L’interista esistenzialista: Napoli-Inter, vittoria di routine. Ora il bersaglio grosso…

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La Supercoppa italiana la vince un’Inter non trascendentale, non solo per demerito suo. D’altronde non sempre si può dare spettacolo. I numeri di Inzaghi sono impressionanti, per lui è la quinta Supercoppa Italiana conquistata, è un record.

Supercoppa, Napoli-Inter

Quando al 36esimo minuto del secondo tempo di Napoli-Inter, finale “Final Four” della Supercoppa Italiana edizione 2024, Simone Inzaghi ha richiamato in panchina Thuram per lanciare nella mischia Alexis Sanchez, la stragrande maggioranza degli interisti (potete abbassare il braccio, grazie) si è rassegnato a vedere assegnato il trofeo a chi avesse segnato più rigori.

Si erano disposti, i detentori del titolo, a portare lo spasmodico forcing finale, fatto di palloni scagliati a centro area a favore di chi fosse dotato della giusta volontà di accalappiarli. Che era poi quello che stavano facendo almeno dal 15esimo minuto del secondo tempo quando si erano trovati inaspettatamente con un uomo in più rispetto al Napoli.

Tutti quei tentativi si erano rivelati sterili con Rrahmani e Juan Jesus ad intercettare tutte le traiettorie. Bravi, ma notevolmente aiutati dalle caratteristiche degli attaccanti interisti presenti. Lautaro è l’attaccante mortifero che tutti sappiamo, ma il suo pur ottimo timing non lo favorisce più di tanto nelle contese aeree. Thuram ha la stazza giusta, ma non è uno che fa del colpo di testa il suo fondamentale migliore.

Non c’erano riusciti loro, volevi che ci riuscisse lui? Lui, il piccolo cileno che quando è in preda dei suoi periodici scazzi si autoproclama il re della jungla ma che per i tifosi altro non è che il re degli impiastri?

E invece, sarà stata l’aria da finalissima, così fresca asciutta che uno gli vien voglia di masticare le zolle, fatto sta che inaspettatamente, Alexis ieri è salito in cattedra.

I suoi movimenti sincopati, disordinati e per questo inintellegibili, hanno disorientato i dietro napolisti, e di conseguenza creato i giusti diversivi ad un attacco che fin lì aveva operato in un solo modo.

E chi se lo aspettava? Il piccolo cileno all’84esimo ha assecondato una traiettoria dritto per dritto di Arnautovic in piena area, ma lo sgraziato austriaco, ricevuta palla l’ha masticata tirando addosso a Gollini.

Non contento, sei minuti dopo ha chiuso un triangolo largo con Pavard che ha poi messo la palla nel cuore dell’area. L’ha messa bassa, arreso all’evidenza che quelle alte le prendevano sempre i napolisti; Frattesi ha inciso pure stavolta facendo un più o meno volontario velo, Lautaro l’ha scaraventata in porta mettendo la parola fine alla questione.

E che gli vuoi dire ad Alexis? Non sarà quello che ti risolve le partite in campionato, ma mettilo a giocare una finale e qualcosa succederà. E di fatto, questa finale l’Inter la vince dopo il suoi ingresso in campo e con una sua giocata.

Non era stato mica lui a far vincere la stessa competizione nel 2022, segnando il gol della vittoria ben oltre il centoventesimo minuto contro la Juventus? Il leoncino torna sugli scudi, buon per lui. La società gli cercava una sistemazione per gennaio? Mi sa che fino a giugno non ci penserà più: è così che ci si guadagnano le conferme.

Il Napoli ha fatto la sua partita, va detto. E’ andato molto oltre le aspettative, date le cupe premesse. Un po’ per i giocatori chiave impegnati in Coppa d’Africa (Anguissa e Osimhen), un po’ per la crisi di risultati e di gioco, un po’ per gli infortuni, il tipo di partita che ha potuto ragionevolmente affrontare è stata quella impostata su una difesa alta e ordinata.

L’Inter, inaspettatamente, ha sofferto il centrocampo napolista che in teoria avrebbe dovuto essere molto più maneggiabile rispetto a quello della Lazio eliminata nel turno precedente. Invece il Napoli ha tenuto botta, non permettendo mai ai centrocampisti interisti di ricevere palla tra le linee.

