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Il St. Pauli ha costruito la propria identità sull’antifascismo e sulla solidarietà, ma Gaza ha aperto una frattura nella tifoseria. Tra sostegno a Israele, diritti palestinesi e accuse di antisemitismo, il club si trova davanti alla contraddizione più difficile della sua storia.
FC St. Pauli: una fortezza di sinistra che si spacca sulla Palestina.
Il FC St. Pauli è uno dei club più unici al mondo. La sua particolarità non sta nei trofei (quasi inesistenti), ma nel fatto che la sua tifoseria ha impresso nel DNA del club un’identità politica radicalmente antifascista, antirazzista e anticommerciale. Tuttavia, dopo l’ottobre 2023, la situazione a Gaza sta lacerando questa comunità che ha nella “solidarietà” il suo credo, quando la logica “antifascista” incontra i “diritti dei palestinesi”, due posizioni entrambe radicate nella tradizione di sinistra si scontrano violentemente.
Da “complice dei nazisti” a “bandiera della sinistra”: una storia complessa
Per capire l’identità politica del St. Pauli di oggi, bisogna tornare alle sue origini non proprio gloriose. Il club fu fondato ufficialmente il 15 maggio 1910, inizialmente come sezione calcistica della Hamburg-St. Pauli Turnverein (fondata nel 1862). Nel 1924 la sezione calcistica si separò dall’associazione madre, e il FC St. Pauli nacque come club indipendente.
Ma durante il periodo nazista, questo club non fu affatto un eroe. Le ricerche mostrano che il giocatore ebreo del St. Pauli Selig Cahn fu deportato ad Auschwitz nel 1942 e ucciso, mentre il portiere dell’epoca, poi diventato presidente, Wilhelm Koch, si iscrisse al partito nazista nel 1937. Il club intitolò persino lo stadio a Koch per lungo tempo, fino al 1998, quando sotto la forte pressione dei soci tornò al nome Millerntor-Stadion. Un altro alto funzionario nazista, l’SS-Standartenführer Otto Wolff, ricevette persino la medaglia d’onore d’oro del club, che fu ritirata solo nel 2010.
Questa è una storia a lungo nascosta. Il club ha iniziato a riflettere sistematicamente su di essa solo negli ultimi anni, arrivando persino a sospendere l’inno storico “Herz von St. Pauli” perché il suo autore era un sostenitore nazista. Ora all’ingresso dei giocatori si suona “Hells Bells” degli AC/DC.
Gli anni ’80: i tifosi “riconquistano” il club
L’ identità di sinistra” del St. Pauli non nasce da un progetto dall’alto, ma dall’occupazione dal basso da parte dei tifosi. Negli anni ’80, i terminal container del porto di Amburgo si spostarono gradualmente verso est, il quartiere di St. Pauli cadde in declino e molti edifici vuoti furono occupati da punk, squatter e autonomi. Hafenstraße divenne un simbolo del movimento radicale di sinistra tedesco. Questi nuovi residenti iniziarono a riempire il Millerntor, trasformando gli spalti in uno spazio di espressione politica.
È in questo periodo che il Teschio (Totenkopf) diventa l’emblema del club. La scelta del simbolo è già di per sé una provocazione: era stato usato dai nazisti e dalle SS, ma i tifosi se ne appropriarono ridefinendolo come simbolo di ribellione, marginalità e classe operaia.
Nel 1991, sotto la pressione dei tifosi, il St. Pauli divenne il primo club tedesco a vietare ufficialmente l’ingresso agli estremisti di destra. I tifosi organizzarono persino azioni spontanee contro la violenza dell’estrema destra nelle trasferte, come a Rostock. In quegli anni il St. Pauli era una vera “alleanza degli oppressi”: immigrati, punk, radicali di sinistra, comunità LGBTQ+ trovavano posto sugli spalti.
I valori: un “antifascismo” istituzionalizzato
Il St. Pauli di oggi non è un club “un po’ politicizzato”, ma sistematicamente e strutturalmente politico come principio organizzativo. L’autodefinizione ufficiale del club afferma esplicitamente l’impegno per diversità, giustizia sociale, democrazia, antifascismo, educazione politica, responsabilità ambientale, e promette di amplificare questi impegni “attraverso l’influenza del calcio professionistico”, persino con progetti strutturati e piattaforme di donazione trasparenti.
