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Dean Martin e Jerry Lewis, con la loro capacità camaleontica di attraversare ogni situazione, fanno sembrare quasi che ogni evento sia stato generato nel tempo, mediante la loro simbiosi. E il risultato è l’effetto comico.
Gli incantatori: Dean Martin e Jerry Lewis
Dopo Oliver Hardy e Stan Laurel, continua la serie “Facciamoci un regalo e riassaporiamo le opere dei geni”: Dean Martin e Jerry Lewis.
Come Stanlio e Ollio, anche Dean Martin e Jerry Lewis, giocano sugli opposti, alternando talvolta le caratteristiche. Vi sono le differenze però. E tante. Considerando che è quasi impossibile comparare dei giganti come Ollio e Stallio con altre coppie, data la loro relazione con il mondo, il potere, la satira, così è anche per Martin e Jerry.
Sì, sono famosi perché agiscono insieme, ma hanno anche la caratteristica di agire da soli nelle scene filmiche. Come Stanlio e Ollio, hanno una struttura comportamentale, cognitiva, emotiva complessa in piani diversi di visione, e di presa per il pubblico. Da soli possono contenere gli opposti, della virtù e della goffa furbizia, del coraggio e della viltà, del ridicolo e dell’eroismo, che hanno per premio però sempre il risultato del ridicolo.
Riescono a creare situazioni comiche anche da soli. Se coppie come Gianni e Pinotto, Tognazzi e Vianello, hanno bisogno l’un dell’altro, così non è per Jerry e Martin. A ben vedere hanno caratteristiche mimiche, attoriali, fisiche, diversissime. Se Stanlio e Ollio agiscono all’unisono con una capacità quasi soprannaturale, loro due no. Non sono mai, mai, in sintonia in ogni scena.
Come se fossero due meteore che ogni tanto si sfiorano emettendo scintille in orbita intorno alla sceneggiatura, e però, e qui è derivata dalla loro capacità camaleontica di attraversare ogni situazione, sembra quasi che ogni evento sia stato generato nel tempo, mediante la loro simbiosi. E il risultato è l’effetto comico.
In realtà si potrebbero scrivere pagine e pagine su ognuno di loro due in solitaria, perché, infatti, ebbero poi carriere divise, più per volontà di Dean Martin. L’unicità di questa coppia, deriva dal fatto che possono essere considerati per origine, formazione, inclinazioni, estro, completamente diversi, distaccati. Come se fossero due rette parallele, eppure nello svolgimento delle situazioni sceniche, sembrano convergere all’infinito.
La conclusione delle scene compie continuamente questo apparente miracolo: la geometria euclidea, diventa una traiettoria omeomorfa: le curve e gli angoli del procedere temporale e dello spazio della recitazione si curva, e i ruoli e le azioni si deformano. Mantenendo però i rapporti logici, semantici, ed emotivi. La risata scioglie l’enigma e li riporta entrambi a rimettersi insieme in uno stesso piano e ricominciare.
Se Stanlio e Ollio attirano il mondo e lo fanno naufragare attraverso il loro continuo fallimento di ogni impresa, Jerry e Martin sono già dentro un mondo affondato. Anche i comprimari sono ridicoli, e agiscono in modo goffo, talvolta perché attratti dai due compari, altre volte, già di loro sono buffi e quindi dissacranti.
Loro due potrebbero essere considerati come il caffè e la maionese, il rabarbaro e il parmigiano. Eppure la miscela che risulta è meravigliosa.
Perché? Possiamo azzardare alcune ipotesi. Jerry Lewis è stato un profondo intellettuale mascherato. Un lettore ingordo. Un professionista mimico, prima che attoriale. La sua origine è il circo, Charlie Chaplin, l’acrobata. Jerry è un trapezista della recitazione, che prima di essere vocale, è corporea. Agisce per quadri, deformando il suo corpo attraverso gli strumenti, l’ambiente circostante se lo si vede dal vivo. Rileva ogni comportamento, tic, azione che compiamo nel quotidiano ogni giorno, la astrae, la analizza, la modella, e la applica fino alle sue estreme possibilità, lasciando emergere le falle e le contraddizioni, da parte del pubblico che crede sia un semplice fatto, unico, completo e coerente.
E così via dalle singole azioni, agli scambi e le interazioni con il postino, il banchiere, il poliziotto, con l’amata (che non se ne accorge quasi mai di esser tale), del giudice, della signora anziana. Insomma con ogni maschera. Jerry Lewis deforma i piani spaziali e temporali. Costringe i personaggi a recitare tutti fuori ruolo e in modo distonico rispetto al loro personaggio.
Jerry inoltre conosce la cultura ebraica del Talmud, della Torah, del lato comico degli ebrei dell’est Europa, come Woody Allen, e a livello cognitivo, di valori e di senso, utilizza i paradossi di questa fucina di storie, applicandole alle vicende del suo personaggio. E quindi come dal cappello, emerge il grottesco. Jerry Lewis, quindi, sfugge a qualsiasi definizione. Deforma ogni giudizio che può essere attribuito dal pubblico.
Dean Martin, invece, non è un attore, non ha studiato recitazione, non ha studiato canto, non è stato un gran lettore, anzi. Da giovane ebbe una formazione breve e caduca. Ma era tenace: si applicò in ogni lavoro possibile. Improvvisava all’inizio. Anche lui è un mistero. Se ci si fa caso lui è stato un grande cantante, oltre ad essere un comico, un attore di film western, un sex symbol, e quindi partecipò a scenografie romantiche. Fu anche un soldato. Jerry rimane nella comicità e nel teatro dell’assurdo. Dean Martin ha attraversato ogni arte: ottimo teatrante, dal cabaret, al musical.
E quindi? Forse una interpretazione tra le tante è che paradossalmente, lui non abbia mai recitato. Cioè: lui ha interpretato personaggi, ruoli, appreso il canto e stili canori assorbendoli. Cioè incorporando arte e tecnica dentro di sé, come suoi elementi costitutivi.
Un gigantesco figlio del Dottor Frankenstein (buono e bello) che riesce a comporre il tutto in un mosaico unitario. Dean Martin fu considerato una spalla di tutti, eppure potrebbe essere rivolta la frase al contrario. Gli altri si appoggiavano a lui, diventando alla fine suoi organi complementari. Riuscì a tenere testa a Frank Sinatra nel canto e nei film, anzi qui Frank non essendo mai stato un grande attore, riceveva un supporto formidabile da Martin, che gli trasmetteva la possibilità di uscire un poco dal personaggio “Sinatra”.
Lo stesso fece con John Wayne e con tutti gli altri mostri sacri del Western. Interpretò il pistolero, il ranchero, il malfattore, lo spostato, il mercenario, il ladro, l’eroe, eppure risultava veritiero, credibile e gli altri attori a lui si adeguavano.
E forse proprio perché in realtà non recitava una persona altra, ma se stesso in un’altra dimensione: quel livello parallelo con il quale si allenò anni e anni con Jerry Lewis. In conclusione di questa ipotesi possiamo ipotizzare che questo sia il loro legame di coppia: un continuo slittamento di senso tra piani interpretativi.
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