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Nuova formula della Supercoppa Italiana, quattro squadre al posto delle solite due, la vincitrice del campionato di calcio di serie A e quella che ha conquistato la Coppa Italia nella stessa stagione. Final Four l’hanno chiamato, capito la figata? Ma si, buttiamoci dentro pure la sconfitta nella finale di Coppa Italia e pure la seconda classificata del campionato della stagione precedente, che tanto più ce n’è e meglio è.
SuperInter contro la Lazio
In un sovraffollato calendario che per i tre quarti delle squadre prevede almeno tre competizioni si sentiva giusto la mancanza di un paio di partite in più. Ma quando i petrodollari chiamano, è impossibile defezionare. Non si tratta di bruscolini, gli emiri hanno messo a disposizione 28 milioni di dollari, che si divideranno le quattro interessate. Otto milioni alla vincente, all’altra finalista cinque, alle due eliminate in semifinale 1,6 a testa. Dice “beh, so’ 16 milioni in tutto, gli altri ndo’ stanno?”. Facile, l’altra metà della torta se la becca la Lega Calcio. Chiamali fessi.
“E che siamo, fessi?”, hanno però rugnato i giornalisti Arabi. Non gli sono tornati i conti, mica si aspettavano Lazio e Fiorentina nella “Final Four”. Volevano Milan e Juventus, che teneri! Con pazienza gli si è fatto notare che le quattro partecipanti alla prestigiosa competizione sono state determinate dagli esiti della stagione scorsa, tra classifiche, tornei e penalizzazioni: da noi si usa così, che se lo facciano piacere.
Questa è la cifra della conoscenza che gli arabi hanno delle cose calcistiche italiane e non, e noi a stargli dietro. Flop annunciato, Napoli-Lazio dal vivo l’hanno vista pochi intimi, giusto una manciata di migliaia di spettatori. La prossima volta, lo chiedano direttamente: per la Final Four vogliamo quella, questa e quest’altra squadra. Gliele diamo, gli facciamo giocare un quadrangolare tipo quelli estivi (che non contano niente), gli stringiamo la mano alla premiazione chiunque vinca, facciamo un po’ di ammuina, dopodichè ci dileguiamo col malloppo. E la vera Supercoppa Italiana ce la giochiamo tra di noi, tra le patrie mura. Noi che ancora crediamo a classifiche ed eliminazioni.
La formula a quattro si è rivelata la fetecchia che più o meno ci si aspettava. Fiorentina e Lazio non si sono rivelati avversari all’altezza della situazione, pallide copie delle squadre che l’anno scorso avevano fatto così bene. Hanno salutato l’Arabia con tre gol sul groppone a testa, e senza mai dare l’impressione di poter dire la loro in questa controversa edizione. Nei fatti, quelle che con la vecchia formula si sarebbero contese la Supercoppa, anche con la nuova si incontreranno in finale, come era giusto che fosse.
Per Inter-Lazio lo Stadio Al-Awal Park di Riad non sarà stato gremito, ma comunque troppi spazi vuoti non ce n’erano. Semifinale più equilibrata rispetto a Napoli-Fiorentina si diceva. Sono bastati tredici minuti a spazzare via quella convinzione. Tredici minuti durante i quali l’Inter ha fatto la prova del gol che avrebbe poi realizzato Thuram, in elegante spaccata manco fosse Nijinski redivivo. Sarri non ha creduto a tanta magnificenza, e si è nettato gli occhi. Il fraseggio paziente dell’Inter ha ipnotizzato fin dalle prime battute i suoi uomini. Troppo morbidi i laziali, hanno assistito impotenti a quel palleggio scandito col metronomo.
Il gol subito li avrebbe dovuti attizzare, invece li ha smosciati. Semmai, i tentativi di pressing sono diventati più isterici, perché recuperare palla è diventata una urgenza. Ma se prima del gol l’Inter aveva sfoggiato quella regale indolenza, dopo è diventata persino più cogitabonda nel suo sciorinare gioco.
La Lazio mai ha trovato le giuste contromisure a prevenire le repentine imbucate dei tre centrocampisti interisti a cercare (e trovare) a turno Lautaro o Thuram tra le pur strette linee laziali. Quando ha provato ad alzare i ritmi è andata sistematicamente fuori giri, facendosi trovare fuori posizione e con i reparti molto distanti tra di loro. Normale, la fretta spesso ti fa correre a vuoto. E più corri a vuoto, più ti stanchi. Più ti stanchi e più tardi arrivi sul pallone. E se arrivi tardi sul pallone, prima o poi il gol lo prendi.
