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Chi potrebbe trattare con Putin a nome dell’Europa? Schröder è troppo filorusso, Merkel troppo indipendente, Draghi troppo schierato. Dietro la ricerca del mediatore emerge un problema più profondo: l’UE non dispone di sovranità politica e diplomatica. E allora la soluzione la suggerisce il buon Fausto Anderlini…
Chi dovrebbe trattare con Putin? Il problema non è il mediatore, è che l’Europa non esiste
Ogni volta che si torna a parlare di negoziati tra Russia e Occidente emerge la stessa domanda: chi potrebbe sedersi di fronte a Vladimir Putin per conto dell’Europa?
È una questione apparentemente tecnica. In realtà è devastante sul piano politico. Perché costringe a fare i conti con un fatto che Bruxelles cerca da anni di nascondere dietro summit, dichiarazioni congiunte e fotografie di gruppo: l’Unione Europea non è uno Stato e, nei momenti decisivi della storia, questa mancanza torna sempre a presentare il conto.
La guerra in Ucraina lo ha dimostrato più volte. Quando si è trattato di inviare armi, approvare sanzioni o produrre comunicati, la macchina europea ha funzionato più o meno come previsto. Quando invece si ragiona di diplomazia strategica, di architettura della sicurezza continentale e di rapporti con una potenza nucleare come la Russia, emerge una domanda elementare: chi rappresenta davvero l’Europa? La risposta è sorprendentemente difficile.
Negli Stati Uniti esiste un presidente. In Russia esiste un presidente. In Cina esiste un presidente. In Francia esiste un presidente. Perfino in molti sistemi federali complessi esiste una figura che, nel bene o nel male, può parlare a nome dell’intera struttura statale. Nell’Unione Europea no.
Il fantasma della leadership europea
Dopo l’apertura pubblica di Putin a possibili negoziati diversi nomi sono stati evocati come possibili interlocutori di Mosca.
L’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder viene immediatamente scartato perché considerato troppo vicino al Cremlino. I suoi rapporti con Gazprom e con gli ambienti del potere russo lo rendono, agli occhi di gran parte dell’establishment occidentale, più un interlocutore di Mosca che un mediatore.
Poi c’è Angela Merkel. Ma qui emerge un paradosso curioso. Proprio perché viene percepita come relativamente equilibrata e capace di dialogare con entrambe le parti, una parte dell’establishment euro-atlantico la considera ormai sospetta. Negli ultimi anni l’ex cancelliera è stata spesso criticata per la sua politica di dialogo energetico con la Russia e per gli accordi che portarono alla costruzione del Nord Stream.
Quanto a Mario Draghi, il problema è opposto. La sua collocazione politica e le sue posizioni pubbliche sul conflitto lo renderebbero difficilmente accettabile come figura di mediazione agli occhi di Mosca. Non è Kaja Kallas ma poco mi manca. E allora chi resta?
Il tavolo senza invitati
La questione diventa ancora più complicata quando si passa dal mediatore alla delegazione. Chi dovrebbe firmare un eventuale accordo? Ursula von der Leyen? Non è un capo di Stato né di governo. Kaja Kallas? Le sue uscite assertivamente antirusse mettono in imbarazzo persino i vertici dell’Ue, ed è quanto dire. Ciò rende un tantino difficile immaginarla come figura di equilibrio. I leader dei cosiddetti “volenterosi”? Quali leader? Con quale mandato? In rappresentanza di chi?
La verità è che ogni possibile risposta conduce allo stesso punto: l’Unione Europea non dispone di una sovranità politica unificata e quindi fatica a esprimere una diplomazia realmente autonoma. Per questo motivo i negoziati più importanti degli ultimi decenni sono quasi sempre passati attraverso capitali nazionali, soprattutto Berlino, Parigi o Washington, più che attraverso Bruxelles.
L’Europa ama definirsi una potenza normativa. Il problema è che le guerre non si concludono con le norme. Si concludono con rapporti di forza, trattative e decisioni politiche. Ed è lì che la costruzione europea mostra tutte le sue fragilità.
E allora, chi è l’uomo giusto? Ce lo indica il buon Fausto Anderlini: Luigi Di Maio! Affidarsi alla tradizione italiana della diplomazia creativa è l’ultima carta. Luigi Di Maio è il nome che nessuno aveva il coraggio di pronunciare.
Il curriculum, del resto, è impressionante. Ministro degli Esteri in due governi diversi, uno dei quali guidato da Mario Draghi. Attuale rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Golfo Persico. Conoscenza dell’inglese ormai pienamente acquisita, requisito che nelle élite occidentali conta spesso più della conoscenza della geopolitica.
Si potrebbe obiettare che Mosca non lo consideri una figura particolarmente influente. Anzi, ricordando alcune uscite di Lavrov sul buon ex grillino, non proprio edificanti, diremmo che siamo più nel campo del dileggio che altro. Ma è proprio questo il punto. Forse l’unico mediatore universalmente accettabile è qualcuno che nessuno considera davvero pericoloso. Anzi, che nessuno considera davvero.
Lo immaginiamo già mentre attraversa i corridoi del Cremlino con la pazienza di un funzionario europeo e l’entusiasmo di chi si trova davanti alla missione della vita. Naturalmente è una boutade nel pieno senso anderliano del termine. Cioè fino a un certo punto.
Perché dietro la battuta rimane un problema molto serio: se nessuno riesce a individuare una figura autorevole capace di rappresentare l’Europa in un negoziato con la Russia, forse il problema non è il nome del mediatore. Forse il problema è che l’Europa, politicamente, continua a non sapere chi è. E quando non sai chi sei, è difficile convincere gli altri a sedersi al tavolo con te.

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