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Quando l’Inter affronta avversari come il Benfica, che giocano a viso aperto, quasi sempre rende prestazioni molto positive, è un fatto. La notte di San siro ne è stata l’ennesima conferma.
Inter-Benfica è uno spettacolo
Oh, finalmente un avversario tagliato su misura sull’Inter. A Milano, stadio San Siro, è di scena il Benfica, un nome suggestivo che rievoca eroiche gesta del tempo che fu.
Perché dico che il club portoghese è un antagonista congeniale? Perché gioca a viso aperto, attacca nello stesso modo in cui difende, perché non fa calcoli. Perché non si adatta al gioco dell’avversario ma mantiene la sua filosofia di gioco, se il caso, imponendola. Non è una squadra pigra, pretende di avere sempre l’iniziativa.
Quando l’Inter affronta avversari siffatti, quasi sempre rende prestazioni molto positive, è un fatto.
Gli “Aguias” nel loro campionato stanno tenendo un passo analogo a quello dell’Inter, sei vittorie a fronte di una sola sconfitta. In Champions invece ha capitombolato nella prima giornata, perdendo rovinosamente in casa con il Salisburgo. Anche qui ci sono analogie con la Nostra, che non ha perso a San Sebastian con la Real Sociedad ma ci è andata maledettamente vicina.
Così se alla vigilia Inter-Benfica non potesse certo essere considerata la fatidica ultima spiaggia, di certo rappresentava un passaggio cruciale per l’ottenimento del passaggio del turno.
Appurato che non c’erano dubbi su quella che sarebbe stata la qualità della prestazione dell’Inter, rimaneva il dubbio del tipo di partita che avrebbero condotto le Aquile. Squadra da prendere con le molle, con elementi di classe e giovani già pronti o di chiara prospettiva.
Tra le novità più intriganti, la presenza nell’undici lusitano dell’attempata ma sempre sopraffina ala Di Maria, e il portiere Trubin, che per quanto è stato vicino all’Inter nella passata campagna acquisti, quasi quasi vien voglia di considerarlo un… ex!
La dimensione cui si sono calati i ragazzi già dalla scorsa edizione della Champions League è lì, tetragona, che incombe su qualsiasi avversario venga a rendere visita in quel di Milano. La sensazione che emana l’Inter oggi, è quella di essere una squadra “adulta”, anche quando le cose non girano per il verso giusto, giustappunto come successo con la Real Sociedad.
E come per la gran parte del primo tempo della gara in questione, durante il quale trovare il bandolo della matassa è stata impresa rimasta inevasa. Alla luce del risultato finale si può considerare essere stato il tempo ben speso per capire come maneggiare il palleggio sicuro e ipnotizzante del Benfica, imbrigliarlo e infine rigirarlo a proprio favore.
Come il tempo per attivare Sommer dopo una dormita generale su fallo laterale per il Benfica, per dargli l’impressione di poter fare il colpo gobbo e la risalita dell’erta ha potuto avere inizio. Ma significherebbe fare della spacconeria.
Durante quel complicato inizio il naso comunque è stato messo fuori: ad esempio capitano due occasioni a Dumfries, la prima di testa, la seconda di piede ma per la sua proverbiale arruffoneria, entrambe le opportunità vengono derubricate come gag di una commedia brillante. Risate registrate comprese.
Ci sarebbe però da incazzarsi, a dirla tutta. Il buon Denzel in certe sue manifestazioni ricorda l’amico di Forrest Gump, quel Bubba tutto cuore e generosità, ma anche un irredimibile pasticcione.
E così per via di Bubba si va al riposo a reti bianchissime, anche perché se aspetti che il Benfica cerchi la porta, ci si fa Natale e Capodanno. Di quest’anno e di quell’altro.
Perché le squadre portoghesi,son fatte così. Giocano-giocano ma non tirano mai in porta. Tipo dei Casanova che non consumano mai. Se gli togli le porte, loro non se ne accorgono nemmeno. Fermi al ricordo dell’unico bomber che hanno avuto nella loro storia, Eusebio, continueranno imperterriti a passarsi sterilmente il pallone.
Ed è in quel vano menage che portano a compimento il loro primo tempo.
Ma l’Inter che entra nel secondo tempo… E beh, quella che entra nel secondo tempo è la versione Abarth di quella del primo. Di più: è Abarth carrozzata De Tomaso. Scarica cavalli per terra sollevando zolle che è un piacere, in dispetto al già troppo martoriato prato di San Siro.
