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giovedì 19 Maggio 2022
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Il Quinto potere di Lumet, il confronto tra un mondo che finisce e uno che emerge, spietato: il nostro

Howard Bill: Quando una tra le più grandi corporazioni del mondo controlla la più efficiente macchina per una propaganda fasulla e vuota, in questo mondo senza Dio, io non so quali altre cazzate verranno spacciate per verità, qui! (Quinto potere, 1976)

Il Quinto potere

È fin troppo semplice leggere Quinto potere con gli occhi di oggi e definirlo profetico. Come in ogni momento catartico della storia recente, e la guerra in Ucraina è già uno di quelli, sugli schermi tv impazzano i paladini intransigenti dei valori occidentali, sempre più simili all’immagine del nemico di cui fanno la caricatura.

Non è solo il campo di battaglia a essere protagonista in questo primo mese in cui la guerra è tornata sul suolo europeo: i media, infatti, hanno un ruolo fondamentale nel conflitto tra opinionismo, propaganda, social e simbologia.

La differenza tra informazione e propaganda è un elemento fondamentale di igiene democratica perchè in base a quello molto spesso si formano idee e coscienze.

Si potrebbero riempire pagine limitandoci soltanto al caso italiano, sovrapponendolo alla pellicola di Sidney Lumet, in cui la commistione tra informazione e spettacolo è arrivata a una forma estrema per cui anche la morte fa parte dell’intrattenimento.

Il film di Lumet, uscito nel 1976, è quello che un tempo avremmo chiamato “cinema di denuncia” che mette nel mirino l’immenso potere del mezzo televisivo e non solo, ma che in realtà ci mostra con toni ironici a volte, amari altri, un’umanità privata dei sensi, che non sa osservare realmente, che non sa ascoltare, che non sa parlare. Riceve tutto passivamente.

Il linguaggio di Lumet è inequivocabile, con il suo cinema essenziale che arriva immediatamente al punto, con quella rara capacità di saper guardare quello che avviene, nel periodo in cui sta avvenendo, e mostrarne contemporaneamente le conseguenze.

L’azione si svolge quasi sempre tra uffici e studi televisivi, stanze distaccate dalla realtà, in cui il chiacchiericcio, assolutamente autoreferenziale, diviene suono indistinto tra i rumori dei telefoni e delle macchine da scrivere.

Peter Finch, nella parte iconica di Howard Bill, il giornalista colto da esaurimento nervoso che diviene una sorta di santone, è teatrale nel ruolo di predicatore mediatico, un personaggio shakespeariano che nella sua follia rivelatrice finirà per soccombere tragicamente per effetto delle sue stesse verità.

William Holden, l’altro protagonista, interpreta un importante dirigente televisivo sul viale del tramonto che con la sua relazione con Diana (Faye Dunaway), giovane manager televisiva priva di morale, capace di raggiungere l’orgasmo ascoltando le percentuali di ascolto e le previsioni di guadagno, diviene il pretesto per un confronto tra un mondo che finisce e uno che emerge, spietato.

Quinto potere vinse quattro Oscar, tra cui quello meritatissimo per la miglior sceneggiatura originale a Paddy Chayefsky.

Quinto Potere (Sidney Lumet – 1976) Primo monologo di Howard Beale

“Perché l’unica verità che conoscete è quella che ricevete alla TV! Attualmente, c’è da noi un’intera generazione che non ha mai saputo niente che non fosse trasmesso alla TV. La TV è la loro Bibbia, la suprema rivelazione. La TV è la più spaventosa, maledettissima forza di questo mondo senza Dio, e poveri noi, se cadesse nelle mani degli uomini sbagliati.
Quindi se volete la verità andate da Dio, andate dentro voi stessi, amici, perché quello è l’unico posto dove troverete mai la verità vera.”

 

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Marquez
Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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