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Il calcio italiano ha perso la sua identità pubblica: un tempo scuola popolare e nazionale diffusa, oggi è dominio della monetizzazione privata. Servono strutture federali gratuite per valorizzare i giovani talenti, inclusi i figli degli immigrati, restituendo al gioco la sua funzione sociale.
Il calcio italiano oltre il declino del sistema pubblico
Qualche decennio fa, esistevano numerose rappresentative nazionali oltre quella maggiore. In aggiunta all’under 21 e alle squadre juniores, si selezionavano giocatori per l’Italia sperimentale, una sorta di anticamera degli azzurri titolari, l’under 21 di serie B, di serie C e la rappresentativa dilettanti. Anche i giocatori di leva avevano la loro formazione militare.
Ogni pausa di campionato, oltre alla Nazionale, i giovani e le promesse del nostro calcio si abituavano al clima protocollare degli impegni internazionali e alle consuetudini diplomatiche espresse in campi esotici e di scarsa praticabilità.
Sì è vero, gli allenatori, o meglio, i selezionatori, sembravano degli insegnanti in pensione di educazione fisica, i massaggiatori si affrettavano inorgogliti delle loro pance a forma di cupola sempre attillate alle tute azzurrine d’ordinanza, i giocatori sembravano affetti da malnutrizione cronica e i dirigenti non si scostavano troppo dall’immagine del burocrate pubblico inquadrato dalle circolari ministeriali e da una parlantina infiacchita e annoiata. Ma questo organigramma piuttosto pittoresco segnava il successo del progetto federale.
Il nostro calcio aveva una sua scuola, dei suoi maestri, una sua veridicità storica. La Federazione era un sottoprodotto dello Stato. Non concepiva staff, specialisti, top manager; non voleva rincorrere i privati, non si voleva aziendalizzare. I commissari tecnici non erano star patinate prestate al campo di gioco. Per questo motivo il movimento calcistico era credibile: il calcio era lo sport popolare per eccellenza e tutte le strutture assecondavano il bisogno ancestrale di tirare calci a una palla.
Sull’asfalto delle strade, sul fango della terra battuta, sui terreni di pozzolana, sui dislivelli dei campi improvvisati nelle ville comunali. Le squadre giovanili, le scuole calcio, erano appendici di questa nazionalizzazione dello sport, i figli del popolo potevano giocare a pallone.
Oggi anche il calcio è stato, di fatto, privatizzato. L’intero movimento deve monetizzare. Monetizzano le squadre dilettanti di quartiere con quote d’iscrizione improponibili, monetizza la Federazione con corsi a pagamento per i patentini d’allenatore divisi in fasce, monetizzano i procuratori con il mercimonio dei ragazzi cresciuti precocemente ma privi di vero talento.
Servono dunque strutture pubbliche che non ragionano per il profitto, centri federali in ogni regione che selezionano i ragazzi con talento per inserirli gradualmente e gratuitamente nel circuito professionistico.
I tanti italiani figli di immigrati di seconda e terza generazione – nel mio quartiere sono in tanti a giocare per strada senza alcun supporto tecnico – avrebbero così la possibilità di essere osservati, seguiti, premiati quando sprigionano quel tanto di classe superiore alla media e non di correre a vuoto tra le ombre dei palazzi di periferia.
Questo meccanismo funziona solo negli sport dove le società appartengono alle forze armate, come nell’atletica leggera. Ma non servono per forza gli eserciti per insegnare calcio.

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