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venerdì 30 Luglio 2021
TecnèErnesto Assante: l'uomo che parlava con la musica

Ernesto Assante: l’uomo che parlava con la musica

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Ernesto Assante: giornalista musicale, caporedattore della Repubblica, autore e conduttore radiofonico e televisivo, professore alla Sapienza, fondatore di giornali e riviste, autore di oltre 30 libri di musica e nuove tecnologie.

Da quarant’anni parla del mondo attraverso la musica. Oggi attraverso la musica gli abbiamo chiesto di parlare di lui.

Cominciamo con l’abc, tu e la musica: com’è iniziata la vostra relazione?

Ero appassionato di musica fin da piccolo, ascoltavo i 45 giri dei miei genitori, poi ho iniziato a comprare i miei. E ho scoperto il rock. A dodici anni avevo la mia cameretta completamente tappezzata di poster, soffitto compreso.

A tredici, nel 1971, ascoltavo gli Who di Who’s next e David Crosby di If i could only remember my name. Poi il jazz. E mi piaceva scrivere, facevo un giornalino di musica con i miei amici, scritto a mano e con le foto ritagliate dai giornali inglesi.

Nel 1975 ho telefonato a una delle prime radio private romane e a quindici anni ho iniziato a trasmettere a Radio Blù. Nel 1977, ero militante di Avanguardia Operaia, chiesi se potevo scrivere di musica sul giornale del movimento, che si chiamava Il quotidiano dei lavoratori.

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L’anno seguente iniziai a lavorare per il Manifesto, continuavo alla radio e mi guadagnavo da vivere lavorando da un notaio. Nel 1979 mi hanno chiamato a collaborare a La Repubblica.

Vieni dall’underground, poi sei passato alla Repubblica, come è stato questo passaggio al grande pubblico, dalla musica indipendente alle major?

All’inizio ho continuato a scrivere anche per il Manifesto, per altri tre anni, su Repubblica firmavo con uno pseudonimo, Raul Simeoni, il Manifesto era il mio giornale.

Poi, a dire il vero, ho messo su casa a Repubblica, un luogo di lavoro fantastico, dove ero sempre indie ma parlavo a molta più gente. E ho imparato ad essere meno settario, ad ascoltare anche quello che non mi piaceva e a scriverne, senza mai offendere quelli a cui invece quelle musiche piacevano.

Che cosa ti manca degli anni in cui eri più underground?

I giornali. E le radio. Ho scritto per tante testate che oggi non ci sono, la più bella era Musica 80 di Bolelli e Bertoncelli. C’era voglia di scrivere, di aprire giornali nuovi, di parlare di musica, di inventare iniziative nuove. E le radio, sia le private sia la Rai, per la quale ho iniziato a lavorare nel 1980, ti concedevano una straordinaria libertà, sceglievi tu i dischi, sempre e comunque, non c’erano le playlist, la tua personalità e le cose che dicevi contavano, non era solo intrattenimento e flusso.

So che suonavi in un gruppo new wave negli anni ’80. Quali sono le tue esperienze dirette come musicista? Suoni ancora?

Strimpello malamente molti strumenti, chitarra, basso, tastiere, batteria, flauto, ho persino una tromba. Non suono praticamente mai, solo alle feste con gli amici. Tra scrivere e suonare ho preferito scrivere, e non era un ripiego, mi diverte suonare ma non ho alcun talento, ne la dedizione necessaria per imparare uno strumento.

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Musicalmente parlando quali sono le tue grandi passioni?

Innanzitutto il rock, ne sono un sincero devoto, credo sia una forza essenziale di trasformazione del mondo, oggi arrugginita assai, ma fondamentale tra gli anni Sessanta e Ottanta, fino ai primi Novanta se vogliamo essere onesti. Poi il jazz, che ascolto quotidianamente. Poi tutto il resto, la musica mi piace tutta, pop, rock, jazz, folk, dance, disco, hip hop, trap, country…

Quale è la rockstar più piacevole che hai intervistato e quella che non vorresti più rivedere?

L’emozione più grande è stata la prima volta che ho intervistato McCartney, per altro a casa sua. Inarrivabile. E poi Brian Eno, il più intelligente di tutti. E Lou Reed, il più ostico. E Paul Simon, geniale e profondo.  Mi mancano quelli morti prima che diventassi giornalista, Marley, Lennon, Elvis, gli altri più o meno li ho intervistati tutti. Ah, no, non ho mai intervistato Bob Dylan, mentre il mio socio Castaldo si, e per questo lo invidio in maniera costante e decisa.

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Ernesto Assante con Ringo Starr

Il viaggio più avventuroso che hai fatto per intervistare qualcuno?

Le prime interviste, quando non avevo il vantaggio di scrivere per Repubblica, erano tutte avventurose, dovevi trovare uffici stampa disposti a far entrare uno del Quotidiano dei Lavoratori o del Manifesto, non proprio giornali di massa. Ma con un po’ di simpatia e molte copie degli articoli mi hanno dato retta. Non avendo una lira (né il Quotidiano, né il Manifesto mi pagavano, e nemmeno Radio Blù) spendevo tutto quello che guadagnavo dal notaio per comprare dischi, biglietti di concerti e pagarmi i viaggi.

