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giovedì 25 Febbraio 2021
Tecnè Ma poi com'è finita la diatriba tra Robert Fripp e Francesco Donadio?

Ma poi com’è finita la diatriba tra Robert Fripp e Francesco Donadio?

Che il 2020 sia stato un anno molto particolare, usiamo questo eufemismo, è fuori discussione. Per esempio, ricorderete, c’è stato un momento in cui, durante il lockdown, nell’arena dei social spuntò una colorata diatriba che contrapponeva Francesco Donadio a Robert Fripp. Ma com’è andata a finire?  Lo chiediamo direttamente al protagonosta.

Francesco Donadio è un giornalista musicale molto stimato e competente, ha un numeroso seguito di appassionati di musica e addetti ai lavori: inoltre, cosa che non guasta, è molto simpatico, loquace, più di quanto pensassi; perciò le domande scomode, diventano motivo di piacevole conversazione.

Francesco, com’è andata a finire la polemica con Robert Fripp? Ti aspettavi tutto questo rumore ?

Penso che quella sia stata la cosa più surreale di quest’anno. Anno già surreale di per sé. Il fatto che Robert Fripp abbia letto un mio post leggermente critico e si sia sentito in dovere di rispondermi più volte, citandomi una dozzina di volte nei suoi blog, come esempio di invidioso, a me ha veramente stupito. La polemica è durata nel tempo perché l’ha ripopolata lui. Io ho fatto ben poco.

Penso ci sia stato un problema di tempistica, nel senso che, in Italia, nel periodo in cui lui ha fatto quei video con Toyah la moglie, c’era il Covid, mentre in Inghilterra, non era ancora arrivato e non si capiva bene. Qui morivano 1000 persone al giorno, c’era gente tappata in casa in appartamenti piccolissimi di 40-50mq. Facendo quei video, io ho fatto semplicemente una critica perché c’era gente che stava soffrendo.

Era un messaggio per le 1000-1500 persone che mi seguono su Facebook e, a parte tutto, adoro Fripp. Lui ha fatto almeno due dei dischi più importanti della storia della musica e ha suonato i tre assoli a cui sono più affezionato nella storia del rock. Ci sono rimasto male, ma è andata così.

Com'è finita la diatriba tra Robert Fripp e Francesco Donadio

Una volta hai detto: “Se non ci fosse stato il punk, io non sarei qui a scrivere”. Cos’ha significato per te il punk rock?

Il punk è stato il motivo per cui ho cominciato ad ascoltare musica. In quel momento, da adolescente, la musica, l’adrenalina e l’immaginario di quell’epoca mi portavano in un altro mondo, in un mondo esotico che era lontanissimo da quell’Italia degli inizi degli anni’80. E’ stato un grande amore.

Avevi un’attitudine punk all’epoca?

Più che punk ero Mod, lo sono stato per un anno, nell’80-’81..

Qual è il tuo background musicale?

Il mio background musicale è abbastanza classico, avendo un fratello più grande di 4 anni. Fra le prime cose che ho sentito ci sono: Beatles, Who, Pink Floyd, Genesis, Jethro Tull e Van Der Graaf Generator. Tutto antitetico rispetto a quello che poi ho cominciato ad ascoltare per conto mio. Da un certo punto in poi, grazie a Punto Radio, una emittente romana che trasmetteva musica punk e new wave, ho cominciato ad ascoltare un tipo di musica diversa, fondamentale per quello che sarebbero stati i miei ascolti successivi.

Il primo concerto che hai visto?

Meglio non dirlo, lo vidi per disperazione: i Pooh avevo 14-15 anni. In quel periodo in Italia non veniva nessuno a suonare e confesso questo peccato originale!

Nel fulcro della mia adolescenza, finalmente, si sbloccò in Italia la situazione dei concerti (dal 1975-79 non se ne vedevano). Per cui il primo vero concerto della mia vita sono stati i Devo a Castel S. Angelo nell’Estate del 1980 e poi in seguito Stranglers, Ramones ecc.

 

 

Ho letto fra i tuoi post di Facebook che i concerti più belli sono anche quelli che non hai visto: Rolling Stones a Napoli 1982, REM a Perugia 1989. Ma quali sono i concerti più belli che hai visto?

