Il capitalismo è la storia delle merci: la via del caffè

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La storia del capitalismo è la storia delle merci, degli uomini che le compravano, lavoravano e vendevano e della globalizzazione. Seguiamo ad esempio la via del caffè.

Il capitalismo è la storia delle merci: il caffè

Tempo fa avevamo seguito la coltivazione della patata per seguire, attraverso le varie fasi della lavorazione del tubero, la storia dell’economia mondiale. Qualcosa di analogo potremmo fare con il caffè, da un altro punto di vista.

La differenza principale è che il caffè non arrivò dall’America, ma dal mondo arabo. Partito probabilmente dell’Etiopia (una delle papabili sedi delle tante rivoluzioni agricole che si verificarono nel mondo) risalì il Mar Rosso e il Nilo, arrivando in Egitto, Yemen e Arabia.

L’aroma e le proprietà energizzanti spinsero il prodotto anche all’interno della farmacopea del tempo; in breve dilagò in tutto il mondo musulmano.

Nel corso del ‘500 arrivò in Italia, prima nelle città portuali: Venezia (complici i suoi commerci con l’Oriente) poi Napoli e a man mano il resto della penisola. Nel corso del ‘600, il caffè dilagò in tutta Europa come bene di lusso.

Qui si inserisce lo spirito dei tempi: il capitalismo. Nel ‘600, i coraggiosi olandesi -a metà tra pirati e imprenditori- erano in aperta competizione con i tramontanti portoghesi nell’Oceano Indiano. Dei vascelli dei Paesi Bassi sbarcarono in Yemen e presero delle piantine di caffè (la produzione mediorientale e nordafricana non bastava più per la crescente domanda europea e i bravi imprenditori calvinisti fiutarono l’affare).

Si allargavano le coltivazioni, il mondo era messo a frutto (e non solo per il caffè), la nuova bevanda (condannata in Europa come eccitante, arma degli infedeli e sostituto demoniaco del vino) trovava sempre nuovi accoliti e coltivatori: Ceylon, Indonesia e dalla seconda metà del ‘600 le Americhe.

Oggi 3/4 della produzione mondiale di caffè arriva dall’America centromeridionale.

Il caffè come molti altri prodotti ha trovato in America il suo centro di sviluppo attraverso una serie di cicli. Possiamo vedere l’affermazione di questo o quel paese, di questo o quel prodotto in base alla domanda mondiale.

In un primo momento a monopolizzare la produzione di caffè furono l’area caraibica e centroamericana, ma a partire dal ‘900, l’ingresso del Brasile nella produzione di caffè, cambiò il mercato mondiale (spingendo i centroamericani e la Colombia verso la coltivazione di banane).

L’America diventò la fornitrice di materie prime per l’Europa in rapida industrializzazione (caffè, distillati, cotone, cacao, banane). Il meccanismo rimase intatto per secoli (e in buona sostanza lo è ancora), l’area nordamericana a seguito della Guerra di Secessione e di una forte accumulazione primaria sfuggì a questa periferizzazione produttiva, entrando nella leadership mondiale.

Il caffè, il tè, gli alcolici avevano il doppio scopo di far spendere soldi (quindi mandare avanti la domanda) ai lavoratori e al contempo di motivarli in fabbrica, di renderli energici e spensierati.

Il mercato mondiale serrava le file e diventava un congegno perfetto che collegava le sperdute piantagioni brasiliani agli operai di Manchester: i secondi bevevano il caffè prodotto nelle prime, mentre lavoravano cotone arrivato dall’India (dove il caffè e in minor misura il tabacco erano stati ridimensionati a favore di cotone e tè).

La stessa mitologia capitalista spingeva alla nascita del mito dell’America. I nostri antenati (neanche troppo lontani) partivano alla ricerca di un mondo migliore e spesso finivano a lavorare in quelle piantagioni di caffè ai limiti della schiavitù (Italia e Brasile legiferarono al riguardo).

La storia della merce e dei lavoratori-consumatori è il fulcro della globalizzazione, della nascita del capitalismo e della rivoluzione industriale.

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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