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giovedì 25 Febbraio 2021
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I medici a marzo erano eroi in corsia poi sono finiti nel limbo burocratico

Per settimane, durante la prima ondata virale, i medici sono stati considerati gli eroi in corsia. Ma poi la questione delle graduatorie di specializzazione bloccate per tre mesi – sbloccate lunedì – ha riportato alla luce un problema atavico della sanità pubblica italiana: la mancanza di risorse umane e la mala gestione delle risorse economiche.

A marzo erano “eroi in corsia”, da settembre sono bloccati in un limbo burocratico, ma nessuno si interessa più dei medici.

A luglio il Ministro Manfredi pubblica il bando di concorso per l’accesso dei nuovi medici alle scuole di specializzazione di area sanitaria, decide però di escludere alcune categorie normalmente aventi diritto, tra cui tutti quei medici iscritti ai corsi di formazione specifica in medicina generale.

Questa decisione scatena subito la buriana e partono i ricorsi, ancora prima che la prova si sia svolta. Eppure, era prevedibile: essendo il bando per un concorso pubblico hanno diritto di partecipare tutti coloro che siano in possesso dei requisiti e che siano incensurati. Negare questo diritto ad una categoria particolare che di norma dovrebbe accedervi è incostituzionale. Dunque il ricorso, che ha contribuito a bloccare la pubblicazione delle graduatorie, era logicamente prevedibile.

A inizio agosto, il Tar del Lazio dichiara quella clausola illegittima in quanto lesiva del diritto allo studio.

Il 22 settembre finalmente si tiene la prova, in ritardo di due mesi a causa del covid. Ma c’è una domanda errata, partono altri ricorsi. Il MIUR blocca quindi la pubblicazione delle graduatorie.

Dopo quasi tre mesi lo stallo pare essersi risolto due giorni fa, dei 23mila giovani medici impantanati in quel limbo i 14mila vincitori delle borse potranno finalmente entrare a servizio in corsia, ma solo a fine gennaio.

Molti di loro sono scesi in piazza in questi mesi per farsi sentire, tuttavia è doveroso ricordare che questo problema riguarda l’intera popolazione italiana.

A marzo i medici erano eroi in corsia, angeli bianchi, cantavamo le canzoni per loro affacciati ai balconi. Oggi dov’è finita tutta quella solidarietà?

Di tutto questo abbiamo parlato con alcuni medici, per capire direttamente dalle loro voci di dentro non solo quello che sta accadendo, ma quello che potrebbe essere il futuro della sanità italiana.

I medici a marzo erano eroi in corsia poi sono finiti nel limbo burocratico

Francesco P. L’Italia è il paese con il più alto numero di morti da covid-19 a causa della carenza di medici specialisti. Il collasso sanitario è dovuto anche e specialmente ad un grave deficit di organico.

Lo Stato opera tagli sulle borse di specializzazione da anni, perciò quando è arrivato il sars-cov2 c’erano meno specialisti di quanti ne fossero previsti e necessari. Questa carenza di medici specialisti ha reso impossibile il rafforzamento della medicina sul territorio per fronteggiare una malattia infettiva di questa portata. E questa carenza è il frutto di una programmazione sbagliata fatta per anni sul SSN.

Flavia B. A causa della carenza di medici specialisti si è ritenuto necessario richiamare a servizio i medici in pensione, esponendoli di fatto ad un grande rischio, dal momento che la loro età li colloca nella fascia che contrae il sars-cov2 più facilmente e in forma più grave.

Eppure non c’erano alternative, finché tutto andava bene il baraccone del SSN reggeva, malamente ma reggeva, però quando si deve affrontare un problema serio come quello attuale i nodi vengono al pettine. Ed è tardi. È tardi perché gli specializzandi che accedono oggi alla scuola specialistica saranno medici specialisti solo tra 4/5 anni, non certo domani. Attivare nuove terapie intensive per far fronte all’ondata covid è necessario, ma quelle terapie intensive prive di anestesisti, infettivologi, pneumologi, sono inutili. Servono risorse umane, servono specialisti, ma servivano prima. I camici grigi avrebbero potuto fare la differenza.

