Il gioco si fa duro. Quindicesimo libro bianco sulle droghe. A che punto siamo?

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È stata presentata la quindicesima edizione del Libro Bianco sulle droghe, quest’anno intitolato “Il gioco si fa duro”. Si tratta di un rapporto indipendente sugli effetti del Testo Unico sugli stupefacenti (DPR 309/90) sul sistema penale, sui servizi e sulla salute delle persone che utilizzano sostanze e sulla ricaduta sulla società nel suo insieme.

Gli effetti della legge antidroga. Edizione 2024 sui dati 2023

Il Libro Bianco sulle Droghe, presentato il 25 giugno alla Camera dei Deputati, è un rapporto indipendente che analizza gli effetti e i danni del Testo Unico sulle droghe (DPR 309/90) in Italia.

Esamina da 15 anni il sistema penale, i servizi, la salute dei “tossicodipendenti” e
l’impatto sulla società.

Quest’anno si sofferma in particolare sulle ipotesi di trasformazione delle comunità in
sistema di “custodia attenuata” privatizzata. Sono stati analizzati i dati degli effetti della legge sulle droghe sul carcere e sul sistema giudiziario.

Come spiegano Stefano Anastasia e Franco Corleone, nell’introduzione-sintesi dal titolo
L’eterno ritorno dell’identico”, purtroppo i dati degli effetti della legge sulle droghe sul
contesto carcerario e giudiziario, anche quest’anno, non raccontano niente di nuovo
sull’argomento.

Le politiche basate sul proibizionismo falliscono, e lo dimostra il fatto che nei nostri istituti di detenzione sono presenti il doppio delle persone condannate, rispetto al resto d’Europa, per reati connessi più o meno direttamente all’uso di stupefacenti, cosa che di per sé costituisce uno dei motivi principali del sovraffollamento carcerario (ormai ben il 50% del totale).

Come se non bastasse, il numero dei suicidi deve essere aggiornato quotidianamente, e i minori segnalati aumentano al 97 per cento per il solo possesso di cannabinoidi: ciò significa che, oltre che sanzionarli, la legge li stigmatizza.

Il recente cosiddetto Decreto Caivano ha tra l’altro introdotto misure più severe, tra cui l’applicazione della custodia cautelare anche per reati minori legati alle sostanze stupefacenti. Di conseguenza, il numero di minori detenuti è salito a circa 1.143 nel 2023, la cifra più alta degli ultimi quindici anni.

Malgrado esistano strutture specializzate per la cura e l’accompagnamento, coadiuvate da
azioni di inclusione sociale e lavorativa, l’azione risulta dunque inefficace, visto che ad esse
non può accedere chi si trova in stato di detenzione.

Il Libro Bianco, tra l’altro, contiene una forte critica di Susanna Ronconi (saggista attiva nel
contrasto al populismo penale) alla proposta Del Mastro, uno dei principali esponenti della
destra italiana, attuale sottosegretario al Ministero della giustizia.

Oltre un anno fa Del Mastro espresse l’intenzione di voler “…coinvolgere il terzo settore, quelle comunità chiuse, in stile Muccioli, per costruire un percorso alternativo alla detenzione…”. Purtroppo, anche da alcuni settori di centrosinistra, fu considerato un primo segnale di apertura della destra a prendere in considerazione forme alternative alla detenzione.

In realtà sono pienamente condivisibili le critiche di Ronconi, che definisce tale proposta insidiosa e pericolosa: in tutta evidenza essa mira a istituire nuove strutture carcerarie parallele sul modello della comunità di San Patrignano al tempo della gestione Muccioli, cioè delle istituzioni totali, che annullano ogni diritto a cure davvero adeguate e sospendono di fatto i diritti civili.

Le intenzioni di Del Mastro, precisa la saggista, in sostanza evidenziano un punto di vista politico, che purtroppo va oltre l’attuale maggioranza governativa, contro il quale si rende necessario promuovere iniziative in grado di mettere davvero allo scoperto le insidie e i peggioramenti sul piano del diritto, della sofferenza e della conflittualità sociale che tale prospettiva comporta.

Attualmente la persona detenuta viene obbligata all’astinenza vissuta come punizione e non
può scegliere un’alternativa, per esempio un’astensione più graduale, una disintossicazione
indolore, o un trattamento contro la dipendenza attraverso l’intervento di professionisti
specializzati anche nel sostegno alle famiglie. Tutto questo, compresa la finalità degli obiettivi terapeutici relegati alla sola astensione dall’uso, fa parte della violazione della libertà e del diritto alla salute.

Mi sembra appropriato citare Denise Amerini (responsabile dipendenze e carcere, area stato sociale-diritti, CGIL nazionale) che esordisce con “I tossicodipendenti in carcere non devono stare.” Per poi rincarare “… questo è il governo che ha colpevolizzato, fino a criminalizzarla, la povertà. Che vuole inasprire le pene per l’uso di sostanze, che vuole mettere fuori legge il cannabidiolo- CBD, e punire con la reclusione fino a 2 anni chi utilizzi immagini che raffigurano la cannabis.”

Siamo nel “regresso” e si ritorna sempre sull’origine del problema, origine oscurata dalle
politiche populiste che strumentalizzano ignoranza e paure, politiche autoritarie che stanno
minando le fondamenta dello stato di diritto.

