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Calenda ha trasformato la guerra Ucraina in un marchio personale: dal tatuaggio con il tridente, alle ospitate tv monotematiche, fino a tweet e polemiche. Più che strategia geopolitica, sembra un’operazione di branding.
Il tridente di Calenda come uniforme permanente: quando la politica diventa brand
Se ieri la politica italiana era fatta di discorsi ponderati, compromessi parlamentari e qualche incoerenza a cuor leggero, oggi l’immagine conta più delle parole. Azione, il partito personale di Carlo Calenda, ha trovato il suo logo permanente: il tridente.
Calenda, in un gesto plateale diventato immediatamente virale sul web, giorni fa si è fatto imprimere sull’avambraccio il tridente ucraino — il cosiddetto tryzub — e ha documentato la seduta sui social, accompagnandola con un laconico «E mo’ ce lo siamo tatuati per la vita. Slavaukraina».
Non era un atto privato, ma un manifesto. Un’operazione comunicativa al confine tra marketing identitario e propaganda bellica. Perché nella guerra di oggi non bastano le armi o le dichiarazioni: servono i corpi — i volti, e una buona connessione.
Il risultato è una politicizzazione dell’estetica, dove il simbolo della resistenza ucraina diventa una sorta di uniforme permanente per chi vuole segnalare, a costo zero, la propria fedeltà a un campo. E al contempo trasformare ogni dissenso in sospetto di “tradimento”.
Telegiornali, talk show, tweet: la guerra continua in TV
Ma il tatuaggio è solo l’ultimo atto di uno spettacolo mediatico che Calenda porta avanti da mesi. Il senatore non perde occasione per apparire in tv e intervenire sul conflitto — ogni volta con ovvie certezze, mai con dubbi, quasi come se London Calling fosse già suonato per l’Europa.
Il leader – e probabilmente anche unico elettore di Azione – è riuscito nell’mpresa di attaccare persino il governo italiano – che fin qui è stato uno dei più sdraiati con Zelensky – accusandolo di disattenzione verso Kiev e definendo la sua posizione “da Italietta”, “in cerca di compiacere gli Stati Uniti con frasi generiche”.
Nella sua agenda pubblica, tra un ospitata e l’altra, ogni questione nazionale — dall’economia al lavoro, dal sociale all’immigrazione — sembra subordinata al tema Ucraina. Un’esposizione indefessa che riduce la geopolitica a una narrazione manichea: buoni (noi, l’Occidente, Calenda) contro cattivi (Putin e ogni diplomatico troppo cauto).
Nel corso del 2025, Calenda ha rilanciato l’idea che chi non sostiene senza tentennamenti Kiev sarebbe parte del problema, una specie di sasso nell’ingranaggio del “fronte democratico”.
È un copione che si ripete ogni sera in tv, un copione in cui l’argomento non è la pace, ma la subordinazione delle politiche europee a una missione eroica permanente. In questo schema l’”aggiustamento diplomático” diventa tradimento, la prudenza diventa indecisione, la diplomazia diventa colpevole.
Il calcolo politico dietro l’impegno simbolico
Naturalmente, non ci sarebbe niente di male nell’esprimere solidarietà a un popolo in guerra. Ma quando la solidarietà diventa brand personale, esibizione permanente, e occupa l’intero spazio mediatico, il gesto politico si trasforma in marketing. È una strategia: galvanizzare la tribuna pubblica, polarizzare il consenso, rafforzare l’identità di partito.
Il tridente tatuato non è simbolo di pace: è simbolo di schieramento. E il fatto che arrivi come ultimo atto di uno show racconta molto di come Calenda intenda la politica: non come mediazione, non come responsabilità, ma come performance.
La reputazione conta più delle idee, questo tipo di attivismo non fa che alimentare l’illusione di un impegno morale permanente — disposto alla battaglia, ma senza peso politico reale. Perché mentre si sventola la bandiera ucraina sul polso, con le dichiarazioni sforbiciate in tv e i selfie militanti, altri problemi del paese restano sullo sfondo: crisi economica, disuguaglianze, deterioramento dei servizi.
Alla fine, l’ossessione ucraina di Calenda sembra meno un atto di solidarietà e più un’escalation simbolica. Meno una scelta geopolitica e più una posa mediatica. Una vernice morale che copre (con successo) la vacuità di ogni proposta concreta.
Con l’aggravante — non da poco — che chiunque provi a dubitare di quel tridente viene etichettato come “filo‑Putin”. Un meccanismo semplice e brutale: non un dibattito, ma un filtro.

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