L’interista esistenzialista: Supercoppa italiana, tutto bello, bello, bello!

La finale di Supercoppa italiana ha regalato una notte di gioia a tutti i tifosi nerazzurri, provati da una stagione ancora indecifrabile.

Supercoppa italiana, tutto bello, bello, bello!

C’era aria di festa al King Fahd International Stadium di Ryad, palcoscenico della finale di Supercoppa Italiana, tra Milan e Inter, rispettivamente vincitori di Campionato e Coppa Italia nelle edizioni 2021-2022, con gli spalti completamente colorati di rosso e di nero, di nero e di azzurro, pieno zeppo come un piatto di Kabsa.

Le telecamere che scrutavano tra le gradinate rilanciavano immagini di facce sorridenti che non tradivano una tensione alcuna, di bocche spalancate che cantavano, che urlavano slogan per questa o quella squadra, esattamente come si fa in ogni stadio del mondo quando il calcio è lo spettacolo di scena. Per lo più si potevano distinguere le facce olivastre degli indigeni, improvvisati ma entusiasti spettatori della kermesse.

In minoranza erano i tifosi veri e propri, quelli al seguito di Inter e Milan. Era possibile riconoscerli dai tratti somatici oltreché dalle facce tirate dalla tensione, quelli si, perché seppur dall’altra parte dell’emisfero, un derby è sempre un derby, anche quando si disputasse in un parcheggio dell’Esselunga.

E poi è un derby di coppa, mica nocelle. Ai più attenti non sarà sfuggito un particolare: tra quella moltitudine di umanità variegata presente allo stadio non era possibile individuare la presenza di una sola donna. Strano? Non in quelle latitudini. E’ che il re Salman non gradisce la presenza delle donne, ma non è per capriccio, ci mancherebbe.

E’ il re di uno stato che non ha una costituzione, a cosa servirebbe mai quando C’è già una legge preminente che è data e dettata dal Corano, una dottrina fondamentalista che regola e norma ogni aspetto della società saudita? E il Corano parla chiaro: le donne non possono mischiarsi liberamente agli uomini, non possono spostarsi a loro piacimento, ogni loro decisione è subordinata all’uomo, che sia sposo, padre o tutore.

Così si fa in uno stato islamico. Per questo non vedrai donne in uno stadio saudita. E’ mica il caso di prendersi la briga di spiegare? Lascia perdere, gli occidentali non capirebbero mai. Ma poi al Re piace anche che l’occidente lo consideri un illuminato, un progressista e aspira che questo lo tratti da pari a pari. Che qualcuno parli a suo favore, che magari al ritorno da un viaggio nel paese delle mille e una notte racconti di aver trovato una società che sta vivendo il suo rinascimento. Ma al Re piace anche il prodotto calcio, soprattutto, perché è business, è ritorno d’immagine per sé e per il suo paese, è indice saliente di modernità.

E per il calcio, quello italiano soprattutto, è passione corrisposta: piace molto il re e ancora di più piacciono i suoi soldi. E quindi non si fa problemi a vendersi a lui, autoindulgendosi al meretricio con la scusa dello sdoganamento del prodotto nostrano.

Poi poco importa che il tessuto sociale arabo sia completamente alieno a qualsiasi elementare diritto umano, che le comminazioni di frustate a chi si macchi di “reati” come la sodomia e l’omosessualità siano quantomeno disinvolte, che la libertà di culto religioso sia praticamente inesistente. Sono gli affari, baby: per questo si stenda il fatidico telo pietoso, the show must go on.

Aveva avuto ragione Inzaghi ad indicare come una striscia senza soluzione di continuità le partite che andavano da Inter-Bologna degli inizi di novembre a Inter-Verona di sabato scorso. Che col Monza la squadra abbia pagato più del dovuto un paio di distrazioni (sue e del direttore di gara) è nei fatti. Ma senza ricorrere alle tare praticate dal coach, il senso era quello: l’Inter arrivava alla Supercoppa Italiana in condizioni migliori del Milan.

