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Ozon adatta Lo straniero senza tradirlo: elimina spiegazioni e costruisce un cinema dell’assurdo. Immagini spoglie, ritmo rarefatto e opacità percettiva rendono l’esistenza senza senso di Meursault un’esperienza visiva, non narrativa.
L’assurdo come esperienza dello sguardo: Camus, il cinema e la sospensione del senso
Lo straniero di François Ozon prende le mosse dall’omonimo romanzo di Albert Camus, ma non si limita a seguirne la traccia. Si misura con una scrittura tra le più elusive da trasporre sullo schermo, cercando una forma visiva capace di restituire la tensione dell’assurdo senza ridurla a spiegazione.
All’interno della filmografia di Ozon, questo lavoro rappresenta una svolta significativa: noto per opere in cui il dispositivo narrativo e psicologico è centrale – da Swimming Pool a Dans la maison – qui il regista riduce al minimo la costruzione interpretativa, orientandosi verso una forma più spoglia e radicale. Già in Frantz il bianco e nero aveva introdotto una riflessione sullo sguardo e sulla memoria; in Lo straniero questa ricerca si estremizza fino a diventare elemento decisivo della costruzione e diventa parte del dispositivo percettivo del film: il nero si stempera in una gamma di grigi che dissolve ogni certezza, mentre un bianco spesso abbagliante invade lo schermo come una forma di eccesso visivo. Non chiarisce, ma destabilizza. In termini fenomenologici, l’immagine non si offre come rappresentazione del mondo, ma come esperienza del suo apparire.
La sfida sta nello stile di Camus: una prosa secca, precisa, per lo più neutra, che registra i fatti senza attribuire loro un significato morale. Il senso nasce nello spazio vuoto tra gli eventi e il loro racconto. Il film raccoglie questa eredità trasformandola in forma visiva attraverso inquadrature immobili, dialoghi rarefatti, ritmo dilatato. È un cinema che sottrae, non guida ma espone.
In questo senso, non si limita a essere un adattamento letterario, ma si avvicina a una traduzione dell’esperienza stessa del pensiero camusiano. L’assurdo non viene spiegato, ma reso percettivamente abitabile: ciò che si vede non rimanda a un significato ulteriore, ma insiste nella sua opacità, nella sua presenza irriducibile. È qui che il film si avvicina a una forma di esistenzialismo visivo, in cui il senso non è un contenuto da decifrare, ma una condizione dello sguardo, in linea con una tradizione cinematografica che va da L’avventura a Stalker.
La vicenda è essenziale: Meursault, interpretato da Benjamin Voisin, riceve la notizia della morte della madre e partecipa al funerale senza manifestare il dolore atteso. Nei giorni successivi torna alla sua routine: il lavoro, la relazione con Marie, la frequentazione di Raymond, coinvolto in affari ambigui. Durante una giornata al mare, sotto un sole opprimente, Meursault uccide “un arabo” senza motivo apparente. Arrestato e processato, si trova al centro di un giudizio che riguarda meno il delitto e più il suo modo di essere nel mondo, la sua indifferenza, la sua sottrazione alle forme condivise dell’espressione emotiva.
Sullo sfondo si intravede la realtà dell’Algeria coloniale francese degli anni Trenta e Quaranta: una società strutturata da gerarchie implicite, in cui la presenza araba resta ai margini del discorso e della rappresentazione. Questo sfondo non funziona come semplice contesto storico, ma come parte integrante di una visibilità diseguale che il film non esplicita ma lascia emergere nella sua stessa superficie.