Ma è solo per l’imprecisione degli interisti che la Lazio non finisce il primo tempo con un passivo più importante. In ordine cronologico, al 32esimo Provedel respinge un tiro di Lautaro in due tempi; al 35 esimo Barella spacca la traversa con un tiro al volo dalla breve distanza; al 44 Thuram si trova a tu per tu con Provedel ma si incarta e non tira (perché non tiri, diobon?).
Le occasioni fioccano, ma solo sotto la porta laziale, perché in campo c’è solo l’Inter. Nella fitta cronaca una telecamera ruba lo sguardo perplesso e preoccupato di Inzaghi, che subodora l’inganno. Hai presente la faccia di Salvini mentre legge un’offerta d’assunzione? Uguale.
Tocca a Sarri a smuovere le acque paludose in cui si sono impantanati i suoi, e lo fa all’inizio del secondo tempo, inserendo la batteria di uomini con i piedi buoni. Dentro Cataldi e soprattutto il Mago, Luis Alberto. Il Mago però non fa a tempo a finire di dare ragguagli ai suoi compagni di reparto perché viene distolto dai movimenti di Pedro, che nel frattempo si è insinuato in area in cerca di gloria. Ma sbaglia area, e il fallo che commette su Lautaro, dall’altra parte avrebbe fatto nessun danno. Da questa, invece, è rigore.
Calhanoglu fa il suo dovere, senza fronzoli. Battezza l’angolo di sinistra e conficca la palla lì dove nessuno può toglierla. Due a zero. Sfortunata la Lazio, prende il gol proprio nel momento in cui si accingeva a fare un certo tipo di partita, così non gli è stato dato il tempo di raccapezzarsi.
Al 53esimo arriva l’attesa notizia, la Lazio ha finalmente deciso di scendere in campo. Ci si aspetta che la partita cambi, e in effetti cambia. I celesti spingono forte, l’Inter si dispone alla mezz’ora abbondante di sofferenze che l’aspetta. Ma è solo una fiammata, dura un battito di ciglia. L’Inter trova il terreno che le serve per ripartire a razzo con il suo fondamentale preferito, il veloce ribaltamento di campo. Di nuovo fioccano le occasioni, di nuovo la Lazio è spettatore non pagante.
Neanche la routine delle sostituzioni cambia il volto del match, nessuno tra i romani è in grado di cambiare la pendenza del campo. Non lo fa nemmeno il tanto atteso Luis Alberto incapace di disegnare traiettorie che mettano davanti a Sommer uno tra Pedro e Immobile. Ma una magia la fa: tira fuori dal cilindro il classico coniglio. Purtroppo è un coniglio morto. La magia è riuscita, ma il pubblico ne è inorridito. Il passaggio illuminante che lo spagnolo disegna finisce sui piedi sbagliati. Sanchez ringrazia di tanta prodigalità e lancia Mkhitarian, che serve Frattesi in splendida solitudine. Provedel prova a prendere quel diagonale, ma il tiro del romano in nerazzurro è forte e gli piega le falangi.
Game, set, match? Manco per niente, perché l’Inter ha voglia di infierire e solo la fregola di far segnare per forza il capitano fa sì che occasioni ghiotte vengano scialacquate malamente. Ma forse è meglio così, davanti alla bandiera bianca non ci si deve incrudelire.
La finale della Supercoppa Italiana “Final Four” edizione 2024 la giocherà l’Inter, se mai ci fossero stati dubbi. Ci va di pieno merito, con una partita mastodontica condita da numeri strabordanti. La prestazione di ogni singolo giocatore è stata maiuscola, tanti i tiri in porta, quasi nessuna occasione lasciata all’avversario, nuovo “clean sheet” da mettere agli atti.
Gongola Sommer, tiri in porta non gliene arrivano troppi e lui può vivere di rendita, tipo come quando si andava a scuola: davi una interrogazione da sette all’inizio del quadrimestre e poi con una serie di sufficienze stiracchiate portavi a casa la promozione. Lazio non pervenuta, troppo brutta per essere vera. Non sarà una settimana serena quella al Formello Training Ground. Appuntamento a lunedì 22, per la finale di Supercoppa che non piace agli arabi.

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