Tutto questo con azioni concrete che includono:
1) Maglie antinaziste: nella partita contro il Friburgo, i giocatori hanno indossato maglie speciali con la scritta “Kein Bock auf Nazis” (“Non ci va di avere a che fare con i nazisti”), con i proventi destinati a progetti contro l’estremismo.
2) Partite in occasione dell’anniversario di Hitler: i gruppi organizzati pianificano azioni speciali intorno al 20 aprile (compleanno di Hitler) per trasformare quella data in una dichiarazione antifascista.
3) L’alleanza “ribelle” con il Celtic: il St. Pauli ha un profondo legame con i tifosi del Celtic, uniti dall’identità di sinistra, anticoloniale e anti-establishment.
La questione palestinese: quando la “solidarietà” si scontra la “solidarietà”
Nell’ecosistema politico tradizionale della tifoseria del St. Pauli esistono due fazioni di sinistra, che dovrebbero essere “solidali” ma si trovano su posizioni opposte sulla Palestina.
A causa di Auschwitz, i tedeschi non hanno più il diritto di mettere in discussione il diritto all’esistenza di Israele. Ritengono che qualsiasi discorso che “delegittimi” Israele, per quanto impacchettato come “anticoloniale”, possa scivolare nell’antisemitismo. In nome del tragico passato Israele può fare quello che vuole e va sostenuto senza se e senza ma. L’amicizia tra i tifosi del St. Pauli e dell’Hapoel Tel Aviv è l’espressione di questa posizione. Tradizionalmente, la dirigenza del club e la maggior parte dei gruppi organizzati appartengono a questa fazione.
Ma c’è una minoranza che non la pensa così. Una fazione che vede Israele come l’ultimo avamposto del colonialismo e dell’imperialismo. Per loro, sostenere i diritti dei palestinesi non è “antisemitismo”, ma l’estensione naturale della logica antifascista, perché vedono nelle azioni israeliane a Gaza una violenza statale oppressiva.
Nel settembre 2025, il più grande gruppo organizzato, Ultra Sankt Pauli, ha esposto per la prima volta un enorme striscione: “Netanyahu fascista! Fermate l’uccisione dei civili palestinesi!”.
Questo gesto ha creato una profonda spaccatura nella tifoseria. In quella stessa partita vennero esposti striscioni in altre aree dello stadio: “Liberate gli ostaggi” e “Likud ed Hamas andate a morire”.
Il caso Jackson Irvine è stato il culmine di questa spaccatura. Il capitano amatissimo, per aver indossato una maglietta “FC Palestine” a un festival musicale (con una mappa della Palestina che includeva il territorio dell’Israele odierno), è stato accusato di “negare il diritto all’esistenza di Israele”. Il club alla fine non lo ha condannato pubblicamente, ma non lo ha nemmeno difeso, scegliendo una vaga dichiarazione sulla “libertà di parola”. Un club che si vanta della “solidarietà” ha scelto il silenzio sulla questione più importante.
Il dilemma del St. Pauli
Condannare il genocidio non vuol dire essere antisemiti. È condanna alla politica genocidaria del governo israeliano. Questa posizione sta conquistando sempre più consenso all’interno della tifoseria del club tedesco.
l’antifascismo non può essere applicato selettivamente. Se la curva del St. Pauli può opporsi all’estrema destra tedesca in nome dell'”antifascismo”, lo stesso standard deve valere per le politiche del governo israeliano verso i palestinesi.
Rompere questo blocco significa che il St. Pauli deve affrontare una domanda dolorosa: quando l’oggetto del “mai più” diventa il popolo palestinese, il club può ancora restare in silenzio?
Per ora, il St. Pauli non ha dato una risposta. Permette all’Ultra di esporre gli striscioni, ma non prende posizione ufficiale; lascia che Irvine parta, ma non spiega il perché. Questo club famoso per la sua “chiarezza di posizione” sta attraversando la più profonda crisi d’identità della sua storia sulla questione di Gaza.
La storia del St. Pauli è importante non perché sia “di sinistra” in modo puro, ma perché dimostra che un club può essere rimodellato dal basso dalle persone comuni. E oggi, quando questo club affronta la sua scelta politica più difficile, la capacità di ascoltare di nuovo le voci dal basso, comprese quelle che dicono “anche i palestinesi hanno diritto alla vita”, deciderà se è ancora degno del vero spirito ribelle che quella bandiera col teschio rappresenta.

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