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Achtung! Boomer! L’avviso è fondamentale se avete meno di cinquant’anni e vi siete imbattuti in questo articolo perchè il sentimento di nostalgia ridonda dopo l’annuncio della quasi cancellazione di 90° Minuto, un programma che ha segnato la storia della televisione italiana.
Anche se non sparirà del tutto, con una programmazione ridotta su tre giorni (sabato, domenica, e lunedì), la sua importanza si è inevitabilmente sbiadita nel tempo. E il nostro commento malinconico è più per il “come eravamo” che per “quello che è” (programma incluso).
Il Tramonto di 90° Minuto
La decisione di ridimensionare il programma può sembrare logica e forse è arrivata persino in ritardo. Da anni ormai, il format di 90° Minuto, incentrato sui riflessi filmati della Serie A, risultava superato.
Gli sforzi di reinventarsi come talk show non sono riusciti a mantenere vivo quello che è stato per decenni molto più di un semplice programma televisivo: 90° Minuto è stato un fenomeno culturale, un simbolo della domenica italiana, un appuntamento imperdibile.
Era un momento di attesa in un’epoca in cui la vita scorreva più lentamente, offrendo l’emozione di vedere ciò che si era solo ascoltato alla radio, o di rivivere le emozioni vissute allo stadio.
Le origini
La storia di 90° Minuto affonda le sue radici nel 1953, con la nascita della Domenica Sportiva. Tuttavia, è solo nel settembre del 1970 che viene lanciato il programma, allora chiamato Novantesimo Minuto.
L’idea venne a Paolo Valenti, conduttore storico, Maurizio Barendson, e Remo Pascucci, che rivoluzionarono il modo di raccontare il calcio in televisione.
Le prime edizioni erano concentrate sull’essenziale, con una durata di circa 15 minuti, durante i quali venivano presentati i risultati e i riflessi filmati delle partite principali.
Questa semplicità iniziale, però, si sarebbe evoluta in qualcosa di più grande, diventando una parte fondamentale delle domeniche italiane. Come raccontò Barendson, 90° Minuto colmava un vuoto, intercettando un bisogno informativo che fino ad allora non era stato soddisfatto dalla televisione.
L’era d’oro
Con il passare degli anni, il programma si andò trasformando, ampliandosi e diventando più ricco e soprattutto più lungo nel minutaggio. L’introduzione della tecnologia RVM e delle immagini a colori permise al programma di raggiungere nuove vette di popolarità, con un pubblico che superava i 20 milioni di telespettatori.
Gli inviati, personaggi diventati iconici nell’immaginario popolare, come Luigi Necco e Tonino Carino, Gianni Vasino e Giorgio Bubba, hanno contribuito a creare uno stile unico, mescolando cronaca e colore.
Paolo Valenti, che ha condotto il programma fino alla sua morte nel 1990, seppe sfruttare al meglio le potenzialità del format, creando un team di giornalisti capaci di coinvolgere gli spettatori con la loro personalità e il loro approccio innovativo al racconto sportivo.
Il declino inarrestabile
Gli anni ’90 hanno segnato l’inizio del declino di 90° Minuto. L’arrivo delle pay-tv e la possibilità di seguire le partite in diretta hanno cambiato per sempre il panorama televisivo sportivo.
A partire dalla stagione 1992/1993 – e fino al campionato 1998/1999 – a condurre il programma è Giampiero Galeazzi.
A quel punto 90° minuto passa di competenza alla Testata Giornalistica Sportiva, e i corrispondenti dalle sedi regionali della Rai vengono sostituiti da inviati della redazione, giornalisti che si collegano dai pullman regia nei pressi dello stadio.
Gli anni 2000 vedono un frequente alternarsi di conduttori, rubriche, opinionisti e cambi di rete e di orari. Paola Ferrari, nel 2003, è la prima donna a condurre il programma; arriva poi il cambio di rete, da Rai 1 a Rai 2 (2008).
Anche se il programma ha cercato di adattarsi, l’impatto degli inviati si è gradualmente affievolito, e il formato tradizionale è diventato sempre più anacronistico.
Qualcuno, sinceramente, ricorda un momento o un conduttore, un giornalista, qualcosa insomma delle ultime edizioni? La risposta è chiara. Inutile infierire.

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