Festival di Sanremo, la nuova frontiera social: boomer contro boomer

Il Festival di Sanremo con tutto il suo carrozzone di sociologia spicciola al seguito, quest’anno ha portato alla luce un nuovo fenomeno social – la disfida “boomer” tra le nuove forme di snobismo nazional popolare- che durerà le 48 ore di rito per poi passare alla prossima sciocchezza.

Festival di Sanremo, boomer contro boomer

Sono cresciuto negli anni ’70 e ’80, per cui mi ricordo quando lo snob desinistra era quello che non guardava Sanremo, ascoltava i cantautori più pallosi o il rock con gli assoli di chitarra di mezz’ora.

Poi però si è transitati a un altro tipo di snobismo, quello di chi guardava Sanremo per farne le pulci e/o cazzeggiarci sopra. Infine, l’ultimo, il più recente approdo dello snobismo progressista: quello di chi dice che chi non guarda Sanremo e non apprezza Ferragnez è uno sfigato.

Ora, a parte la percezione particolare, se non distorta, della realtà, per cui lo snob desinistra arriva ad apprezzare Sanremo con un certo ritardo e solo quando non ne esce più mezza canzone buona (diciamo una e mezza, va), cioè solo quando è diventato una schifezza, che fa il paio con la percezione distorta – molto anni ’50 – per cui chi fa i figli (anzi chi “figlia”, questo il verbo usato, come gli animali da monta, a proposito di rispetto) sarebbe la maggioranza mentre è tanto anticonformista non farne (parliamo di un paese a natalità quasi zero, eh), a parte questo – e chiarendo che chi scrive ritiene che sia legittima scelta far figli quanto non farne, ci mancherebbe -, io, personalmente, vedo Sanremo da sempre, per abitudine, tradizione, criticoneria, sociologia, antropologia, a volte perfino piacere e piacere masochistico (pure quello è legittimo al paese mio), ma mai mi sognerei di dire agli altri che sono animali da monta o che sono imbecilli perché non guardano Sanremo.

Forse ho fatto un po’ di confusione, forse no, ma il senso è: che problemi avete? Se uno vuole ascoltare Mahler o i Beatles o Leone Di Lernia anziché Sanremo, saranno affari suoi, o no? Se uno vuole dire che fa schifo, è troppo per la vostra idea di libertà? Rispetto di tutti, per favore. E al bando i coglioni che parlano di “rosiconi”: ma che dovremmo rosicare, scusate? Di chi dovremmo essere invidiosi? Mah.

Se c’è oggi qualcosa che qualifica nel linguaggio, è l’uso di quel verbo. Ma questo è un altro discorso. Comunque anche io ho la mia personale classifica di Sanremo.

Primo posto: Luisa Ranieri (e spero che in un futuro prossimo non ci sia una messa al bando pure delle tette, ma vedo che una preoccupante tendenza c’è). Secondo posto: Elodie (ma senza canzone, e comunque chi l’ha sentita?). Terzo posto: Luisa Ranieri. Quarto posto: Elodie… E così via.

E le canzoni? Mi sono piaciuti Paoli (pure stracotto, ma evocava comunque tutto il bene che ha fatto), Bennato (come per Paoli), la Vanoni (idem)… Scusate, temo di aver visto solo le cover e gli ospiti, e, comunque, i giovani, cui voglio bene a prescindere e spero studino, tanto (gli autori, come Bardotti, come Battiato, come Dalla e Daniele), mi sono scivolati addosso o mi hanno fatto addormentare. Ma questi sono discorsi di vecchi paternalisti (“boomer”, come si dice ora, che sta un po’ sotto, ma solo un po’, a “rosiconi”).

Vecchi arnesi residuato del patriarcato che non capiscono l’importanza dei monologhi con la lacrimuccia. Che pensano sia più rock Grignani, che porta dolore autentico e naturale su quel palco, che i Maneskin (verso cui non ho nulla e che mi sono simpatici).

E che il cosiddetto “festival della sinistra” – come viene detto da quegli altri, quelli non desinistra – si è dimenticato di Cospito ma ci tiene assai ai messaggi di guerra e ai baci in bocca tra maschi (come se ci scandalizzassimo e non avessimo visto già Bowie e Iggy slinguettare di brutto e senza farci ridere e pure un po’ avere scuorno dell’essere umano).

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Mario Colella
Mario Colella
Garibaldino

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