Il più bello che ho visto è stato quello dei Clash a Firenze nel 1981, a livello di rock’n’roll meglio di quel concerto ci sono stati solo gli Stones nel 1971, ma chiaramente non li ho visti.

Per vedere un concerto, affrontavi spesso dei lunghi viaggi?

Sono andato spesso a Londra e tanti concerti li ho visti lì. Da un punto di vista acustico e organizzativo, l’esperienza di un concerto a Londra era un’altra cosa. Uno dei concerti più belli in assoluto che ho visto sono stati i Kinks al Town and Country Club nell’89. Non erano al massimo perché di lì a 4-5 anni si sarebbero sciolti, però, il luogo, l’acustica e il pubblico (anziani mod degli anni’60) hanno contribuito a creare un’esperienza unica. Quei concerti così li vedi solo a Londra!

Ma poi com'è finita la diatriba tra Robert Fripp e Francesco Donadio

Eri a Bari 3 anni fa per Iggy Pop, come ti è sembrato?

Siamo andati dietro il backstage con Giancarlo De Chirico, il biografo di Iggy, ma non l’ho intervistato perché c’era troppo da aspettare. Il concerto è stato divertentissimo, io ho un’adorazione per lui, sia che faccia gli Stooges che se stesso, in realtà non è mai cambiato dagli anni ’70, ’80 a oggi.

Nel 1989 non sei andato a vedere i Ramones perché all’epoca il tuo senso estetico non ammetteva cedimenti. Troppo vecchi per il rock’n’roll! i Ramones sono più famosi oggi, di quando erano vivi. Immaginavi un successo postumo così grande?

Bisogna dire che all’epoca vivevamo per il momento e c’era tanta offerta. Io non ascoltavo molte cose vecchie negli anni ’80, ascoltavo solo cose nuove. Il mercato della ristampa è esploso verso la fine degli anni’80 e, comunque, neanche ci interessavano tanto dato che ogni settimana uscivano dei nuovi dischi pazzeschi che cambiavano completamente il panorama.

Nel ’85, ad un certo punto, uscirono i Jesus and the Mary Chain, che facevano un rumorismo melodico, una cosa nuova, mai sentita prima. Adesso quanti gruppi escono che dici che fanno una cosa nuova, mai sentita prima? Nessuno! I Ramones, nel ’89, mi sembravano un gruppo vecchissimo.

Io li avevo visti nel ’80 quando erano al top, non mi volevo rovinare il ricordo. Non mi sarei mai immaginato che tutte queste persone che potevi intervistare senza problemi nel backstage, diventassero così famose, gente come i Ramones, i Nirvana.

Questa mitizzazione di quegli anni non me la sarei mai aspettata e, in realtà, non è neanche una cosa positiva, perché si intuisce che il presente non ci offre miti memorabili, rispetto a quelli che avevamo negli anni ’80 e ’90. I Ramones hanno lanciato un modello di musica, adesso lo copiano. All’epoca andavamo sempre avanti a caccia di novità e le novità c’erano. Rincorrevi la novità e non ti guardavi indietro, adesso è il contrario. A livello di innovazioni nella musica rock’n’roll non c’è niente di innovativo.

A Proposito dei 60 anni di Kim Wilde (invecchiata male a tuo dire), dimmi, secondo te il rock è un pò maschilista?

Non ho detto questo, mi ha colpito il fatto che Kim Wilde in varie interviste parlasse dell’alcol di cui in un periodo era dipendente. Il rock nasce maschilista, questo non possiamo negarcelo, basti pensare alle groupies ecc. Però, nel periodo in cui ho cominciato a seguire la musica, dal punk e dalla new wave in poi, la situazione è cambiata tantissimo, ci sono stati tantissimi gruppi di donne e capitanati da donne. Non penso il rock sia più maschilista, nonostante lo sia stato.

La tua rockstar donna preferita?

Chrissie Hynde. Stavo risentendo i primi album dei Pretenders,  erano fantastici! Poi Judee Sill, una cantautrice di Los Angeles, ha fatto 2 dei miei dischi preferiti in assoluto.

Come hai iniziato a scrivere di musica?