Milan che deve essere rimasto con la testa sul campo di via del mare, a Lecce, dove oltre ai due punti ha lasciato convinzione e consapevolezza della propria – oggettivamente indiscutibile – forza. L’Inter ha letteralmente schiantato i cugini, surclassandoli sul piano del gioco e della corsa. A cominciare dalla catena di sinistra, l’arma più ficcante a disposizione dei rossoneri, che ha vissuto una giornata da tregenda con il duo Leao e Theo Hernandez, addomesticati in leggerezza da Darmian e Barella.

Molto ha aiutato il fatto che il francese apparisse molto giù di bioritmi, con le gambe imballate come non mai e che il portoghese fosse in completa asincronia con i giri del pallone, che ha continuato a maltrattare finché è stato in campo. Si sarebbe poi spento in preda allo sconforto, intorno alla mezz’ora del primo tempo, come è solito fare quando le cose non vanno per il verso giusto. Inzaghi quando deve scegliere i cursori non lo fa certo per simpatie: Darmian nelle gerarchie indiscutibili del coach ha superato al momento Dumfries che tanto di denti deve ancora farsi.

Si vuole sostanza, concretezza e solidità? Ci si affidi all’italiano, che anche quando non rapisce l’occhio e non può troppo occuparsi della fase offensiva, assicura copertura, contrasti efficaci e presenza nel gioco aereo. Se invece si vuole inventiva, estro e velocità volendo concedere scientificamente qualcosa in fatto di tenuta difensiva, ci si affidi all’Olandese.

Lo Skriniar fasciato da capitano che non ci mancherà mai abbastanza, ha avuto quindi vita facile dovendosi preoccupare solo di chiudere i pochi spifferi che si andavano creando in area. Bastoni ce ne ha messo un po’, ma alla fine è approdato ad una forma fisica decente: lo ha capito, suo malgrado, il sempre pericoloso Giroud che ieri pericoloso non lo è stato mai. Di Acerbi non è neppure più il caso parlare: quella risata immortalata in un Lazio-Milan della scorsa stagione per il quale è stato crocifisso oltre ogni ragionevole dubbio, altro non era che una premonizione di quello che sarebbe successo qualche tempo dopo, con un’altra maglia e al tramonto di una finale di Supercoppa italiana.

Un Tonali tachicardico ha sbuffato e smadonnato tra Mkitharian e Barella che tessevano reti di passaggi per quattro. Quando per una volta ha lasciato la custodia del sardo a Bennacer quello si è buttato dentro tra Tomori e Theo sicuro che Dzeko avrebbe scorto il suo movimento.

Poteva, in quella, non esserci dall’altra parte Dimarco? Non dovendosi occupare troppo di Messias, troppo impegnato a dribblare se stesso, senza neanche riuscirci, l’ossigenato terzino, in continua propensione offensiva, ha accolto quel pallone che aveva appena finito di tagliare in due l’area, lo ha impattato e a porta vuota il gioco è stato fatto: 0-1. A Calhanoglu quando vede rossonero gli piglia lo sturbo, è risaputo.

Manco gli avessero disonorato la mamma: buon per la causa nerazzurra, che si ritrova un regista tarantolato ma con dei bisturi al posto dei piedi. Con quel bisturi disegna le traiettorie dei passaggi di centrocampo, poi si occupa anche di ricucire, che la fatica è al di là da venire e infatti poi uscirà al settantesimo minuto, per crampi da consunzione. Dzeko?

Se quello visto contro il Verona sabato scorso era la diapositiva in negativo, quello di supercoppa è il positivo sviluppato in gigantografia: non perde un duello aereo, smista palloni per tutti, compagni di squadra, arbitro, raccattapalle e steward compresi. Non contento, dopo aver inventato l’imbucata per quello del vantaggio, fa il gol del raddoppio, quando lanciato dal mancino di Bastoni prima manda a farfalle il sempre più conturbato Tonali e poscia incastra la palla in buca d’angolo.

Lautaro, pur con la sua sicumera da campione del mondo non ha certo invocato quel suo blasone, applicandosi di buon grado anche a lavori di bassa manovalanza mordendo le caviglie di chiunque passasse nel raggio del suo compasso. Insomma, la concentrazione di squadra è stata profonda, congrua e ferma: chi si aspettava prima o poi quel calo e la conseguente gragnuola di tiri verso Onana è stato servito.

