Famiglie e imprese: la formula magica del neoliberismo che cancella la lotta di classe

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“Famiglie e imprese” è il mantra bipartisan della politica-spettacolo, che finge di unire ciò che è opposto: la classe che produce e quella che sfrutta. Una retorica reazionaria che dissolve il conflitto sociale nella favola del mercato e del merito.

Famiglie e imprese

Nei proclami politici contemporanei, nella carrellata di interviste preconfezionate, interpretate alla velocità delle controindicazioni farmaceutiche alla fine delle pubblicità, che i telegiornali riservano all’assuefazione pubblica, il richiamo costante, trasversale, sproloquiante è alle famiglie e alle imprese.

Tutti i politici, indistintamente, nella nostra versione lubrificata del partito unico che vorrebbe ancora vestirsi di abiti democratici, concludono il loro scioglilingua con la solita locuzione: “siamo noi che proteggiamo famiglie e imprese”.

Determinante sarebbe, per richiamare un’attenzione raziocinante da parte del pubblico, conoscere il significato delle parole che si adoperano, intonare la voce a seconda del messaggio che si vuole veicolare, assumere quel tanto di gravosa serietà richiesta dalla funzione costituzionale dei propri gesti e farsi carico della condizione sociale vissuta realmente dalla classe che si dovrebbe rappresentare.

Questo preliminare esame di coscienza, da effettuare prima di lanciarsi in ciclostilate affermazioni prive di alcun costrutto logico, equivarrebbe a un piccolo test d’intelligenza in grado di far luce sul significato reale delle parole.

Si scoprirebbe, con quel tanto di ingenua meraviglia che salverà l’umanità dalla barbarie, che i due termini non possono convivere nella stessa frase per nessuna ragione al mondo, in quanto richiamano soggetti contrapposti nella dialettica politica di un sistema capitalista.

A meno che per “famiglie” non ci si voglia riferire esclusivamente a quelle che amano villeggiare tra Portofino e la Costa Smeralda.

Poco valore assume, per giustificare questa grossolanità discorsiva, anche quella stantia retorica che, da almeno quarant’anni, impone al buon senso comune l’equivalenza tra Stato, famiglie e imprese; enti assoggettati alle ferree leggi della concorrenza e alle oscillazioni “razionali” del mercato.

In realtà si vorrebbe far intendere che le famiglie condividono la medesima colpa delle imprese, qualora le cose non andassero come immaginato dalle fantasticherie esistenziali della mental attitude, luogo immaginario dove ognuno potrà far sprigionare la propria scintilla creativa, vera ricetta psicologica perché l’esistenza possa affrancarsi finalmente dal bisogno.

La politica non potrà far altro che incentivare questo approccio liberatorio, l’unico in grado di salvare le famiglie da quel pigro contegno assistenzialista che rovinava le belle giornate di sole con lamentose recriminazioni, con chiassose proteste conflittuali, troppo poco attente a quel benessere spirituale capace di impreziosire il merito personale con il gusto per gli affari.

Più semplice, quindi, riconoscere il portato strettamente ideologico e reazionario del parallelismo tra famiglie e imprese; caposaldo concettuale della letteratura neoliberale, da sempre allergica alla nozione di classe sociale.

Si disegna un nuovo corporativismo, non più forzato dalla disciplina di regime, ma assecondato dalle sirene persuasive della mentalità d’impresa, da più parti evocata per disciplinare una nuova stirpe di guerrieri che con coraggio potranno morire a difesa dei nostri valori così squisitamente democratici.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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