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giovedì, Agosto 11, 2022

Dai Bloody Riot ai Wendy?: a tu per tu con Mr Grady

Abbiamo incontrato Lorenzo Canevacci, cantante e chitarrista dei Wendy?, nonché membro fondatore della storica hardcore punk band romana Bloody Riot.

Ci siamo fatti raccontare la sua storia, gli arbori del punk rock romano e la sua adolescenza inquieta, caratterizzata dalla passione per la musica.

Dai Bloody Riot ai Wendy

Innanzitutto, perché ‘Mr Grady’? E il nome ‘Wendy’ è in onore a Shining?

Ebbene sì, abbiamo preso spunto da quel film. Inizialmente, ci volevamo chiamare Mr Grady, ma quando all’inizio del 2009 stavo formando la band, Federico Guglielmi mi disse di cambiare nome, perché c’era già una band toscana omonima che tra l’altro avevano inserito in una compilation del Mucchio. Così, con Andrea e Giuliano, il bassista dei primi due album dei Wendy? il quale aveva suonato anche con Roberto Pierciballi nell’ultimo periodo dei Bloody Riot, decidemmo di mantenere questo legame con Shining…Io sono malato di Kubrick.

Ti piace il cinema?

Mi piace il cinema di una volta. Sinceramente sono poco ferrato sui film che escono adesso, essendo molto legato ai film che mi hanno segnato. Ricordo ancora quando a 14 anni andai a vedere Shining e Arancia Meccanica al cinema Farnese con degli amici. A quei tempi ci si poteva ancora imbucare nei cinema e nonostante fossero film vietati ai minori, riuscimmo comunque ad entrare e guardare la pellicola per tre volte di seguito.

Insomma, agli albori la nostra band si presentava così: io, Andrea e un batterista turnista. Era il 2011 quando registrammo Eleven, quello che considero una demo più che un disco, perché, in fondo, non eravamo ancora un gruppo a tutti gli effetti: ero piuttosto io che cercavo di creare i Wendy, con un amico al basso e un turnista alla batteria.

Dal disco a seguire, nel 2014, con il produttore discografico David Petrosino dei Sailor Free, cominciammo a sviluppare un nostro suono. Ormai stavamo diventando una band stabile, così rimpiazzammo il batterista con Luca Calabrò, un ragazzino di 20 anni pieno di talento. È con lui che siamo diventati una band vera e abbiamo appunto inciso Notebook, dove si sente per la prima volta il suono della band.

Dai Bloody Riot ai Wendy: a tu per tu con Mr Grady

Rispetto ad allora la formazione è cambiata?

All’inizio, in ogni disco c’era un bassista diverso. Da dopo l’uscita di Idols and Gods nel 2017, la formazione si è stabilizzata grazie a Paola, al basso ormai da 4 anni. Oltre a Luca che da 10 anni suona nel gruppo, è entrato da un po’ di tempo Alessandro Ressa, alla chitarra ritmica, un mio compagno di scuola dell’epoca. Questi sono i Wendy? !

Senti, tornando indietro nel tempo, mi parli della tua adolescenza punk a Roma? Come hai iniziato?

Nel 1978 e 1979 avevo la mia band. Suonavamo qualche pezzo dei Sex Pistols, proprio per conoscere gli altri punk. Non ricordo se il primo punk che ho conosciuto fosse Luigi Bonanni o Amedeo Grammatico, al concerto dei Police con i Cramps di spalla a Reggio Emilia, più o meno all’inizio del 1980. Luigi mi citava costantemente i Centocelle City Rockers che erano al concerto per i Cramps, mentre dei Police non gliene fregava niente. Invece fu un grande concerto pure quello dei Police (i Police dei primi due dischi dal vivo spaccavano…).Mi ricordai di averli conosciuti un annetto prima, nel ’79, davanti a Macedonia in Via Leone IV, il negozio di t-shirts e spillette, dove avevo portato la mia prima chitarra elettrica dal liutaio. Era l’inizio dell’80 quando ci integrammo col giro di punk rocker, frequentando posti come il Bibo Bar e Piazza Sonnino.

Ero l’unico punk di Testaccio. Si sentiva spesso parlare dei punk di Centocelle, di quelli di Monteverde e della Stazione. A Piramide eravamo pochi: Cesare, il batterista dei Bloody Riot, Walter Ventre, in seguito il cantante dei Shotgun Solution, entrambi a Ostiense ed io, l’unico testaccino.

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Suonavi sempre la chitarra?

Si, andavo a scuola con i dischi e mi dicevano: “ma ti senti questi che sono nazisti e che non sanno suonare?”. All’epoca ascoltavano tutti i Genesis e i Pink Floyd, così cominciai a proporgli le cose che mi piacevano. Ho ritrovato una foto di un concerto che feci al Teatro Bernini a San Saba, il teatro parrocchiale dove andavo a scuola, del gennaio o febbraio del ’78. Nella scaletta, scritta sul retro della foto, oltre a contenere Sympathy for the Devil, Jumping Jack Flash, God Save The Queen, Anarchy in the UK e Rebel Rebel, ha anche un paio di miei pezzi (ai quali, se ripenso, inorridisco). Avevo quasi 15 anni e già facevo rock’n’roll, punk e glam, tutto quello che faccio adesso.

