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Dopo l’elogio di Bersani al Manifesto di Ventotene, emerge l’incoerenza della sinistra italiana: da nazionalizzazioni a privatizzazioni, ha demolito il welfare sotto l’egida europea. Maastricht, austerità e multinazionali hanno smantellato l’economia mista. Altro che antifascismo.
All’esame come privatisti: da Ventotene a Krupp e la smemoratezza di Bersani
– Fausto Anderlini*
Dopo aver ascoltato Bersani discettare, in preda allo scandalo, su quella parte del Manifesto di Ventotene dove si perorano i limiti sociali alla proprietà privata, mi è sovvenuto il ricordo di quella manifestazione che i DS bolognesi, vigente la segreteria Fassino, tennero al Paladozza all’indomani della sconfitta alle elezioni del 2001.
Ricordo che Andrea Mingardi aprì la sessione con uno straziante inno di Mameli cantato a cappella e che Bersani, ministro in tutti e tre i governi di centro-sinistra succedutisi dopo il ’96, fu l’oratore politico.
Ma soprattutto mi viene a mente Umberto Eco che leva in alto una moneta da un euro, indicandola come il talismano che apriva la prospettiva di un nuovo mondo, proteggendoci da ogni possibile rigurgito reazionario fascista su scala nazionale. Una moneta come una bandiera, e come un’arma. Un baluardo invincibile.
La cosa fece una certa impressione, perché non si era abituati a tanto e perché vigeva un certo sentore circa un rincaro dei prezzi con la conseguente caduta del potere d’acquisto (come poi avvenne, visto che il cambio reale euro/lira scalò rapidamente, in via di fatto, alla metà di quello ufficiale). L’ingresso nell’euro, massimo vanto del centro-sinistra, come rivendicato da Prodi, D’Alema e Amato, prese il volo con una clamorosa compressione dei salari.
Si diede la colpa al governo Berlusconi, che non aveva vigilato sui prezzi: una spiegazione debole, per quanto non falsa. Che ingenua illusione, che cazzata!
Ora Bersani ha fatto l’elogio di quella parte del Manifesto dove si recita che «La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio».
Un principio in qualche modo recepito, seppure in forma più sfumata, dall’art. 42 della Costituzione. Dandone nel contempo un’interpretazione ‘elastica’, infatti a suo dire se nei ’60, col primo centro-sinistra, la proprietà privata fu giustamente inibita con le nazionalizzazioni (emblematica quella dell’energia elettrica), nei ’90 e seguenti si è poi proceduto, altrettanto giustamente, attraverso le dismissioni e le privatizzazioni, pure in un quadro regolamentato dalla legge.
Insomma, a sentir lui, sempre stando dentro il pistone di Spinelli e Rossi. Un’interpretazione sostanzialmente di comodo, autogiustificatoria, e priva di fondamento. Questa reversibilità non è affatto contenuta nella dichiarazione del Manifesto.
Eh no, caro Bersani! La proprietà privata, una volta abolita, è abolita, certo non in generale, ma secondo il caso. Comunque, non si dovrebbe tornare indietro, esattamente come non si torna indietro una volta reinstaurato il privatismo. È nella dinamica delle cose.
Gli estensori del Manifesto non fecero altro che riproporre la teoria critica del monopolio già elaborata dalla corrente liberal-socialista del primo Novecento e posta a fondamento delle prime municipalizzazioni.
Teoria per la quale si doveva procedere alla pubblicizzazione di tutte le attività di servizio gestite in regime oligo-monopolistico. Ciò al fine di evitare sovra-profitti a danno dei consumatori e distorsioni nella libera concorrenza e nella formazione dei prezzi sul libero mercato. Un principio che non partiva dalla teoria marxista del valore, ma dai postulati dell’economia neoclassica stessa.
In Italia il massimo esponente di questa corrente fu il socialista Giovanni Montemartini, il quale si era formato in Austria sotto la guida di Menger e Bhom-Bawerk, maestri della teoria marginalista. Con ciò dimostrando, nella teoria e nella prassi, la compossibilità fra la teoria economica liberale ed elementi di socialismo.
Claudio Napoleoni si è spinto più avanti, arrivando a teorizzare, nel suo Il pensiero economico del ’900, la compatibilità fra la calcolabilità dei prezzi nella teoria dell’equilibrio con un’economia pianificata.
Uscendo dalla speculazione teoretica, si deve dire che la violazione di questi principi del Manifesto, nonché dell’art. 42 della Costituzione, non è avvenuta per opera della destra, feroce dal lato ideologico ma ineffettuale dal lato pratico, bensì del centro-sinistra a vocazione europea, con i suoi esponenti di maggior spicco, sia d’estrazione liberale come Ciampi, sia cattolica, come Prodi e Andreatta, sia social-comunista, come Veltroni, D’Alema e Bersani, Amato, Bassanini ed altri (la teoria è lunga).
Le riforme modernizzatrici allineate all’Europa hanno smantellato ogni forma di economia mista, facendo strame dello stesso pensiero liberal-socialista che si pretende di omaggiare a ogni piè sospinto. Molti beni pubblici sono stati privatizzati o affidati a una gestione capitalistica di fatto privatista. Si pensi alle multiutility e ai sovra-profitti incamerati a danno degli utenti (il ‘caro bollette’) a seguito della crisi energetica! Si vorrebbe fare dell’Europa l’emblema del welfare universalistico, seguendo una delirante resipiscenza. Nulla di più falso.
Nella cornice disegnata da Maastricht le regolamentazioni volte alla cosiddetta ‘inclusione’ sono solo fumo. Un welfare universalistico non è sostenibile sotto la dittatura neoliberista. La stessa strombazzata grande invenzione della separazione fra controllo e gestione, posta alla base dell’amministrazione, assieme al mantra della sussidiarietà, non ha fatto che rendere impotente la sfera pubblica.
Come si fa a controllare chi ha il coltello per il manico? Se Monti ha introdotto, quando era Commissario alla concorrenza, qualche limitazione a margine ai grandi conglomerati economico-finanziari, ora Draghi accusa la fallacia di quella politica, come causa del ritardo tecnologico. Il riarmo della Von der Leyen riporterà in auge il grande connubio fra Stati nazionali e grandi monopoli privati, esattamente come fu all’epoca di Krupp e del nazismo. Altro che Ventotene.
Questo sbandierare il Manifesto facendone la falsa coscienza di un antifascismo falso, edulcorato e meramente testimoniale, è insopportabile. Pianse Occhetto, ha pianto Fornaro, ma or che mi sovviene, anche Bersani ebbe a suo tempo, subito appresso alla carica dei 101 che avevano decollato la candidatura di Prodi, una crisi di pianto.

* Dalle riflessioni social di Fausto Anderlini
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