smesso da tempo di lottare.

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