Inzaghi: “I ragazzi hanno fatto quello che gli chiedevo”. E meno male che fanno quello che dice, sennò chissà come finiva. Il paziente è sempre più grave, chiamate un dottore!
Chiamate un dottore, ma uno bravo
No, ma a ‘sto punto chiamatelo, un dottore. Cosa c’è ancora da aspettare? Chiamatelo, ma mica uno qualsiasi, uno che sia bravo davvero, un luminare. Che ne so, un primario. Tipo quelli che ad un certo della loro vita professionale iniziano a farsi chiamare “professore”.
Uno che ne capisca davvero perché il paziente lo stiamo perdendo. Perché a quanto pare, tra Inzaghi, Marotta, lo Zhang in Italia e lo Zhang in Cina non è che ci stiano capendo granchè.
Ad Inzaghi non c’è manco più bisogno di mettergli il microfono sotto il naso, basta fare copia-incolla con quello che ha detto la settimana prima. Ha balbettato la solita solfa: “è una sconfitta che brucia, mi prendo le mie responsabilità, se ne esce tutti insieme lavorando, i ragazzi hanno fatto quello che gli chiedevo”. E meno male che fanno quello che dice, sennò chissà come finiva contro la Roma.
Facendo quello che diceva il loro allenatore i giocatori dell’Inter si sono consegnati alla Roma che altro non è che una versione evoluta dell’Udinese. Ed esattamente come l’Udinese ha lasciato giocare l’avversario a piacimento facendolo sfogare, esaltare con il gol del vantaggio, regalandogli l’illusione di governare il gioco e per poi deprimerla approfittando della solita sbavatura di palleggio che ormai tutti – avversari, spettatori, commentatori, ex giocatori, articolisti, artisti di rivista, cantautori e carovanieri – si aspettano da un momento all’altro: roba già vista.
L’Inter, pur sapendolo ha abboccato con l’ingenuità di una squadra di categoria Allievi ed è caduta di peso nello sfondapiedi allestito da Mourinho. Si ha voglia di dire “siamo sfortunati, al primo errore paghiamo”: sono proprio gli errori tecnici quelli che si pagano pesantemente perché trovano la squadra impreparata e disposta secondo un’inerzia diversa da quella dell’azione in corso.
Infatti Spinazzola trova il corridoio di sua competenza completamente sguarnito e ha tutto il tempo di servire Dybala, liberissimo sul versante destro dell’attacco romanista. Anche Handanovic ha tutto il tempo di seguire la traiettoria e di guadagnare il centro della porta mentre la palla finisce sul sinistro dell’attaccante argentino.
Poi però quando questo maltratta il pallone con un tiro sghembo e smoscio, il portierone è incapace di trasformare l’idea in azione, il lag tra le sue sinapsi e le fibre muscolari diventa ridondante col risultato che quando parte per incrociare la traiettoria del pallone, la spinta sui piedi è smorta e non questo riesce nemmeno a staccarsi dal suolo. L’equilibrio risulta quindi squilibrato, il corpo atteggiato all’indietro non consente un’efficace spinta sui polsi che, bolsi, cedono all’inerzia della massa della sfera.
Neanche lo stesso Dybala si spiega come quel tiro senza impulso si sia trasformato nell’uno a uno ma gongola rubizzo, al ricordo dell’estenuante tiramolla fatto con la dirigenza interista per un solo paio di milioni di euro.
Il secondo tempo è tutto volto e svolto ad aspettare il prossimo errore dell’Inter che prima o poi – stanne pur certo – arriverà. L’ipotetica possibilità di un vantaggio nerazzurro rimane appunto ipotetica perché l’unico a darsi tutto è Lautaro che combatte come sa, ma è costretto a giocare solo palloni all’indietro con quello Smalling che gli mastica i tendini d’Achille. Smalling ho detto? E certo, perché è il vero signore dell’aire, tanto che i palloni in quota li prende tutti lui: vengano dalla trequarti, dalle fasce o dagli angoli, il sistema di triangolazione telemetrica installato nelle sue dreadlocks non fa mai cilecca.
E non fa cilecca neanche quando si sposta nel territorio ostile: su quel suo fatale tocco Handanovic non allunga nemmeno un dito, tanto a cosa servirebbe? Arriva la quarta sconfitta in campionato e un solco con le primissime che sembra ormai incolmabile, non tanto per l’entità quanto per il trantran.
Il dottore invocato all’inizio suggerirebbe forse a chi di competenza di non insistere con un modulo che non premia e non catalizza le qualità dei giocatori a disposizione. Spiegherebbe che puoi anche divertirti a mettere Acerbi al posto di De Vrij ma mica per questo prenderai meno gol. Suggerirebbe che con una difesa a quattro potresti aver meno campo da coprire nelle sovrapposizioni di fascia, soprattutto se su quelle fasce hai Dimarco e Dumfries e non hai Garrincha e Roberto Carlos.
Infine proporrebbe di insistere con Asslani perché un giovane calciatore matura meglio in una squadra che sa stare in campo e che si fida di lui. Inviterebbe Barella e Brozovic a non redarguire in maniera virulenta gli errori dei compagni ma che piuttosto incoraggiarli a riprovarci. Ma quel dottore non c’è e non ci sarà, verosimilmente: nel periodo di vacche magre che si vanno vivendo chi può avere in animo di investire cospicui denari per foraggiare un altro professionista?
Con alle porte il terzo turno di Champions League è completamente fuori luogo pensare a rivoluzioni, come fuori luogo immaginarsi chissà quale tipo di perfomance. Magari ci si rivede nel prossimo weekend quando si parlerà di Sassuolo, squadra particolarmente indigesta ai colori nerazzurri. Nove giorni che decideranno mezza stagione.
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