www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Napoli-Inter: la bella partita che ci si aspettava, c’è stata. Veloce, intensa, equilibrata per gran parte del tempo. Molto più equilibrata di come il risultato finale possa far alludere. Lo zero a tre a favore dei nerazzurri penalizza oltremodo il Napoli che non è mai stato soverchiato sul piano del gioco almeno fino al raddoppio degli ospiti.
Napoli-Inter e lo stato di grazia dei nerazzurri
Di certo, tra le due la più pressata dalle congiunture era il Napoli, già prima del match lontana dalle primissime posizioni. C’era da tentare la rimonta, ci ha provato.
Meno critica era la situazione dell’Inter che, tutto sommato, si sarebbe anche potuta accontentare di un pareggio, in attesa che il calendario la mettesse davanti a partite più addomesticabili. Stare per una settimana in condominio nell’attico del campionato con la Juventus, non sarebbe stata certo la fine del mondo.
Le due condividevano certi impicci, circoscritti per lo più all’assortimento di difensori. Il Napoli lamentava le assenze di Oliveira e Mario Rui, l’Inter quelle di Bastoni e Pavard. Pari e patta, almeno su questo punto.
Su altri punti invece ballavano importanti differenze: l’Inter, già qualificata agli ottavi di Champions League, contro il Benfica aveva potuto fare una passeggiata di salute, affidandosi ad un robusto turnover. Il Napoli, viceversa, aveva dovuto dare il meglio di sé, sia in termini di scelte di schieramento ma anche e soprattutto di dispendio fisico, nella partita contro il Real Madrid.
Era arrivata la sconfitta, in quel di Madrid, malgrado una gara gagliarda, giocata con personalità dai ragazzi di Mazzarri. Purtroppo anche da lì era tornata a casa tanti gol presi e la sensazione diffusa di non aver ovviato al problema di una certa vulnerabilità. L’idea che il cambio di allenatore non abbia giovato più di tanto al trend napoletano è più che un sospetto.
Non c’è un allenatore che possa fare i miracoli, Mazzarri da uomo di calcio scafato com’è lo sa benissimo. E infatti in questa sua nuova esperienza non ha provato a rivoluzionare la macchina che gli è stata consegnata da De Laurentis. Troppo il tempo che ci vorrebbe per ricondizionarla al al 3-5-2, suo credo calcistico. Troppe le incognite a cui prestare il fianco, troppi i giocatori non consoni a quella filosofia di gioco. Però anche affidarsi al 4-3-3 di Garcia sarebbe stato improponibile, visti i magri risultati raggiunti fin lì.
Così la sapienza di Mazzarri del Napoli ne forgia un ibrido, tanto per i cambiamenti radicali c’è tempo. Quella stessa sapienza gli suggerisce, per limitare i danni, di regalare sicurezze al team facendone arretrare di una decina di metri il pressing, col chiaro l’intento di non farsi trovare scoperti.
Così nei ragionamenti pre-partita, decide di sacrificare Zieliński per dar campo ad Elmas, che non sarà la seconda punta che lui vorrebbe, però ci somiglia parecchio. Sa accorciare, prendere palla, se il caso puntare l’avversario ma senza rinunciare a dare una mano ai centrocampisti.
E di mano ce ne sarà da dare in abbondanza, dato il tremendo traffico che insiste da quelle parti. Lì sfrecciano i Barella, i Mkhitarian, i Calhanoglu ma anche i Lobotka, gli Anguissa, lo stesso Elmas. Far passare uno spillo in mezzo a tante gambe veloci e sapienti è già un’impresa, figuriamoci una sfera con la circonferenza di settanta centimetri. E’ da altre parti del campo che si deciderà la partita: dalle fasce.
Le fasce, appunto. La fascia più attenzionata è quella sinistra del Napoli dove Kvara deve liberare il suo dribbling ubriacante ma anche preoccuparsi di quello che accade alle sue spalle. Dumfries invece può invece dormire sonni più tranquilli perché dietro il georgiano c’è Natan, che non ama troppo andare a cercare fortuna al di fuori del suo recinto.
Dall’altra parte due “tascabili” ad incrociarsi le corse: Politano e Dimarco faranno a chi è più bravo a cercare il fondo e a crossare per gli arieti d’area, Lautaro e Osimhen.
È il Napoli a partire meglio, l’idea è giusta: novanta minuti sono lunghi da far passare quando ne hai giocati altrettanti solo tre giorni prima e riuscire a segnare subito e disporsi a fare una partita sparagnina è un’ottima strategia. Ammesso che l’avversario te lo consenta.
Non lo ha consentito, ad esempio, Sommer che già dopo due minuti ha dovuto allontanare un tiro da fuori di Elmas. È solo l’antifona di venti minuti che il Napoli gioca con l’acceleratore a tavoletta, costringendo l’Inter alla difensiva, come raramente si è visto prima.
