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Un questionario dell’Autorità garante per infanzia e adolescenza coinvolge i ragazzi in scenari di guerra, normalizzando il linguaggio bellico mentre si censura l’educazione affettiva. Una pedagogia del conflitto sostituisce la formazione critica: così l’Italia coltiva giovani “responsabili” ma non consapevoli.
Così si fabbrica il consenso: educare i minori alla guerra, non al pensiero
Esiste un momento, in ogni società, in cui la propaganda smette di bussare alla porta e decide di accomodarsi direttamente in salotto. Nel nostro caso, ha scelto di presentarsi in forma di questionario: un documento di trenta e più quesiti, pubblicato con disinvoltura dall’Autorità garante per l’infanzia, rubricato sotto il titolo neutrale “Guerra e conflitti”.
Nessun allarme, nessuna firma criptica da apparato militare: solo un modulo rivolto ai ragazzi, come se si trattasse di un compito di educazione civica un po’ più pepato.
Tra le domande, ne spicca una che per equilibrio retorico ricorda certi esercizi di filosofia morale: “Se il tuo Paese si trovasse in guerra, ti sentiresti responsabile? Saresti disposto ad arruolarti?”. L’interrogativo, formulato con tale grazia burocratica, invita adolescenti che ancora devono familiarizzare con il voto, la fiscalità o la guida di un motorino a valutare con serenità il proprio potenziale martirio.
L’Italia, pare, ritiene che la maturità politica inizi dall’ipotesi di arruolamento: un prerequisito come un altro, molto più rassicurante dell’apprendimento dell’affettività, che invece continua a essere descritto come un’inaccettabile deriva morale.
Del resto, la didattica bellica ha un suo fascino intramontabile: non genera imbarazzi, non apre dibattiti sul consenso, non obbliga gli adulti a interrogarsi su nulla di realmente complesso. E soprattutto consente allo Stato di coltivare un muscolo che negli ultimi decenni ha mostrato un ego ipertrofico: quello dell’autorappresentazione virile.
Una pedagogia del conflitto mascherata da ricerca sociale
La trovata sarebbe già discutibile di per sé, ma la questione diventa quasi grottesca se si osserva chi guida l’istituzione responsabile: Marinella Giannina Terragni, giornalista dal curriculum zigzagante, più nota per le sue battaglie ideologiche che per un qualsiasi contributo alla tutela dei minori.
Una presenza ricorrente nelle tribune del conservatorismo culturale, dove la formazione giovanile è spesso evocata come un campo semantico da bonificare piuttosto che da proteggere.
Ed eccoci così a un paradosso degno della commedia dell’assurdo: l’organo incaricato di difendere i ragazzi dall’ingerenza degli adulti diventa improvvisamente la cinghia di trasmissione di un immaginario bellico, confezionato con la nonchalance di chi propone un PCTO in trincea. Nulla che riguardi i corpi, le relazioni, il consenso: lì si grida allo scandalo. Ma introdurre nel quotidiano dei liceali la suggestione che un conflitto imminente li renda già responsabili? Quello, a quanto pare, è perfettamente accettabile.
L’intera operazione ha un retrogusto da “normalizzazione pedagogica”: si familiarizza l’opinione pubblica giovanile alla lingua della guerra, ma in versione omeopatica, così diluita da risultare quasi innocua. Quasi. Perché il messaggio implicito non ha bisogno di proclami: la pace è un’ipotesi remota, e bisogna addestrarsi emotivamente.
A rendere il tutto ancor più surreale è la qualità stilistica del questionario: una sequela di condizionali instabili e congiuntivi sofferenti, che restituiscono l’idea di un Paese talmente indeciso da non saper decidere nemmeno come porre un quesito.
Eppure, paradossalmente, è proprio quella fragilità grammaticale a offrire un minimo di sollievo: in un mondo dove i comandi vengono calibrati, se non altro, la confusione verbale può fungere da deterrente involontario.
Dietro questa patina di innocente ricerca sociale, però, si muove un disegno più vasto: l’abitudine al linguaggio del conflitto. Non siamo ancora al livello degli spot militari in prima serata, ma la traiettoria non lascia presagire nulla di rassicurante.
L’idea di fondo sembra essere che una generazione politicamente disinnescata possa essere ricondotta a un’identità nazionale attraverso la mobilitazione potenziale. Un patriottismo precoce, confezionato per ragazzi che hanno appena iniziato a comprendere il mondo, ma non sono ancora autorizzati a decidere nulla che li riguardi davvero.
L’effetto finale è una pedagogia invertita: invece di formare cittadini capaci di leggere la complessità globale, si coltiva un immaginario pronto al sacrificio, un eroismo di carta che sopperisce a una povertà educativa molto reale. L’Italia preferisce che i suoi adolescenti siano preparati a un eventuale conflitto, ma non che siano preparati a capire perché i conflitti nascono. È un metodo. Rivedibile, certo. Ma molto coerente con una classe dirigente che considera la maturità civile una minaccia e il consenso un accessorio.

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