Con Walter cominciò il primo gruppo punk: il batterista pescato a scuola perché non ne conoscevo altri, mio fratello al basso che suonava con un dito solo, al quale insegnavo a strimpellare i giri, Walter alla voce ed io. Provavamo in via dei Fienaroli a Trastevere, nella sala prove dove ci vennero a sentire Robertino e non mi ricordo chi degli Shotgun Solution ci portò via Walter.

 

Quindi i Bloody Riot in che anno si sono formati?

Nel 1980, Denise, una cantante della scena punk romana, mi portò a fare un provino come chitarrista nei Fango, il gruppo dove cantava. Loro suonavano ska reggae ed erano ragazzi di 27-28 anni, di 10 più grandi di me. I Fango mi presero a suonare e con loro feci un concerto alla Mole Adriana per l’Estate Romana. Quando i Fango cacciarono Denise, non mi divertivo più con loro, così provai a fare un gruppo con Denise e Stefanino il biondo. Era il 1981, ci chiamavamo Stranglehold come la canzone degli U.K. Subs e insieme suonammo al Uonna Club. Questa fu una parentesi durata un concerto.

Subito dopo, all’inizio del 1982, ho fondato Bloody Riot, il primo concerto fu ad ottobre dello stesso anno.

Dai Bloody Riot ai Wendy: a tu per tu con Mr Grady

Come hai conosciuto gli altri?

Cesare, Walter e Tony erano i punk di zona che conoscevo da anni. Nel formare i Bloody Riot, all’inizio prendemmo al basso Pierpaolo Rossi che poi divento il bassista degli Shotgun Solution, quindi eravamo io, lui e il solito batterista di scuola. Poi entrò Roberto alla voce, un amico di Piazza Sonnino. Poi cambiammo batterista e prendemmo Cesare e quando Pierpaolo passò agli Shotgun Solution, al suo posto, per fortuna, chiamammo Alex Vargiu. Alessandro aveva una grande personalità e carattere sia come bassista che sul palco , ha formato altre bands come i Bingo ed i Dissuaders. Quindi, in pratica, i Bloody Riot sono nati prima con altre persone, poi abbiamo tirato dentro Roberto e poi alla fine la formazione vera è quando è arrivato Cesare alla batteria e Alessandro al basso, che è stata poi la formazione del nostro primo 7”.

Eravate conosciuti come dei casinisti…

Federico Guglielmi ancora dice che quando ci vedeva era intimorito, ora invece siamo amicissimi.

Tu avevi la faccia da bravo ragazzo eri ben vestito, col maglioncino…

Io ero un pischelletto, ma quando stavamo insieme diventavamo tutti dei teppisti!

A Milano vi ricordano tutti!

Milano è una storiaccia, l’hanno mitizzata pure a Roma!

Tutto è cominciato al primo concerto al Uonna Club, quando arrivò la polizia e decise di chiudere il locale, cosicché non si potè suonare. Al secondo concerto al Uonna, dopo 4-5 pezzi, Roberto spaccò il microfono in testa ad uno, così partì una rissa con i Lizard Kings che solitamente facevano da servizio d’ordine ed erano grandi e grossi tipo Hell’s Angels. Ci facemmo subito una brutta nomina di fascisti sessisti, nonostante avessimo sempre collaborato con Onda Rossa e frequentato i compagni in via dei Volsci a San Lorenzo.

Forse per l’uso della svastica? Vargiu ogni tanto la usava come icona provocatoria, come a suo tempo la usò Syd Vicious.

Vargiu non è mai stato di destra, assolutamente. La differenza è che quelli del nord erano realmente politicizzati – facevano i punk, ma poi erano freak – e venivano tutti da centri sociali dove si facevano assemblee, chiudendo la mano con un’ impostazione da centro sociale comunista, mentre noi eravamo individualisti e stradaioli, dunque ci vedevano diversi. Roberto ci teneva nel dire : “Noi non siamo fascisti, non siamo comunisti, ma solo teppisti sul palco.”

Era un’attitudine diversa quella di Roma, più nichilista, non pensi?

Senz’altro. Quest’attitudine era dovuta in parte anche alla mancanza di spazi. A Roma, i centri sociali sono arrivati dopo, nel ’86- ’87. Prima di allora non vi erano luoghi dove fare musica. Per fortuna, ogni tanto c’erano personaggi come Amerigo del Uonna il quale ci aveva preso a cuore e ci fece suonare coi Bloody Riot e gli Stranglehold. Lui è sempre stato a disposizione, altrimenti dovevamo andare nei teatrini come il Mongiovino o quell’altro posto sulla Tiburtina.