I medici a marzo erano eroi in corsia poi sono finiti nel limbo burocratico

Marco T. I tagli alla sanità hanno causato l’imbuto formativo. Ogni anno infatti si laureano circa 10mila medici, i quali dovranno poi accedere alla specializzazione, che però è accessibile solo tramite borsa di studio, ma le borse di studio attivate per le specializzazioni sono sempre circa la metà dei reali partecipanti al concorso. Questo vuole dire che quasi il 50% dei medici che usciranno da medicina non potranno continuare il loro percorso e di fatto rimarranno in un limbo. Questo 50% di medici impossibilitati a specializzarsi non è un surplus, bensì un ammanco, poiché i medici specialisti sono inferiori ai fabbisogni regionali.

Claudia M. Una carenza grave che ha deturpato la sanità pubblica e ha reso tortuosissimo l’accesso agli esami e alle visite per i cittadini. Le previsioni su ciò che sarà il SSN nel prossimo futuro sono funeste. Secondo uno studio ANAAO , dalle analisi delle curve di pensionamento e dei nuovi specialisti formati nel periodo 2018/2025 è previsto un ammanco di circa 16.700 medici specialisti. Attualmente in Italia operano circa 213 medici ogni 100.000 abitanti, mentre in Francia sono 264, in Germania 237, in Spagna 227. Senza interventi in Italia nel 2025 si rischia di arrivare a 181 medici ogni 100.000 abitanti.

Questo significa che tra qualche anno per una visita specialistica l’attesa potrebbe superare i 3 anni. Inutile specificare che la sanità privata ne risentirà ugualmente, perché gli specialisti mancheranno ovunque.

 

 

La domanda sorge spontanea: ma perché l’opinione pubblica non se ne interessa?

Francesco P. Si pensa che il medico sia un grande privilegiato, tuttavia noi medici non godiamo affatto di condizioni particolari, gli stipendi dei medici italiani sono tra i più bassi in Europa e lavoriamo spesso in strutture fatiscenti, con strumentazioni obsolete, con turni di 12 ore e straordinari all’ordine del giorno – sempre a causa della carenza di medici – e spesso non pagati. In Italia lo stipendio percepito dagli specializzandi non permette loro di sostentarsi senza l’aiuto della famiglia: la paga oraria è di circa 6€ l’ora. Un quadro drammatico che alimenta la fuga di cervelli: ogni anno circa 1500 medici emigrano verso paesi dove la loro professionalità è riconosciuta e gli stipendi sono decisamente più interessanti.

A proposito di “dar valore alla professionalità” ricordiamo che per la campagna vaccinale contro il covid il MIUR aveva proposto di mettere in campo, affiancati a medici e infermieri regolarmente pagati e a contratto, proprio gli specializzandi. Retribuendo però quest’ultimi con – udite udite – CFU. Ossia: crediti formativi. Forse nottetempo i CFU sono diventati la nuova valuta corrente?

Nient’affatto, ciò accade perché in Italia gli specializzandi sono considerati “studenti”, gestiti appunto dal Ministero dell’Università e della Ricerca, nonostante siano medici iscritti all’ordine e abilitati.

Una proposta che sembra un po’ una barzelletta ma che uscì dalla bocca di Manfredi.

Questa politica, dequalificante, svalorizzante, votata agli utili, condita di tagli, iniziò negli anni Novanta e mirava a riorganizzare la spesa sanitaria. È allora che le USL furono trasformate in ASL, ossia Aziende Sanitarie Locali. Tuttavia questo processo di aziendalizzazione e i tagli operati continuamente, invece di efficientare il nostro SSN lo hanno depauperato, privandolo persino della sua componente fondamentale: il capitale umano di medici qualificati.

Serve una progettualità lungimirante, che riconosca il valore delle sue risorse umane, altrimenti la sanità pubblica è destinata a fallire.

 

 

 

 

 

 

 



Alessandra Spallarossa
Alessandra Spallarossa
Laureata in Mediazione Linguistica alla Sapienza, per vivere lavora come consulente di comunicazione a Roma, per passione scrive, legge e insegna yoga. Ha pubblicato il romanzo "La luna crescente" (Emersioni, 2020)

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