Così Lautaro e soci decidono di ritirarsi sottocoperta, in attesa che la buriana scampi e i marosi si quietino.
E in effetti è un po’ quello che succede intorno al trentesimo, quando l’Inter riesce a mettere il naso fuori dalla sua metà campo. È che adesso la partita si dipana ad intermittenza, a brevi fasi in cui una o l’altra mette insieme manciate di minuti di possesso palla.
Infatti al 35esimo è Politano a cercare la porta, grazie ad un gentile cadeau di Calhanoglu, in vena di generosità. Sommer questa volta non ci arriverà, ma a lui si sostituisce una provvidenziale traversa.
Quando si è generosi prima o poi si passa all’incasso, si sa. Ma solo nell’accezione positiva del termine. Perché chi incassa la saetta che il regista turco disegna dai 20 metri è il povero Meret, che per quanto spinga forte coi piedi non riesce a toccare il pallone che termina la sua corsa alle sue spalle, in rete. Una palla accomodata, in precedenza da un tocco piumato di quel genietto di Barella, che farà vedere ulteriori meraviglie più avanti, nel secondo tempo.
Il gol del vantaggio è arrivato al 43esimo, e Inzaghi si fregato le mani, felice come un bimbetto dal giocattolaio. Se già ricoverarsi negli spogliatoi sullo zero a zero era per lui cosa buona e giusta, con lo zero a una è pura manna piovuta dal cielo. Perché tutti i coach che si rispettino conoscono i loro polli. Soprattutto quelli seduti in panchina, quelli che sanno cambiare le partite da un minuto a caso, diciamo intorno al sessantesimo. Pare che le cose belle succedano in quei dintorni.
E guarda un po’, è il sessantunesimo quando dal cilindro nerazzurro salta fuori il genietto di pocanzi. La corsa che si dipana sulla sinistra con un triangolo tra Carlos Augusto e la Fortuna, finisce per favorire Lautaro.
L’argentino vede arrivare di gran carriera Barella. Impossibile non notarlo, per quanto sta vorticando le gambe e gesticolando manco fosse Pietro Ammicca (chi deve sapere già sa). C’è niente da fare, quella palla deve necessariamente finire tra quei piedi. E ci finisce: il resto è storia, si infila tra Oestigard e Natan mollandoli sul posto manco fossero due attivisti di Legambiente a caccia di donazioni e deposita in rete. Estemporaneità al servizio del genio, non è roba che si prepara in allenamento, siatene certi.
L’Inter che conduce per due a zero è quella del primo tempo, per Inzaghi non c’è stato motivo di alterare ciò che stava funzionando meravigliosamente. Ma allora cosa ci faceva Carlos Augusto nell’azione del gol? Aveva dovuto prendere il posto di De Vrij, nuovo, ulteriore infortunato nella causa nerazzurra, già all’alba della partita, al 18esimo minuto.
Ma non è purtroppo l’ultimo ad uscire claudicante dalla pugna, lo seguirà Dumfries a un quarto d’ora dalla fine, sostituito da Cuadrado. Ci si incazza, ma c’è di buono che si può fare conoscenza dell’ala colombiana, di cui fin qui si sono potute percepire solo le potenzialità: un paio di tocchi e mette in porta, per il terzo gol dell’Inter, Thuram. Il Napoli era uscito dal campo ormai da un po’, stravolto dalla fatica e dalla frustrazione.
Decisamente per i campani non è giornata, l’arbitro qualche svista l’ha presa, compreso un tocco maldestro di Acerbi sul malleolo di Osimhen che forse un’occhiata sul monitor del Var l’avrebbe meritata.
L’Inter si riprende la vetta con una partita che, pescando dal solito bidone delle frasi fatte del futbol, vale tre punti “pesanti”. Neanche stavolta quella frase ha un senso perché il Napoli di oggi pare troppo avvezzo a prendere gol, allo stesso modo che giochi in casa o fuori. Molto probabilmente lascerà ad altrui altri punti pesanti.
Il conto giusto è quello di quattro punti presi in due trasferte terribili, che fanno tris con il pareggio (con non poco rammarico, in verità) colto a Lisbona con il Benfica. A metà strada di un ciclo terribile che ancora aspetta gli incontri con Real Sociedad e Lazio, il bilancio vira decisamente verso il segno più.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
VAI AL LINK – Kulturjam Shop
Leggi anche
- Il capitalismo si fa chiamare mercato per vergogna
- L’inflazione è dei padroni, il conto della spesa è dei lavoratori
- Non basta contestare La Russa. L’antifascismo a metà
- Sud America, Ucraina, Fascismo
- Multare chi usa termini stranieri è una soluzione idiota a un problema reale
- Dialoghi della coscienza: l’intensità magica del silenzio e la necessità di una poesia intima
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult
- Cartoline da Salò, nel vortice del presente














