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Le élite europee accelerano verso una guerra costruita più dalla propaganda che dalla realtà, imponendo la leva e preparando la mobilitazione. I cittadini devono scegliere se accettare questa deriva o opporsi con proteste sociali ed economiche per fermare l’industria bellica.
Europa in stato d’allarme: la corsa cieca verso il baratro
C’è un elemento che dovrebbe inquietare più delle consuete fanfare belliciste: la rapidità con cui le élite europee stanno premendo l’acceleratore. Nel giro di poche settimane, decisioni che fino a ieri venivano sussurrate nei corridoi sono diventate proclamazioni ufficiali.
La reintroduzione della leva, annunciata quasi in contemporanea da Crosetto e Macron, funziona come un segnale inequivocabile: l’Europa sta abbandonando qualunque prudenza residua per abbracciare una logica di mobilitazione permanente. Non è un brusio di fondo, ma un cambio di passo. Una molla scattata dopo il fallimento dei famigerati “28 punti” boicottati senza pudore da un Parlamento europeo che ha ormai rinunciato anche solo a imitare il buon senso.
Mentre sul fronte diplomatico si intravede l’ipotesi – per quanto fragile – di un cessate il fuoco con la Russia, nelle capitali europee si ragiona in senso opposto: più la pace sembra possibile, più bisogna rendere la guerra inevitabile. È un ragionamento paradossale, ma estremamente funzionale a chi vive di tensioni, allarmi e stanziamenti militari.
La macchina bellica europea non è affatto improvvisata: è un ingranaggio oliato, circondato da consulenti, lobby e apparati mediatici che hanno il compito di creare l’atmosfera ideale, quella dove la paura diventa disciplina e la disciplina diventa consenso.
Quando la propaganda indossa l’elmetto
Il meccanismo è ormai riconoscibile a occhio nudo. Per far dimenticare ai cittadini che la guerra non è un destino, serve disorientarli con ogni mezzo possibile: scandali improvvisi, teatrini politici, false emergenze, polemiche di giornata.
In Italia, il ventaglio delle distrazioni ricorda un bazar: il consenso scritto ai rapporti sessuali, Atreju, la “casetta nel bosco”, la Nazionale, la discussione infinita sulla legge elettorale. Temi minuscoli, branditi come fossero questioni di vita o di morte, purché nessuno si accorga dell’unico tema che realmente incombe: l’Europa si sta preparando alla guerra.
Il mainstream si è calato perfettamente nella parte del caporale zelante. Ogni giorno la minaccia russa viene agitata come un feticcio, discussa senza una sola cifra seria, ripetuta da politici che recitano la parte dell’uomo forte ma tremano all’idea di un sondaggio sfavorevole.
Tutti si sentono in dovere di spiegare dove “dobbiamo stare”, come se la cittadinanza non avesse più voce in capitolo. È la più classica delle campagne pubblicitarie: solo che il prodotto, questa volta, è il conflitto.
La fase delle sanzioni rituali, dei pacchetti trimestrali e delle dichiarazioni ambigue è terminata. Ora si parla di “verità”, di “dovere”, di “difesa della democrazia”. Tre concetti svuotati di senso, usati come slogan di una leadership che ha perso ogni contatto con il comune sentire.
La democrazia, per questi signori, è diventata l’ennesimo utensile retorico: un pretesto per decidere come i cittadini debbano vivere — e morire.
Il vero interrogativo: quanto siamo disposti a tollerare?
La questione, a questo punto, non riguarda più le mosse delle cancellerie. Riguarda noi. Siamo davvero disposti ad accettare l’idea che la guerra sia inevitabile? A concedere alle élite europee il diritto di trasformare il continente in una caserma diffusa? A credere che la minaccia russa — agitata come un pupazzo da ventriloquo — giustifichi il sacrificio delle nostre libertà?
Se la risposta è no, allora è il momento di agire. Non con eroismi da romanzo, ma con strumenti collaudati: scioperi, manifestazioni, sit-in, presenze ostinate nello spazio pubblico. E con strumenti nuovi, pacifici ma incisivi: interrompere i flussi finanziari, chiudere conti correnti, usare soltanto carte prepagate, sospendere per un mese i pagamenti non essenziali. Una protesta economica contro chi da anni chiede sacrifici ai cittadini per sostenere l’industria bellica.
Perché il punto è semplice: non stiamo andando in guerra contro la Russia. Stiamo andando in guerra per chi produce armi, per chi specula sulle crisi, per chi ha trasformato la sicurezza in un affare privato. La minaccia non arriva da Mosca, ma dai salotti ovattati dove si decidono profitti e strategie. E finché i cittadini rimarranno passivi, il destino dell’Europa lo scriveranno loro.

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