Il paradosso Allen: l’uomo che non si è mai sentito a casa nel mondo

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A 90 anni Woody Allen resta il maestro del paradosso: tra panchine iconiche, nevrosi filosofiche e battute celebri, il suo cinema continua a smascherare la nostra confusione esistenziale. Un autore colto e corrosivo che ha trasformato il disagio personale in una forma d’arte.

Woody Allen a 90 anni: il genio che non ha mai smesso di metterci a disagio

Woody Allen ha compiuto novant’anni, un traguardo che per qualunque cineasta rappresenterebbe l’occasione per un bilancio sereno, magari con qualche autocelebrazione. Non per lui. Allen continua a muoversi nel panorama culturale come un ospite capitato per sbaglio alla festa sbagliata: osserva, nota, ironizza, scivola via lasciando dietro di sé un battito d’ali e una battuta tagliente. La sua intera opera potrebbe essere riassunta nella citazione più celebre: «Se Dio esiste, spero che abbia una buona scusa.» Una frase che, più di tanti saggi teologici, mette a nudo la fragilità dell’impalcatura morale con cui tentiamo di dare forma al caos.

Il suo è sempre stato un doppio registro: da un lato, la ridicolizzazione del banale, del luogo comune spinto fino alla caricatura; dall’altro, il capovolgimento improvviso del senso comune, il paradosso usato come lente filosofica. Dietro le sue nevrosi, le sue psicosi borghesi e i suoi occhiali anni Settanta, c’è in realtà una riflessione ampia e tragica sulla condizione umana. Ma, essendo Allen, preferisce offrircela su una panchina piuttosto che in cattedra.

E quelle panchine, del resto, sono diventate parte integrante del suo linguaggio: elementi scenici che funzionano come confessionali laici. Non a caso, nella sua autobiografia A proposito di niente, ostracizzata prima di uscire per la nota vicenda giudiziaria conclusa con un’assoluzione che nessuno dei suoi detrattori ha mai digerito, l’incipit è già un film in miniatura: «Adesso sono pronto per nascere… Un mondo in cui non mi sarei mai sentito a mio agio…» Una dichiarazione d’intenti. O, meglio, una resa preventiva.

Le panchine come atlanti dell’anima

Tra le infinite ricorrenze del suo cinema — i dialoghi torrenziali, le nevrosi, la filosofia masticata tra un panino e un consulto psicoanalitico — le panchine restano un dispositivo narrativo unico. In semiotica diremmo che sono elementi diegetici: luoghi in cui l’azione non si ferma, si condensa.

In Pallottole su Broadway, in Anything Else, in Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, la panchina è l’equivalente di un palcoscenico. Ma nulla supera l’icona assoluta: la panchina lungo l’Hudson in Manhattan, dove Ike e Mary — cioè Allen e Diane Keaton — attendono l’alba osservando New York come due reduci di una guerra che non hanno mai combattuto.

Quella panchina è diventata una reliquia laica, forse la più efficace metafora dell’intera sua poetica: due esseri umani minimi, schiacciati dallo skyline, che cercano di dare un senso al loro esistere a colpi di parole.

Allen ha sempre preferito che fossero i suoi personaggi a interrogarsi sul senso della vita, come se la filosofia fosse un’attività per la quale lui stesso non avesse mai avuto abbastanza fede. Emblematica, in questo senso, la figura di Abe Lucas in Irrational Man, professore filosofo che incarna l’alter ego più cupo dell’autore. Abe scopre che riflettere non serve a nulla, che i sistemi di pensiero dei grandi filosofi sono impalcature vuote, e arriva alla conclusione che solo l’azione — anche la più folle — riscatti l’uomo dalla sua irriducibile inutilità. È l’ennesimo cortocircuito: Allen, sacerdote del cinema della parola, crea personaggi che fuggono dalla parola stessa.

Le cose per cui vale la pena vivere

C’è però un frammento che più di ogni altro racchiude la sua visione tragica e comica della vita. È l’elenco finale di Manhattan, un piccolo manifesto esistenziale recitato con il tono di chi tenta di convincere prima di tutto sé stesso:

«Perché vale la pena di vivere? … Io direi… il vecchio Groucho Marx… Joe Di Maggio… la sinfonia Jupiter… Louis Armstrong… i film svedesi… Flaubert… Marlon Brando, Frank Sinatra… le mele e pere di Cézanne… i granchi da Sam Wo… il viso di Tracy…»

Quando eravamo adolescenti forse non capivamo cosa ci fosse di così folgorante nel “viso di Tracy”. Oggi, forse, sì. Perché quel viso è la sintesi di tutto ciò che Allen ha cercato: una bellezza imperfetta, un lampo di grazia nell’angolo più banale dell’esistenza, una giustificazione momentanea alla fatica di vivere.

E in quell’elenco, ormai, dovremmo includere anche lui. Woody Allen stesso: il più amato, il più detestato, il più frainteso shmiel del cinema moderno. Un uomo che ha trasformato la sua disadattata fragilità in una lezione di ironia e inquietudine lunga novant’anni.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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