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Il caso dell’aggressione “antisemita” all’autogril nel milanese, com’era prevedibile, con l’apparire di una verità diversa da quella propagandata a reti unificate nelle prime 24 ore, è improvvisamente scomparso dalle cronache. Ma a Lainate, un episodio all’apparenza marginale rivela il cuore dell’ideologia dominante: neutralizzare la memoria dei subalterni, criminalizzare la solidarietà, riscrivere la realtà. Il colonialismo oggi si manifesta anche in un video virale all’autogrill.
Lainate è Gaza: la guerra globale alla verità
C’è sempre un punto in cui l’ideologia si fa carne: si incarna nel gesto quotidiano, nel microconflitto apparentemente marginale. L’autogrill di Lainate non è solo un luogo di passaggio: è il punto cieco in cui il dominio si fa racconto, e il racconto diventa legge.
Un uomo francese, ebreo, filma un gruppo di giovani italiani, figli dell’immigrazione, e denuncia un’aggressione a sfondo antisemita. I media reagiscono in modo automatico. Le istituzioni si mobilitano.
La verità si compatta in tempo reale. Ma poi emergono altre immagini, parole omesse, segni di violenza subita sui corpi degli accusati. Il quadro si incrina: non un agguato a un innocente devoto, ma una provocazione pianificata, in linea con la grammatica del suprematismo colonialista.
A quel punto, il fatto non è più cronaca, ma ideologia in atto. L’apparente spontaneità con cui opinione pubblica, stampa e apparato repressivo hanno reagito è il riflesso di una strategia più profonda: neutralizzare sistematicamente il discorso palestinese, patologizzarne la presenza, criminalizzarne la memoria.
In questo schema, il conflitto non è mai simmetrico. Israele non è uno Stato tra gli altri, ma la proiezione armata dell’asse imperialista euroamericano in Medio Oriente. Il suo potere si esercita non solo con i droni su Gaza, ma anche attraverso disinformazione finanziata, controllo narrativo, acquisto sistematico di contenuti, e produzione strutturata della menzogna. La distorsione della verità diventa strumento di legittimazione della violenza.
Persino le Nazioni Unite vengono accusate di ostacolare gli aiuti umanitari, mentre sono le forze israeliane a bloccarli e bombardare i convogli. È una strategia rovesciata: screditare chi denuncia, fabbricare il consenso attorno all’aggressione. Esistono interi settori istituzionali israeliani dedicati a trasformare il crimine coloniale in legittima difesa e a etichettare come antisemita ogni critica.
Chi porta un ciondolo con la forma della Palestina non agisce contro qualcuno, ma per la memoria collettiva. Eppure, questo gesto è sufficiente a renderlo sospetto: nella logica occidentale, la verità detta dai subalterni è una minaccia. L’uomo che ha filmato a Lainate non è un testimone neutrale, ma un soggetto attivo del dominio: provoca, registra, attiva l’apparato repressivo e si dichiara vittima. Il suo “Am Yisrael Chai” non è un’invocazione religiosa, ma un’affermazione coloniale nel cuore d’Europa.
Nel frattempo, chi ha subito il colpo resta colpevole. Non ha l’autorità simbolica per cambiare il frame. Il suo corpo è già parte dell’accusa: parla arabo, è figlio della memoria storica. Qui si rivela la funzione rovesciata dell’accusa di antisemitismo: non più strumento di difesa contro l’odio antiebraico, ma meccanismo per silenziare la critica all’ordine coloniale.
L’Occidente capitalista, che ha generato l’antisemitismo, si erge oggi a giudice universale del discorso legittimo, svuotando la memoria storica e piegandola alla propria egemonia. Non si tratta di una contraddizione: è la razionalità del capitalismo nella sua fase imperiale. Non censura, ma orientamento della narrazione. Non repressione esplicita, ma produzione e diffusione del falso. Un falso che agisce come verità.
Lainate è Gaza. Non per analogia emotiva, ma perché lo stesso ordine simbolico che bombarda i civili palestinesi reprime in Europa ogni voce dissidente. Il pestaggio all’autogrill è una manifestazione minore, ma paradigmatica, della guerra globale alla verità.
In questo scenario, chi rifiuta di inchinarsi all’ordine esistente non è solo un dissidente: è un perturbatore dell’equilibrio necessario alla riproduzione del capitale. Chi chiama l’iniquità con il suo nome — colonialismo, apartheid, espropriazione — sarà marginalizzato, calunniato, disinnescato. Eppure, anche nel cuore dell’impalcatura ideologica, resiste una crepa: la tenace ostinazione di chi non dimentica, di chi continua a nominare la verità. Perché la verità, anche compressa, conserva una forza inassimilabile, capace ancora di incrinare l’ordine che la esclude.

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