E a proposito del camerunense: detto che è stato impegnato poco e niente, registrandosi un solo intervento “vero” sull’unica iniziativa pericolosa di Leao, parato con una plastica quanto ridondante tuffo alla sua sinistra, per il resto il camerunense ha dispensato la solita sensata amministrazione sui pochi tiri dalla distanza dei rossoneri, condita dai rilanci chilometrici di cui è capace e il non trascurabile senso di determinata sicurezza che infonde ai compagni.

Quella flessione non è arrivata neanche a seguito delle sostituzioni: il tanto vituperato Gagliardini ha fatto legna al posto di un esausto Barella, Gosens ha preso il posto di Dimarco pure lui completamente spompato dal continuo andirivieni sulla fascia su cui ha spadroneggiato. De Vrij-Bastoni per dare stucco fresco al muro interista, Asllani a dare tranquillità con il suo ritmo compassato al posto di Cahlanoglu.

Sorvolo per pietà sull’ingresso di Correa, che ormai rappresenta un caso inestricabile anche per i più smaliziati calciofili: i pochi palloni che gli sono pervenuti li ha persi miseramente. A poco sono serviti invece i cambi scelti da Pioli che per dare impulso a quell’afflato d’attacco che avrebbe desiderato, ha inserito il disutile De Ketelaere a tentare di fare il trequartista, l’esotico Origi a provare a fare il terzo d’attacco sul fronte di destra e Rebic a cercare gli spazi che Giroud non ha trovato.

Poi quello funzionale di Kalulu per dare fiato a Kjaer che per forza di cose non poteva avere l’autonomia per coprire tutti i novanta minuti. Purtroppo per il Milan i cambi invece di invertire l’inerzia della gara l’hanno consegnata ad altrui, prestando il fianco alle ripartenze nerazzurre. Finisce che un lancio lungo di Skriniar viene addomesticato da Lautaro con Tomori attaccato alle sue lombari. “Datemi una leva e vi solleverò il mondo” disse Archimede. L’attaccante argentino non ha la stessa pretesa, a lui basta sfruttare la limitata leva che è il suo corpo e usare Tomori come fulcro.

Foto il sole 24ore

Quello ci sta e quindi l’Hernandez gli scappa via, che si è fatta una certa. Il manuale del calcio vorrebbe che a quel punto nel vis a vis col portiere, altezza vertice destro dell’area di rigore, questo venga uccellato dall’attaccante con un tiro a girare col piede sinistro sul palo più lontano. Ma i campioni del mondo quel libro non lo leggono perché nascono già saputi e così l’argentino tira d’esterno, che tanto il pallone sempre lì va a finire.

E il 0-3 e il Milan si mette l’anima in pace. Sul podio saudita ci salgono quelli in maglia nerazzurra. Handanovic chiede e ottiene che gli facciano salvo il diritto di anzianità e così è lui, tra milioni di coriandoli neroazzurri a sollevare la Supercoppa, davanti ai reali d’Arabia e le loro odalische con il rigoroso hijab assicurato sui capelli segreti. L’Inter si ripropone per una stagione da svoltare, in qualche modo.

Il nuovo impulso che può dare la prestigiosa vittoria è tutto da quantificare, con un campionato ormai non più recuperabile, ma con ancora vive le possibilità di fare bene in Champions League e delle intatte chance di vittoria della Coppa Italia. Altro effetto benefico proviene dall’aver superato quella sorta di complesso di inferiorità in cui sembrava avvitata la squadra nei confronti delle squadre di pari rango: le vittorie “pesanti” con il Napoli prima e col Milan dopo, costituiscono un pieno di autostima in vista del prosieguo della stagione.

Con alle porte un tour de force composto da una giornata di campionato feriale (lunedì prossimo in casa contro l’Empoli), un nuovo turno di coppa Italia (una tra Atalanta e Spezia) e la ripresa della Champions League, improvvisamente sembra tutto molto meno preoccupante…

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Filippo De Fazio
Filippo De Fazio
Meridionale ma anche settentrionale. Sono lettore incallito e compulsivo, grafomane della vecchia scuola, ex calciatore dagli esiti disastrosi.

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