Il concerto più bello che hai visto e quello che ti penti di non aver potuto vedere?

A livello musicale i Talking Heads del 1980 a Roma. A livello emotivo, Springsteen a San Siro nel 1985. A livello passionale i Buzzcocks, con i Joy Division come spalla al Rainbow di Londra nel 1979 se non vado errato. A livello di avanguardia Terry Riley a Roma nel 1973, a livello di mi ha cambiato la vita gli Who al Palasport di Roma nel 1972.

Mi dispiace di non aver vissuto Woodstock, ma il film è stato più che sufficiente a farmi essere quello che sono. Mi spiace di non aver visto i Beatles o Hendrix o i Doors,  e tutto quello che c’è stato prima che io fossi abbastanza grande.

C’è un artista che non hai capito quando emergeva?

Due in particolare. I Japan, ho ascoltato Tin Drum, non mi è sembrato niente di che. Li vedevo come dei poseur, raffinati e finti. Ho messo via il disco. Poi l’ho ripreso almeno un mese dopo, e sono impazzito, i japan sono stati una delle mie band preferite. Sono andato a vedere anche l’ultimo loro tour, da vero fan. E poi Joe Jackson, stesso meccanismo, primo album, non l’ho capito, poi l’ho ripreso e l’ho amato. Capita.

Hai conosciuto bene la tv italiana, anche come autore, com’ è Sanremo dietro le quinte?

Divertente, caotico, un marasma in cui si lavora 24 ore al giorno senza alcun motivo vero. Ma è fondamentale seguirlo sempre, dato che faccio il giornalista musicale. Chi dice che non lo segue non può fare questo mestiere.

Il tuo sodalizio con Gino Castaldo, insieme avete scritto, lavorato e dato vita a tanti  progetti, fra cui ‘Musica’.

Mio fratello maggiore. Un maestro e un mentore, il mio migliore amico. Sono stato fortunato a incontrare lui nella mia vita, abbiamo sempre lavorato insieme e continueremo a farlo. Non siamo d’accordo su un sacco di cose e questo è il bello, ma amiamo la musica allo stesso modo e soprattutto ci vogliamo molto bene

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Hai dato vita a progetti, sei un autore e sei stato un pioniere della tecnologia web. 20 anni fa, con ’Kataweb’, hai avuto questa brillante visione di una Radio Web con 100 canali. Un’intuizione perfetta, come avevi capito che il futuro sarebbe stato questo?

Sono un appassionato di nuove tecnologie da sempre, il mio primo modem l’ho avuto nel 1986, ed ero on line prima che la rete fosse tale, mi collegavo alle BBS internazionali rubando le password di ITAPAC la rete a pacchetto attraverso la quale i computer comunicavano. Ho aperto un servizio di news musicali telematiche, Music Link, praticamente lo stesso anno, con Andrea Silenzi e il compianto Gerardo Panno, coniugando la mia passione per la telematica con quella per la musica.

Fornivamo notizie musicali alle radio e ai giornali, quotidianamente, e le distribuivamo anche in Inghilterra, Usa e Giappone. E sono diventato direttore di MCLINK, una delle più grandi BBS italiane e uno dei primi Internet provider del nostro paese. Quindi nel 1996 Scalfari mi chiese, assieme a Vittorio Zambardino, di portare online Repubblica, e lo facemmo, nel 1997 lanciammo Repubblica.it.

Nel 1990 mi affidarono la direzione dell’ala multimediale di Kataweb. Facemmo la prima radio multicanale, mandammo il primo film in streaming, facemmo concerti on line di Venditti, Nannini, Jovanotti, tutto forse troppo presto, ma tutto era già molto chiaro, dall’avvento di Napster, solo chi non voleva vedere non se ne accorgeva. E infatti l’industria discografica è andata dritta contro a un muro.

Ti sei occupato di musica in un periodo in cui tutto sembrava possibile, come vedi il futuro della musica oggi, in questi tempi di crisi e di pandemia?

Tutto è sempre possibile. La musica è sopravvissuta e guerre e epidemie, dittature e orrori, l’arte è connaturata alla vita, ogni tanto si deprime ma poi risorge sempre. E molto spesso lo fa prima della vita stessa, perché interpreta il futuro, gli artisti vedono quello che noi non siamo in grado di vedere. Quindi per dirla con Mao, grande è il disordine sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente. Da cosa lo vedo? Non c’era in italia così tanta musica nuova e per molti versi interessante, dagli anni Ottanta. E’ un ottimo segno. Come sarà? Se lo sapessi…

E ora c’è il tuo ultimo libro, quello su Jimi Hendrix a cinquant’anni dalla sua scomparsa.

Ovviamente è il più bel libro su Jimi Hendrix per un grande pubblico, tutta la sua storia, le foto più belle, un po’ di critica musicale, qualche curiosità e aneddoto, un pugno di interviste. Cosa chiedere di più?

 

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Daniela Giombini
Ha collaborato per anni con ROCKERILLA e ha prodotto la fanzine musicale Tribal Cabaret. Ha inoltre un passato da promoter musicale nella Subway Productions di cui è fondatrice e con la quale ha promosso le tournée di artisti di fama internazionale come Nirvana, Lemonheads, Hole,Mudhoney ecc.

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