Già dal primo minuto tamburella in area con gragnuole di palloni che le Aquile non riescono più nemmeno ad allontanare, per quanto sono sotto pressione. Quando ci riescono quelle finiscono in spazi sconfinati la cui densità abitativa è pari allo zero, presidiati al massimo da un paio di berberi in abbigliamento nerazzurro, pronti a rilanciare gli assalti.
Non può non arrivare il gol dell’Inter, andrebbe oltre ogni ragionevolezza. Si può solo farla apposta a non segnare. E a confermare questo dubbio, capita di nuovo Bubba, che di testa riesce a buttare fuori una ghiottoneria confezionata da Bastoni. Si incazzerà additando ad un presunto disturbo di Thuram, ma quello è un attaccante, dove vuoi che stia, se non al centro dell’area avversaria? In realtà sta facendo tutta una scena: Bubba, ti vogliamo bene lo stesso.
Nel frattempo Lautaro ha ingaggiato un duello alla messicana con Trubin: uno di qua, l’altro di là e il primo che mette fuori la testa è spacciato. Sotto il sole artificiale di 25000 k/w si consuma quella drammatica diatriba. La stravincerà il portiere ucraino, con il congruo aiuto della fortuna in forma di pali e traverse.
Ma come dicevamo, il gol doveva per forza concretizzarsi, come fosse già stato fatto.
E’ giusto indicare il minuto, il 61, perché è quello del gol di Thuram e perché è anche quello in cui finalmente Bubba fa la cosa giusta. Viene lanciato da Barella in un corridoio in cui si può sentire l’eco per quanto è grande. Lo ha percorso tutto, poi una volta arrivato sul ballatoio ha scaricato palla all’indietro verso Thuram.
Il francese prima è rimasto affascinato dal quel gesto inaspettato, poi riavutosi da cotanto stupore, ha scaricato la palla alle spalle di Trubin. Il portiere non ha avuto nulla da eccepire: mica si trattava di Lautaro!
Il passaggio illuminante di Barella è il vero grimaldello di quella benedetta partita. Il centrocampista sardo è tornato nella sua veste migliore, quella massiccia e soprattutto incazzata. Quando Nicolino smadonna, è un buon segno. Quando lo vedete educato e remissivo, preoccupatevi.
Al 73esimo minuto Lautaro punta di nuovo Trubin: zitti che è la volta buona. Anzi no. Lo ha saltato, poi a porta vuota ha tirato mosciamente. Vatti a fidare degli amici: Otamendi, quoque tu, gli ha tolto la soddisfazione di vedere il suo acerrimo nemico raccogliere la palla in fondo alla rete. E niente, sarà per la prossima volta.
Quella prossima volta capita trenta secondi dopo: il nuovo faccia a faccia si risolve come consuetudine. Lautaro se ne è mangiati due grossi così: farà fatica a muoversi, con quella panza.
Un’ultimissima schermaglia, all’86 esimo. Come vuoi che finisca? Trubin allunga i tacchetti della sua scarpa destra, dimostrando che ne sa, anzi ne fa, una più del diavolo.
Finisce in gloria, con il Benfica a spingere per i dieci minuti che restano ad una classicissima del calcio europeo. Lo farà invano, incapace anche solo di rendersi pericolosa, fino a quando l’arbitro Makkelie ne sancirà la fine, al termine di una direzione dall’andamento ondivago e a volte, come nella gestione dei cartellini, criptico.
Chiave del successo è stato il cambio di ritmo impresso alla gara dall’Inter, strabordante, letteralmente. La concentrazione spalmata sull’intero match condita da una lucida rabbia ha fatto il resto. I Ragazzi arrivavano invariabilmente per primi su ogni palla vagante, le fasce sono state occupate in maniera dilagante.
Inutile stilare una pagella, per quanto la prestazione dei singoli tutti sia stata abbondantemente nell’ordine dell’eccellenza. Ma se proprio si deve: note di merito vengano riconosciute a Pavard, che migliora ad ogni uscita, a Bastoni, tornato arrembante come nei suoi giorni migliori, a Thuram che oltre al gol è stato un costante pericolo per la difesa portoghese. A Mikhitarian, per cui si rischia che ogni lode suoni come superflua. Sostanza, presenza e carisma sono le caratteristiche che condivide con Calhanoglu.
L’Inter fa bottino pieno. Lo spegnimento delle luci del Meazza coincide con il primo posto in condominio con la Real Sociedad in un girone dalla strana conformazione, con una delle favorite già in fondo alla classifica. C’è ancora qualcuno che creda che le partite le decida il ranking UEFA?
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