Oggi il carcere “tra erosione dell’individualità ed estraniamento, è sempre più un non-luogo, una periferia dimenticata, l’inutile immobilizzatore di corpi, soprattutto provenienti dalle frange disagiate della società: tossicodipendenti, extracomunitari…” (A. P. Lacatena).

Se poi ci soffermiamo sulla lettura dei dati statistici, non possiamo non constatare quanto sia proprio il nostro impianto legislativo in materia a provocare, non solo il sovraffollamento delle carceri, ma anche la congestione del sistema giudiziario.

Si pone altresì in evidenza anche la politica di accanimento sulla cannabis, se si considera che 3 persone su 4 sono in carcere per il suo uso o possesso.

Eppure, in diversi stati dell’Unione Europea, come Germania, Malta e Lussemburgo, sono stati già intrapresi passi significativi verso una regolamentazione più ampia in relazione a tale sostanza, spostandosi gradualmente da un approccio repressivo, a uno basato sulla riduzione dei danni e sul controllo legale.

Queste nazioni hanno riconosciuto che il mantenimento dello status quo proibizionista, non solo è inefficace nel contrastare l’uso e il traffico di cannabis, ma può persino generare impatti negativi in termini di salute pubblica, sicurezza e coesione sociale.

C’è da chiedersi quale sia il motivo per cui si continuano ad attuare politiche di regresso,
impedendo quei passi avanti necessari per migliorare la condizione fisica, psicologica e
sociale delle persone affette da tossicodipendenza o disturbo da uso di sostanze.

Sembrerebbe prevalere una valutazione utilitaristica, che sia cioè meno dannoso per la
società lasciare nelle mani delle organizzazioni criminali la circolazione delle droghe,
piuttosto che legalizzarla per controllare meglio il problema e soprattutto ridurre le sofferenze di coloro che cadono nella dipendenza.

Le mafie infittiscono la loro rete penetrando sempre più nel sistema sociale anche attraverso internet. In molti sono consapevoli di tali aspetti ma pochi sono determinati ad affrontare la questione. Forse perché sarebbe un dichiarare guerra al crimine con tutte le conseguenze immaginabili? Forse perché queste organizzazioni “sostengono” ampie aree sociali del paese offrendo lavoro e possibilità di guadagno (anche se illegale)?

Visto che i problemi legati alle droghe si manifestano in altri problemi politici complessi, come la mancanza di una dimora fissa, la gestione di disturbi psichiatrici, la criminalità giovanile, molti preferiscono purtroppo appellarsi a quelle che furono le parole di Borsellino: in sintesi, la legalizzazione della cannabis manterrebbe inalterata la sua utilizzazione da parte degli adolescenti (si spinse addirittura a confessare che proprio non riusciva ad immaginare un minore che va in farmacia ad acquistare una dose di eroina…)

Evidentemente, da una posizione non criminogena e non moralista si risponderebbe che un genitore preferirebbe per lo meno sapere se suo figlio ha un problema più o meno grave di dipendenza e sapere di poter contare su una società in grado di dispensargli le cure migliori, piuttosto che marchiarlo a vita.

La lettura del Libro Bianco apre a tutta una serie di riflessioni che, fatalmente, si concatenano ad altre problematiche sociali, inducendo a chiederci: siamo sulla strada di un “progresso” inclusivo? Se la risposta è no, anche arrivando a riconoscere che ciò possa essere dettato da onestà intellettuale, subito dopo in molti si arrenderanno alla paura, si consegneranno alla fede, elargiranno elemosina metodica o occasionale, delegheranno il volontariato, si affideranno a una scuola che solo sulla carta dovrebbe insegnare ai bambini e alle bambine il valore dei diritti e della solidarietà, ma che in realtà è sempre più deficitaria di tempo, consapevolezza e competenze.

Se invece si è consci del fatto che il tessuto sociale è un ricamo di innumerevoli contesti, percorsi, individualità, viene facile riconoscere che la legalizzazione delle droghe, a qualsiasi livello, è l’unica strada su cui è possibile iniziare un percorso umanamente, ma davvero umanamente, sostenibile.

Il gioco si fa duro. Quindicesimo libro bianco sulle droghe

Testo promosso da La Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, CGIL, CNCA, Associazione Luca Coscioni, ARCI, LILA e Legacoopsociali con l’adesione di A Buon Diritto, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica CGIL, Gruppo Abele, ITARDD, ITANPUD, Meglio Legale e EUMANS.

Scarica i documenti

Scarica la quindicesima edizione del Libro Bianco sulle droghe in formato pdf
Aggiunto in data: 22 Giugno 2024 19:18 Dimensione del file: 3 MB Download: 469

Achab. Gli occhi di Argo|sul carcere

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Emilia Santoro
Emilia Santoro
Emilia Santoro insegna e scrive. Ha pubblicato suoi racconti sulle riviste letterarie Linea d’Ombra e Dove sta Zazà, entrambe dirette da Goffredo Fofi. Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione (Manni Editore). Nel 2008, in piena crisi dei rifiuti in Campania, scrive il dossier Chiaiano. Emergenza ambientale e democratica. Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo Asino senza lingua(Homo scrivens Editore). Dal 2019 collabora alla rivista Achab, diretta da Nando Vitali. Nel 2021 viene pubblicato il suo libro di poesie Lascia la rosa sul bordo del giardino (Iod Edizioni). Dal 2023 fa parte della redazione di Achab, rivista letteraria.

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