Al nord era molto diverso era pieno di centri sociali e ci escludevano chiamandoci ‘sessisti’ per una nostra canzone dal nome bitch.

Dai Bloody Riot ai Wendy: a tu per tu con Mr Grady

Fra i Wendy? e i Bloody Riot hai avuto altre formazioni?

Ho continuato sempre a suonare. Per un periodo, negli anni ’90, io ed Alessandro avevamo una band hard rock, ma per problemi personali non ne uscì nulla di significativo. Per 10-15 anni ho suonato quasi fosse un hobby, non riuscendo a creare seriamente qualcosa.

Nel 2002, ho avuto un bruttissimo incidente, per 4 anni la sala prove è infatti rimasta chiusa. Hanno investito me e mia moglie col motorino spento, davanti ad un bar notturno, prendendoci come due birilli. Mi hanno aperto la scatola cranica come un cocomero. Vargiu se lo ricorda anche perché è l’unico che ho trovato all’ospedale quando mi sono svegliato, a parte i parenti. Alessandro che è sempre stato un amico vero e io spero che lui sappia che su di me può contare.

Ci ho messo due anni per riprendermi, perchè mi davano gli anti epilettici.

Poi, nel 2004, è morto mio fratello.

Quattro anni dopo sono nati i Wendy?. E’ stato in quel periodo che ho deciso, a seguito di una lucida valutazione, che non volevo più suonare per hobby e vivere per lavorare. Mi sono inventato qualcosa per portare i soldi a casa, però la musica è tornata al primo posto. Ho smesso di perdere tempo a cercare dei cantanti ed ho deciso di cantare e scrivere i pezzi io, anche se non era il mio mestiere. Nel passato, con i Bloody Riot, qualche testo lo scrissi, ma la maggior parte li scriveva Roberto.

Adesso mi sento un cantante, ma rimarrò sempre un chitarrista perché suono la chitarra da quando ero ragazzino. Negli ultimi due album, secondo me, ci sono bei testi e le recensioni lo confermano.

Dai Bloody Riot ai Wendy, il lungo viaggio di Canevacci

‘The Temple of Feedback’ è il vostro quarto album, mi parli di come è nato questo disco in tempi di pandemia?

E’ nato proprio a causa della pandemia: per un anno e mezzo non abbiamo fatto live e rinchiusi nelle quattro mura di casa, scrivere canzoni ci ha molto aiutato.

Come avete fatto? Avete registrato a distanza?

No, a parte quei primi mesi che proprio non potevi uscire di casa. Abbiamo cominciato a andare in cantina a provare con permessi e autocertificazioni. Abbiamo finalmente registrato quando il periodo peggiore era già finito, nello studio di Davide Petrosino, a Campagnano, una gigantesca ex stalla, dove non c’era bisogno di stare con le mascherine. Con il lockdown abbiamo usato il tempo per scrivere e anche adesso che si potrebbe suonare siamo riusciti a fare una sola data al Forte Prenestino. Nonostante escano le recensioni, se non si suona dal vivo i dischi non si vendono, perché l’unico modo è venderli sul banchetto al concerto.

Quali sono i tuoi gruppi musicali preferiti?

Ho tante influenze, avendo da sempre ascoltato tanta musica. Ho cominciato a comprare i dischi in vinile a 9 anni! Ricordo ancora il primo: era il mio nono compleanno e un’amica di mia madre mi regalò Abbey Road. Da quel momento, andai in fissa col rock ed cominciai a comprare: Beatles, Rolling Stones, Dylan, Hendrix e a farmi una cultura musicale. Ormai sono quasi 50 anni che ascolto musica.  Sento di tutto, ascoltavo da Hendrix a Zappa, quando i miei amici ascoltavano solo punk.

Infatti nella mia musica si sentono pure alcuni riferimenti dal glam al classic rock.

Qualcuno mi ha detto che i Wendy? ricordano Masters of Reality, ma io me li ricordo appena, avevo solo la cassetta e neanche il disco. Tony Face dei Not Moving, che ha un blog seguitissimo, ha detto che ci sente il rock australiano tipo Lime Spiders, ma io neanche me li ricordo… Questo per dire che ognuno sente quello che vuole dentro la nostra musica.

Avete partecipato alla compilation dei gruppi romani?

No, non ci abbiamo partecipato, l’ho prodotta io, coinvolgendo tutti i gruppi romani dell’area rock’n’roll dai Plutonium Baby ai Blood 77. Della copertina si sono occupati Alex Vargiu e Daniela Petroni dei Plutonium Baby.

 

 

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Daniela Giombini
Daniela Giombini
Ha collaborato per anni con ROCKERILLA e ha prodotto la fanzine musicale Tribal Cabaret. Ha inoltre un passato da promoter musicale nella Subway Productions di cui è fondatrice e con la quale ha promosso le tournée di artisti di fama internazionale come Nirvana, Lemonheads, Hole,Mudhoney ecc.

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