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La colpa della professoressa Di Cesare è un post irricevibile per il Regime: un commiato funebre per la brigatista Barbara Balzerani. Proprio non si vuole capire né la liberaldemocrazia ha voglia di fare i conti con il passato.
Il caso ‘Di Cesare’
Viviamo in un’era di manicheismo fanatico al servizio della rispettabilità liberale che ha dismesso, da anni, l’abito in doppiopetto, reinventandosi management purificatore.
I manganelli all’occorrenza sono ripresi dalle cantine con parsimonia e lasciati sferrare dal lato destrorso dell’arcipelago. I buoni al contrario, i “civilizzatori”, utilizzano altre forme di oppressione, certo più sofisticate.
Da tempo le start up digitali sono al servizio delle liberaldemocrazie con i loro programmi di Intelligenza Artificiale per i riconoscimenti facciali e delle personalità, cosicché le polizie dei mondi “liberi” possano procedere a interventi preventivi, trasformandosi in intelligence diffusa, affrancata però dal fastidioso laccio della sicurezza nazionale.
In questo clima i giornalisti possono trasformarsi in agenti dell’OVRA (la polizia politica dell’Italia mussoliniana); frequentare di soppiatto una lezione universitaria e lanciare foto segnaletiche a mezzo stampa con scatti rubati in scaltrezza adolescenziale.
Il personaggio sospetto è importante sia ripreso nella quotidianità, nell’esercizio intimo delle sue funzioni, per svalutarne il lavoro e raccomandare al pubblico la sua inadeguatezza. Si denuda il colpevole.
La colpa della professoressa Di Cesare è un post irricevibile per il Regime: un commiato funebre per la brigatista Barbara Balzerani. Proprio non si vuole capire né la liberaldemocrazia ha voglia di fare i conti con il passato.
La Storia comincia nel 1989 e lì inizia un mondo nuovo, una nuova umanità, piena di fiducia irreprensibile per il progresso. Gli esseri umani che ancora ricordano anni pieni di pioggia e oscurità vanno semplicemente ridicolizzati.
Possono ricordare ad esempio frequentazioni e ambienti di quegli anni, conoscenze con le quali non hanno condiviso scelte perché sbagliate politicamente, perché dettate, forse, da uno stato di prostrazione nichilista, perché controproducenti rispetto a una lotta comune, ma non per questo farsi ammaliare dai tempi in cui deve scomparire la compassione umana generata dalla delicatezza della memoria.
Possono ricordare inoltre, senza troppa ipocrisia, che la violenza politica in quegli anni era linguaggio comune e generalizzato, abbracciato da intellettuali, da militanti, da artisti e dallo Stato. E che quella violenza generò un conflitto sociale tutto interno alla logica della democrazia e un altro, affascinato dalla lotta armata, che probabilmente contribuì a sfaldare le lotte e le conquiste del primo.
La pena inappellabile per questi ricordi è la scomunica. La cacciata con ignominia dalle cattedre, la perdita della dignità. I liberali uniti di tutto il mondo non concepiscono sentimentalismi. Non pretendono tessere di partito, ma obbedienza entusiasta e partecipata.

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