Ha avuto successo quell’espediente perché diversi antropomorficamente da quelli della Lazio. Leggeri e veloci questi, grandi e macchinosi quegli altri. Cajuste, Lobotka, Zerbin, Politano e Mazzocchi brevilinei, agili e scattanti, con la loro dinamicità hanno accorciato le distanze in velocità quando l’Inter conduceva palla. Hanno così asfissiato Calhanoglu e Mkhitarian, chiamati a creare le giuste linee di passaggio.

Barella è stato rintuzzato in ogni sua iniziativa e infatti se ne è molto lamentato, sia con i compagni che non lo servivano a dovere che con gli avversari che lo aggredivano con decisione ogni volta che si trovava la palla tra i piedi.

Quel continuo applicarsi in marcature preventive ha però finito per inaridire anche il gioco del Napoli, che per controllare ha controllato, ma la porta di Sommer non l’ha vista praticamente mai, se si eccettua un tentativo di Kvaratskhelia ben parato dallo svizzero.

Come sempre, in partite così bloccate, sono gli episodi ad indirizzare gli esiti da una parte o dall’altra. Andava in tv, tempo fa, una pubblicità che recitava “la potenza è nulla senza il controllo”. Calza perfettamente quando si parla di ciò che accade a Giovanni Simeone.

L’italo-argentino al 15esimo sprigiona tutta la sua potenza per raggiungere la palla che Acerbi ha tra i piedi. Ma non si perita di calibrare il controllo perché il suo piede finisce per pestare quello del centrale interista. Ma è un fallo grave? No. Un fallo cattivo? Neanche. Ma le regole sono regole e la petulante casistica recita che il pestone è sempre punito col giallo. Ergo, Simeone va espulso perché ne ha già uno sul groppone. Semmai il dubbio sussiste proprio su quel primo fallo.

Lo slogan pubblicitario calza anche su quello che fa Barella al 55esimo minuto. La potenza sta tutta nel suo sradicare palla a Lobotka, ma poi è il controllo… dei nervi, a fregarlo. Il sardo ritiene che il suo non si somigli lontanamente ad un fallo e decide di farlo notare in maniera poco urbana all’arbitro. Rapuano lo ammonisce, giustamente. Non inciderà sulla partita in corso, ma piuttosto in quella che verrà, con la Fiorentina: non la giocherà perché diffidato. Lascio a chi legge l’incombenza di coniare l’appellativo giusto per Nicolino, io aborro il turpiloquio.

Dall’espulsione del “Cholito” son cambiate repentinamente anche le aspettative del Napoli, che se fino ad un momento prima stava giocandosela quasi alla pari e puntava su qualche ripartenza decisiva, dopo quella non gli resterà che puntare la sveglia al novantesimo, quando a parità conseguita potrà giocarsela di nuovo alla pari: anche in disparità numerica, il regolamento prevede cinque rigori a testa. Quella supina attesa, come abbiamo visto, si rivelerà vana.

Il gol di Lautaro, l’ennesimo di una stagione fin qui stratosferica, sancisce la terza Supercoppa Italiana vinta di seguito. Un bel traguardo.

La vince un’Inter non trascendentale, non solo per demerito suo. D’altronde non sempre si può dare spettacolo, come non sempre si può vincere. Potendo scegliere, meglio scegliere il primo adagio.

I numeri di Inzaghi sono impressionanti, per lui è la quinta Supercoppa Italiana conquistata, è un record.

Nelle interviste del dopogara un giornalista gli ha chiesto, dopo la solita pletora di domande scontatissime, “come ci si senta ad essere il recordman” per quel tipo di torneo.

Inzaghi è uomo di mondo e sa ben leggere l’infido che c’è in certe domande apparentemente innocenti. Il retropensiero lo decodifica in chiaro: tante coppe, ma ancora manca il bersaglio grosso. Campionati di serie A vinti? Zero. Coppe Continentali vinti? Zero. Spara sulla croce rossa quel giornalista. Il cruccio, probabilmente, è solo il suo.

Ma per cambiare il modo in cui il mondo del calcio percepisce il suo operato in nerazzurro l’occasione c’è, e non è lontana. Il bersaglio grosso è nel mirino, la mira è buona, la mano ferma. Bisognerà solo convincere… la Juventus.

 

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Meridionale ma anche settentrionale. Sono lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi.

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