Accanto a Meursault emerge la figura di Marie, interpretata da Rebecca Marder. Nel film, come nel romanzo, rappresenta una presenza luminosa e concreta, legata alla dimensione più immediata del corpo e del desiderio. Tuttavia, la sua funzione non è quella di semplice controcampo emotivo: Marie non “interpreta” Meursault, ma ne rivela la distanza dal mondo affettivo convenzionale. La sua vitalità, il suo desiderio di costruire una relazione, la sua richiesta implicita di reciprocità mettono in evidenza, per contrasto, l’impossibilità di Meursault di aderire ai codici dell’amore come narrazione condivisa. In questa prospettiva, il personaggio diventa anche una misura del limite del protagonista: non un’alternativa salvifica, ma un punto di contatto mancato.
L’interpretazione di Marder accentua questa dimensione con grande sottrazione espressiva. Il suo lavoro non insiste sul dramma, ma su una presenza costante, fatta di gesti minimi e di una sensibilità trattenuta. Marie non è idealizzata né ridotta a funzione narrativa: resta un corpo vivo che cerca connessione in un mondo in cui la comunicazione emotiva non trova risposta. Proprio questa discrepanza rende il personaggio uno dei punti più umani e al tempo stesso più dolorosi del film.
La storia segue così Meursault come figura liminale, non tanto un personaggio psicologico, quanto una forma di coscienza che rifiuta di trasformare l’esperienza in narrazione condivisa. È questo, più ancora del delitto, che lo rende inaccettabile. Il processo diventa allora il luogo in cui la società tenta di ricondurre l’opacità dell’esistenza a una forma di leggibilità morale.
In questa prospettiva, il film si avvicina alla riflessione fenomenologica di Maurice Merleau-Ponty in cui il senso non precede l’esperienza, ma emerge nella relazione incarnata con il visibile. Ozon non illustra questa idea, ma la mette in forma cinematografica: lo spettatore resta dentro una superficie di eventi che non si lasciano ridurre a spiegazione.
Il film non cerca dunque di risolvere l’enigma di Meursault, ma di mantenere aperta la sua indeterminazione. In questo senso, il protagonista non è un’eccezione ma una possibilità latente, ciò che emerge quando vengono sospese le convenzioni attraverso cui normalmente diamo forma alle emozioni e ai comportamenti. Meursault diventa così una figura speculare dell’uomo contemporaneo, non perché lo rappresenti, ma perché ne mette in crisi i dispositivi di leggibilità.
Rispetto al romanzo, cambia profondamente il tipo di coinvolgimento. Nel libro tutto passa attraverso la voce interiore del protagonista, mentre il cinema trasforma il pensiero in visibilità, esponendo lo spettatore a una forma di esperienza non mediata dalla spiegazione.
In questa direzione si colloca anche la sequenza della ghigliottina: Meursault sale verso l’esecuzione capitale su una collina, incontrando la madre. È una scena che introduce una dimensione simbolica assente nel romanzo, dove la morte resta interamente mentale. Qui, invece, la fine diventa immagine, ma un’immagine che non chiude il senso, lo sospende ulteriormente.
Il confronto con altre versioni cinematografiche chiarisce la specificità di Ozon. Nel film Lo straniero di Luchino Visconti (1967, con Mastroianni), la narrazione tende a rendere il protagonista più leggibile psicologicamente, inscrivendo la vicenda in una struttura narrativa più classica. In Yazgı (Destino) di Zeki Demirkubuz (2001, con Serdar Orcin), invece, l’assurdo viene tradotto in una forma più esplicitamente esistenziale e quotidiana, in cui le conseguenze emotive sono maggiormente esplicitate e rese narrativamente accessibili.
Ozon si colloca altrove: non semplifica né spiega, ma insiste sull’opacità come forma del reale. Il suo cinema non interpreta Camus, ma tenta di restituire una condizione percettiva in cui il senso non è dato, ma continuamente sospeso nell’esperienza.
Nel complesso, Lo straniero non è soltanto un adattamento, ma un dispositivo estetico e filosofico che trasforma il romanzo in esperienza sensibile dell’assurdo. Non offre consolazioni interpretative, ma una visione in cui il significato non precede lo sguardo, bensì lo attraversa senza mai stabilizzarsi.

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