L’interista esistenzialista: nerazzurri e Gasperini

Tra i nerazzurri e Gasperini, storia di un amore mai nato e mai dimenticato che ogni anno si presta a non detti, ripicche, parole in più o in meno. Poi c’è il campo.

I nerazzurri e Gasperini (i nerazzurri giusti)

Nei periodi in cui senti la voglia di innamorarti devi stare attento a dove metti piede: come aver bevuto un filtro, di quelli che ti innamorerai del primo essere che incontri. Potrebbe essere un ornitorinco. (Umberto Eco, Il nome della rosa)

Nel consueto spulciamento di notizie sui giornali sportivi e non, alla ricerca di novità riguardanti la partitissima della domenica, Atalanta-Inter, mi sono imbattuto in un fatto senza precedenti. Anzi in un non-fatto. L’assenza totale e globale di un must cui ormai eravamo abituati fin dalla stagione 2011-2012.

Incredibile ma vero, a nessuno dei giornalisti impegnati a raccontarne la vigilia è venuto in mente di chiedere a Gasperini se per caso non avesse qualche sassolino dalla scarpa da levarsi, qualche vendetta da perpetrare all’odiato avversario, qualche regolamento in sospeso da redimere, in relazione alla sua esperienza fallimentare in quell’Inter che fu sua di più di dieci anni fa.

Aneddoti piccanti, segreti da svelare, ricordi incendiari a scoppio ritardato? Macchè, niente di niente, neanche l’ombra. Sarà che finalmente il buon Gasp se ne è fatta una ragione o sarà che l’argomento è diventato talmente ritrito che pure i più scalcinati cronisti lo ritengono obsoleto, fatto sta che un sobrio Gianpiero ha preso il posto dell’inconsolabile ex allenatore dell’Inter.

Ho sempre collegato il personaggio Gasperini a quell’amante sgraziato e impacciato cui una donna bellissima e inarrivabile, ha concesso, più per noia che per voja, l’occasione di una notte d’amore.

Quella notte non deve essere andata particolarmente bene se, alle prime luci dell’alba il disgraziato è stato allontanato dal talamo con una tallonata ben assestata sulle chiappe, insieme all’invito da parte della bellona, di affidarsi alle falcate più ampie che quelle gambette corte e storte potessero articolare, cosicchè gli permettessero di – con la più favorevole prescia possibile – scollarsi dal di lei cospetto.

Di anni ne son passati un bel po’, da quel fattaccio. Solo ora ha messo l’anima in pace? Capisci perché ci ha messo tanto a farsela piacere? Non si adombri il Giampi: erano anni tosti per la femme fatale, che all’epoca non sprigionava certo l’allure allettante di certi tempi ormai andati. Aveva voglia di imbellettarsi con cipria proveniente da fondi di magazzino! I suoi scalcagnati cicisbei si chiamavano Castaignos, Furlan, Nagatomo, Rivas, Poli e altri misconosciuti.

Chi arrivò dopo di lui non è che fece tanto meglio: a malapena riuscì a salirci su quel letto. Ci fece giusto un paio di giri intorno Claudio del Testaccio ma presto si convinse di lasciar perdere: troppa fatica, troppa ansia da prestazione per rimanerci vivi. Il terzo che ci provò fu Andrea, un altro romano che aveva dalla sua l’aitanza della giovane età e questo la fece invaghire giusto un pochino, il tempo che copre una primavera e un’estate. Ma già nell’autunno successivo c’era già chi gli preparava le valigie.

Ho scherzato, ma del mandato gasperiniano rimangono alcuni filmati, pochi in verità, che lo ritraggono dopo le conferenze stampa rilasciate all’indomani di quella manciata di sciagurate gare che il malcapitato riuscì a perdere pure contro avversari modestissimi, come Novara e Palermo in campionato e come il Trabzonspor (in casa per giunta) in Champions League. In quei filmati l’allenatore sfoggia sempre un’afta gigantesca sul labbro inferiore che non regredì minimamente durante quei suoi trenta giorni da coach.

Chiaro che se da una parte ottenere un così prestigioso e remunerativo ingaggio consciamente lo appagasse e inorgoglisse, dall’altra c’era una parte di lui, recondita e affondata nei recessi dell’anima che rifiutava violentemente il connubio che era andato a sottoscrivere.

