L’insicurezza esistenziale e il capitalismo nella nostra vita quotidiana

Il capitalismo è nei nostri rapporti più intimi, familiare, nei posti di lavoro, nei rapporti diseguali tra Stati, nella ricerca scientifica, nell’arte, nulla sfugge.

Il capitalismo nella nostra vita quotidiana

Uno dei più grandi mutamenti nella vita delle persone dell’ultimo secolo è l’entrata dell‘insicurezza esistenziale nella storia personale e collettiva.
Già Freud aveva avvertito il contrasto tra libertà e sicurezza.

Le persone vivono in comunità e qui avviene un baratto (anche nei piccoli gesti) tra libertà e sicurezza, sia su un piano individuale che collettivo (se il gruppo è grande anche nei piani intermedi).

Freud (e molti altri a cavallo tra ‘800 e ‘900) ci presentano i pericoli dell’autorità collettiva al cospetto dell’individuo, tuttavia possiamo identificare un momento storico tra le due guerre mondiali in cui le cose cambiarono.

Il capitalismo passò da una fase di obbedienza e coercizione a una fase di soddisfazione dei bisogni individuali.

L’entrata in scena delle masse (in particolare delle masse lavoratrici: partiti socialisti, comunisti, sindacati) ebbe l’effetto di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori (riduzione oraria, pensione di anzianità, malattia, ecc) e di creare quella rete di sicurezza che chiamiamo welfare state (sanità pubblica, istruzione pubblica, pensione pubblica, sussidi vari).

Queste politiche si affermarono a grandi linee attorno agli anni ’30 (persino il fascismo e il nazismo furono varianti belliche al tema). Lo Stato interveniva a stimolare la domanda interna (creando lavoro, proteggendo aziende, spingendo i cittadini a comprare) per superare la fase di stagnazione del dopo crisi economica del ’29.

Lo Stato (fino ad allora dalla parte della grande industria) diventò arbitro tra diversi interessi, cercando di garantire una vita dignitosa a tutti.

Le risorse sarebbero state prelevate dalle colonie (dal resto del mondo) e la crescita sarebbe stata pompata da tecnologia e guerra (nulla di meglio per uscire dalla crisi economica).

Le persone rinunciavano a parte della loro libertà:
– pagherai più tasse
– in cambio di aiuti: sei invalido? Ti aiuta la comunità; vuoi studiare? Ti aiuta la comunità! Sei malato? Ti aiuta la comunità.

Il risultato era che invalidi, studenti e ammalati continuavano a spendere il proprio denaro (perché si sentivano più sicuri), i ricchi pagavano più tasse (in teoria perdendo denaro), ma i poveri (a questo punto diventati piccola borghesia in modo quasi completo) avrebbero speso i propri soldi in ninnoli fabbricati indovinate da chi? Dalle fabbrichette dei ricchi!

L’economia gira e siamo tutti più felici:
– I poveri si convincono di essere felici grazie a lavoro e desideri indotti
– I ricchi guadagnano sempre di più (il welfare è un investimento sul cliente, come la pubblicità)

Negli anni ’30-’40, la scelta era tra Stalin, il welfare o il fascismo (che era una variante bellica e nazionalista del welfare), non c’era un’altra scelta e la borghesia di paesi un attimino più moderni preferì vivere in un paese con negozi, ragazze in minigonna e musica rock piuttosto che stare a parlare di Impero e Razza.

Arriviamo al secondo dopoguerra, al boom economico (e demografico) dell’Occidente e al cambiamento dei costumi (che chiamiamo ’68).

La generazione che aveva fatto la guerra e combattuto la crisi economica non voleva cedere il posto, erano molto presi nella mitizzazione del proprio ruolo e i giovani dovevano portare qualcosa di nuovo per farsi spazio, avevano bisogno di un treno sociale.

Negli stati che già all’epoca si avvicinavano al capitalismo avanzato, i giovani presero una via più mistica, lisergica (e tutta questa creatività, corsi di yoga, stile di vita confluirono in un grande settore del mercato).

Nei paesi sociologicamente più arretrati (in sostanza l’Europa continentale, tolta la Scandinavia e l’Olanda, con varie gradazione) i giovani sposarono il comunismo e la sinistra nelle sue varie salse.

Dovendo combattere contro una società di impostazione (pensate al Sud Italia) contadina, questi giovani rivoluzionari fecero un gran servizio al capitale: con pochi anni cancellarono i rapporti familiari, l’adesione alla religione cattolica, l’adesione alla vita di paese, i riti comunitari locali.

Il 1968 fu l’equivalente occidentale della Rivoluzione Culturale cinese durante la quale furono distrutti pezzi di storia.

La furia iconoclasta dei giovani rivoluzionari (in buonafede si intende) era mirata unicamente a fare ancora più spazio al capitalismo, i rapporti feudali andavano distrutti e bisognava lasciar spazio ai rapporti di carattere economico borghese, la rivoluzione sarebbe stata una rivoluzione borghese (il film che uso come immagine “La cinese” di Godard, ironizza più volte sul fenomeno: i giovani maoisti nella casa di Parigi che si fanno portare il tè – mentre studiano – dalla giovane maoista di campagna, riproponendo gli schemi: città/campagna).

E cosa rimase di questa rivoluzione? Nulla.

Fatti fuori i dinosauri della Costituente, i giovani rifluirono (nella maggior parte dei casi) verso lidi più miti, lasciarono l’ascensore sociale marxista da giovani uomini arrabbiati, il dinosauro era stato de-ingessato, l’Italia si avviava verso un’ulteriore americanizzazione.

Gli stessi confluirono nei posti di Potere che avevano criticano finché non erano stati loro ad occuparli: diventarono burocratici, ministeriali, ministri, primari, giornalisti, psicologi, psichiatri…

L’adesione pentita al marxismo permise agli stessi di conservare il senso della coscienza. Questi ex-giovani non tradivano l’educazione cristiana che avevano ricevuto, ma al contempo avevano laicizzato l’etica abolendo Dio, poi rimpiazzando i buoni sentimenti con il materialismo storico e infine abbandonando anche il materialismo storico a favore del pragmatismo carrierista anni ’80.

Il capitalismo costituisce oggi il modello organizzativo economico, sociale, politico e culturale dominante; il Sistema-Mondo è intriso di capitalismo in ogni rapporto (dal micro al macro), è triste dirlo ma ogni manifestazione di vita pubblica collettiva e individuale è solo riflesso di questo momento storico.

Il capitalismo è nei nostri rapporti più intimi, familiare, nei posti di lavoro, nei rapporti diseguali tra Stati, nella ricerca scientifica, nell’arte, nulla sfugge.

Funzionano così le società procedono per paradigmi, questo è il paradigma dei tempi odierni, tutto qua.

 

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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