Ho iniziato facendo Radio, all’inizio degli anni ’80, per Radio Macondo. Ad un certo punto ho pensato di avere dei pensieri riguardo la musica ed ho scritto una cosa arrogantissima, un editoriale: ”Lo stato della musica nel 1984”: una cosa che puoi fare solo a vent’anni, l’ho inviata alle principali testate musicali dell’epoca, Ciao 2001, Rockstar e Tutti Frutti. I primi due non mi hanno risposto, mi rispose solo l’ultimo che pubblicò l’editoriale. Se lo rileggo, mi metto a ridere. Iniziai così a scrivere per ”Tutti frutti”, con cui ho collaborato per tutti gli anni ’80.

Poi ho scritto per il “Mucchio Selvaggio”, per un giornale universitario che si chiamava “Campus” che ora non esiste più. Attualmente, mi occupo della webzine che ho lanciato, Extra Music Magazine e, inoltre, collaboro con “Classic Rock Italia”. Negli anni’80 non eravamo in tanti ad occuparci di musica e io ero uno dei più giovani. Avevo un’età inferiore agli artisti e la maggior parte dei giornalisti erano più grandi di me, 35-40 anni (li vedevo vecchi).

Sei uno dei massimi esperti italiani di David Bowie, su cui hai scritto ben tre libri.

Questa cosa nasce alla fine degli ’70, quando Bowie passò a Odeon tv, presentando Heroes. Era il ’77, da lì presi il via: comprai ‘Stage’, il disco dal vivo, una compilazione di tutti i pezzi più famosi e cominciai a ritroso a scoprire tutti i suoi dischi, con grande fatica, perché per trovare dischi usati bisognava andare a Londra. E’ stato la colonna sonora costante della mia vita.

La prima volta che l’ho visto era nel 1987 in Italia, e poi, tutte le volte che è tornato. E’ uno degli artisti che ho seguito di più, era un culto in Italia, ma non era molto considerato dalla critica degli ambienti rock classic. Ora invece tutti sono concordi sul fatto che ha cambiato la musica. Essere un estimatore di Bowie, in certi ambienti di critica musicale in cui mi sono trovato, non era ben visto e per questo l’ho voluto celebrare, questo, in tempi non sospetti, prima della morte.

La morte ha fatto riscoprire Bowie e il fatto che quest’uomo abbia scritto delle canzoni incredibili a livello dei Beatles. Non ho conosciuto Bowie e di questo sono da un lato contento, perché, fondamentalmente, a volte, gli idoli è meglio non conoscerli. Mi è capitato varie volte di essere deluso.

Com'è finita la diatriba tra Robert Fripp e Francesco Donadio

Chi ti ha deluso di più?

Feci una litigata feroce con Hugh Cornwell degli Stranglers nel ’85 al Teatro Tenda 7 Up, ai tempi di Aural Sculpture. Molto scorbutico, una testa di cavolo antipaticissimo, forse non era giornata…

Che mi dici di Edoardo Bennato su cui hai scritto un libro?

Bennato è stato veramente il primo Punk italiano. Il Bennato dei “Buoni e Cattivi”, quello che urlava nella “Torre di Babele”, me lo fece conoscere un mio compagno di scuola media. Il primo Bennato era veramente forte, quasi punk. Ed era quello che volevo celebrare nel mio libro. Si è anche arrabbiato, dato che si tratta di un libro per cui ho puntato tutto sulla prima produzione, tralasciando la produzione successiva. Resta il fatto che il primo Bennato è una delle cose migliori uscite in Italia.

Sei un collezionista di dischi?

No, sono un accumulatore di cd, mi piace avere le discografie, quindi ne ho tanti. Ho dovuto abbandonare il vinile perché non ho spazio, ma ho ancora i dischi in cantina. Dagli anni ’90, sento cd, occupano meno spazio e si sentono benissimo. Punto più sulla quantità, mentre col vinile devi limitarti: ci sono vinili che costano 50-60 euro mentre un cd, con stessa durata e contenuto, ne costa massimo 20. Non sono un collezionista, mi piace usarli, più che tenerli; mi dispiace quando li sento poco, le cose devo usarle, altrimenti perché tenerle?

 

 



Daniela Giombini
Daniela Giombini
Ha collaborato per anni con ROCKERILLA e ha prodotto la fanzine musicale Tribal Cabaret. Ha inoltre un passato da promoter musicale nella Subway Productions di cui è fondatrice e con la quale ha promosso le tournée di artisti di fama internazionale come Nirvana, Lemonheads, Hole,Mudhoney ecc.

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