Quell’esperienza deve aver scavato profondamente nelle sue convinzioni visto che da allora ha privilegiato mete a lui più consone, forse facendo ammenda di una certa presunzione che gli era montata durante i suoi anni da allenatore emergente. Forse all’Inter arrivò troppo presto, sicuramente nel momento sbagliato, in una società in pieno sbando e con una rosa a disposizione dal valore tecnico risibile.

Oggi, chi lo conosce racconta di un vero professionista, maniacale nella ricerca dei migliori assetti di squadra ma dal carattere spigoloso e irragionevolmente borioso. In sostanza un allenatore con molti pregi e altrettanti difetti che non ha avuto la capacità di lenire, anche oggi che ha la testa completamente canuta e i sessanta anni superati da un pò.

È conveniente scommettere che alla tara, sottraendo il suo carattere difficile alle indiscutibili capacità tecniche e professionali da mettere a disposizione di un team, difficilmente troverà una sistemazione più altolocata di quella attuale quando terminerà il suo impegno a Bergamo.

Ma intanto fa girare i suoi che è un piacere e la partita con l’Inter è lì a dimostrarlo: La sua Atalanta pressa a tutto campo, non fa ragionare l’avversario e in più lo mette all’angolo. Segna su rigore, ma è per consunzione: i tre di dietro faticano a stare addosso ai tre mobilissimi avanti atalantini e alla fine De Vrij va in fuorigiri e allunga la gamba dove non deve. Zapata non vede l’ora di cascare e l’arbitro ci casca pure lui.

I bergamaschi non sono gente che fa calcoli e vale anche per la squadra della loro città anche se di bergamaschi in rosa non ce ne sono. Quindi continua a fare quello che sa fare: correre, pressare, chiudere le linee di passaggio. I milanesi sono paralizzati, Inzaghi continua a guardare la scacchiera cercando la mossa giusta con la mano sospesa sull’orologio ferma-tempo.

Mister, c’è poco da pensare, l’avversario ha solo fatto l’apertura: due pedoni in avanti e adesso è al bar a sorbirsi una cedrata, una mossa bisognerà pur farla. Quella mossa arriva dal professore serbo che sa dove stare senza dare troppo nell’occhio e mette in opera quella grandissima furbata di pareggiare allo scadere del primo tempo.

I nerazzurri di casa saranno pure bravi ma un po’ sono anche tordi, poiché nel secondo tempo non riescono più a gestire il gioco. Un po’ perché intanto il ritmo forsennato che hanno impresso ha finito per imbolsirli, un po’ perché l’Inter ha preso fiducia e fa girare il pallone con sano comprendonio, un po’ perché quando prendono il secondo gol dal professore serbo si squagliano come un budino di crema pampuria, concedendo contemporaneamente campo e terzo gol.

E’ solo la prodigalità di cui sono permeate le maglie da trasferta a concedere la speranzella di un finale col bonus ai padroni di casa. E di tempo ce ne sarebbe per commettere quel crimine ma intanto l’impeto è calato, l’ondata si è fatta risacca e il finale scorre senza troppi scossoni. L’Inter espugna Bergamo e sul segnapunti imposta il numero trenta.

Imposta anche il numero ventidue, quello dei gol buscati: ma di questo numero non c’è da vantarsi. Negli altri campi, il Napoli non si prende nemmeno la briga di archiviare la pratica Udinese: la appallottola, la mastica e la sputa via.

L’Udinese ci crede perché è un’ingenua: il Ciuccio si assopisce ma non si addormenta. Il Milan di riffa o di raffa, ma più di raffa, regola la Fiorentina che affascina chiunque se la trovi contro ma poi non consuma mai. O lascia che a consumare siano gli altri. La Juventus aggiunge un altro scalpo eccellente alla collezione, dopo quello dell’Inter, quella Lazio ondivaga che non sai mai che partita deciderà di fare.

A Torino è arrivata con la decisione di non giocare, contenti loro… A smentirmi, alla fine Gasperini qualcosa contro la sua ex qualcosa l’ha detta: l’Inter è fortunata, ha vinto con due autoreti. Dai, che un po’ la pensi ancora…

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Meridionale ma anche settentrionale. Sono lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi.

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