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Il 21 luglio è venuto a mancare a 76 anni Salvatore Piscicelli, il regista di ‘Immacolata e Concetta‘, ‘Le occasioni di Rosa’, ‘Maria Capasso‘. Il suo debutto nel panorama cinematografico italiano fu un vero e proprio terremoto stilistico e linguistico.
Per buona parte della sua vita artistica, Piscicelli è stato accompagnato dal silenzio, causato dalle difficoltà produttive che hanno frenato i suoi progetti e, in parte, dal suo disinteresse a combattere in un’industria sempre più omologata, dominata da logiche che disprezzava.
Ha cercato di mantenere un’indipendenza artistica per garantire che la sua visione politica rimanesse libera da pressioni esterne. E forse questo dovrebbe far riflettere sullo spreco di talenti nel nostro cinema.
La Napoli mortifera e vitale di Salvatore Piscicelli
Salvatore Piscicelli rappresentava una Napoli distante anni luce da quella di Maurizio De Giovanni o Roberto Saviano.
Infischiandosene della buona recitazione, come pure della denuncia banale e dei luoghi comuni, dava vita a un cinema che aveva altre frecce al suo arco. E lo faceva con pochi film che raccontavano l’energia di una città.
Non c’era solo delinquenza e eroina nel suo cinema ma: delinquenza, eroina e soprattutto vita, tanta vita di ragazzi che amavano, si tradivano, si drogavano, ascoltavano musica, sognavano. Una visione della città di una ricchezza non facilmente riscontrabile.
Proposta con un linguaggio crudo e vitale, oggi forse non più proponibile, come il primo Lanzetta, i Bisca di Sottoprodotti o il Pino Daniele che cantava in napoletano “sono volgare e so che nella vita suonerò, so’ blues, astregne e diente e sona mo’”.
Era la Napoli degli anni ’80, un mare aperto o, se preferite, un magma incandescente, laddove oggi è una metropoli in itinere, come sempre, ma con qualche punto d’approdo, instabile, da emendare, puntellare, correggere ma non proprio reversibile (si chiama modernità, non volevate la modernità?).
La sua colonna sonora era il blues metropolitano, che non era vero e proprio blues, perché dentro c’era il mediterraneo, la fusione, un piccolo crogiolo di lingue bastarde. Il terzo film di Piscicelli se ne occupa, con Pino Daniele – il nostro Caetano Veloso come Troisi fu il nostro Roland Barthes – che si staglia e un po’ occupa la scena, con la sua band ruggente nel mitico concerto alla Mostra d’Oltremare.
In mezzo a felici intuizioni, cattive prove attoriali ma distanza massima dall’estetica da videoclip priva di consistenza di altri registi di oggi. Piscicelli è stato poco o niente omaggiato in queste ore.
La Rai o altri non si sono preoccupati di mandare né “Le occasioni di Rosa“, che pure all’epoca fece parlare di sé, né altro suo film (forse trovate solo quello di qualche tempo fa con Luisa Ranieri). Ma il regista di Pomigliano fu ignorato innanzitutto in vita.
Come lo sarebbe stato Calligari se non ci fosse stato Mastrandrea e l’ultimo lavoro, con attori celebrati dell’attuale cinema italiano, come non accadrà forse a Capuano, solo perché omaggiato da Sorrentino ne “La mano di Dio”. Così va il mondo.

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