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mercoledì 28 Luglio 2021
PolisUsa 2020, uno show elettorale tra affinità e divergenze

Usa 2020, uno show elettorale tra affinità e divergenze

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Ancor più che negli altri Paesi occidentali, le elezioni statunitensi rappresentano uno show nel quale si sfidano due candidati che hanno più affinità che divergenze, nonostante la grande polarizzazione dell’elettorato, mentre è di fatto impossibile avere visibilità per coloro che si muovono al di fuori dei due partiti principali.

L’analisi di Giulio Chinappi dal suo World Politics Blog.

Stati Uniti, dove le elezioni sono uno show politico

Gli Stati Uniti sono generalmente considerato dai politologi come un sistema bipartitico, all’interno del quale vige la continua alternanza tra Partito Democratico e Partito Repubblicano. Secondo la vulgata, ciò sarebbe garanzia di democrazia, in quanto è molto raro, ad esempio, che lo stesso partito governi per più di otto anni consecutivi.

Tuttavia, la verità è che il sistema politico statunitense è costruito appositamente per permettere unicamente ai candidati democratici e repubblicani di emergere, nascondendo invece la fitta galassia di partiti alternativi che si muovono nel mondo politico degli USA, raggruppandoli genericamente sotto l’unica denominazione di Third Party.

Questo è possibile soprattutto grazie all’inesistenza di una legge sulla par condicio, che nella maggioranza dei Paesi dell’Europa occidentale, invece, garantisce una esposizione mediatica teoricamente pari per tutti i candidati nel corso della campagna elettorale.

Sappiamo che in realtà neppure la legge sulla par condicio, che fa parte della cosiddetta legislazione elettorale di contorno, riesce a garantire una totale equità nel corso della campagna elettorale, ma il sistema statunitense semplicemente e spudoratamente premia chi ha più fondi a disposizione, trasformando le elezioni in show politici nei quali quasi sempre vince chi spende di più.

La sfida più costosa della storia

L’attuale sfida tra il presidente uscente Donald Trump ed il candidato democratico Joe Biden, in particolare, risulta essere la più costosa della storia, raggiungendo il livello record di 14 miliardi di dollari, secondo i dati comunicati dal Center for Responsive Politics, l’organismo incaricato di contabilizzare donazioni e spese politiche.

Un incredibile spreco di risorse che potrebbero essere investite in altri settori, come ad esempio per creare un sistema sanitario pubblico e contrastare l’epidemia da Covid-19, che negli Stati Uniti miete sempre più vittime.

Per un raffronto, questa cifra equivale a più del doppio di quella spesa quattro anni fa dallo stesso Trump e da Hillary Clinton, che si erano fermati a “soli” 6.6 miliardi di dollari.

Usa 2020, uno show elettorale tra affinità e divergenze2

Usa 2020, uno show elettorale ad esclusione

Con questi numeri alla mano, appare chiaro come per gli altri candidati sia di fatto impossibile competere con Biden e Trump, che possono invece contare su un numero praticamente infinito di donatori, dai singoli cittadini privati che li sostengono con piccole somme fino alle grandi multinazionali che, come d’abitudine, finanziano la campagna elettorale di entrambi per garantirsi il proprio avvenire indipendentemente dall’esito delle elezioni.

Per non rimanere “scoperte”, infatti, le grandi corporations si assicurano la benevolenza di entrambi i candidati principali, sostenendo economicamente entrambi, seppur con cifre non sempre identiche.

Questo fattore accentua a sua volta la similitudine delle politiche di repubblicani e democratici in molti ambiti, mentre sono generalmente temi di secondaria importanza quelli nei quali si concentra il conflitto politico.

Il sistema economico, il dominio delle multinazionali e delle grandi banche, la politica estera aggressiva ed imperialista sono elementi mai messi in discussione.

Eppure, vi sono altri candidati di differenti posizioni politiche che sicuramente riceverebbero maggiori consensi se solo il sistema statunitense fosse più “democratico”, pur volendosi limitare ai criteri della democrazia rappresentativa di stampo occidentale.

Libertarian, Green Party & Socialisti

Secondo i sondaggi, il terzo posto, per lontano dai due principali contendenti, dovrebbe essere occupato dalla candidata del Libertarian PartyJo Jorgensen. Mentre democratici e repubblicani fanno a gara per difendere, seppur con una retorica apparentemente diversa, le ragioni dell’imperialismo statunitense e dell’interventismo militare all’estero, Jorgensen si oppone a questa visione, e si dichiara favorevole alla fine delle operazioni militari in altri Paesi e ad un mondo multipolare.

Usa 2020, uno show elettorale tra affinità e divergenze3
Jo Jorgensen

Il californiano Howie Hawkins sarà invece il candidato del Green Party, sostenuto pure da altre forze politiche della sinistra alternativa, come il Socialist Party of the United States of America (SPUSA) o i trotzkisti di Socialist Solidarity. Veterano della guerra del Vietnam, Hawkins ha assunto una posizione antimilitarista, ma propone soprattutto un piano sociale ambientalista, con tagli alle spese militari eccessive, un sistema sanitario universale completo e gratuito, posti di lavoro federali garantiti e un salario minimo che raggiunga i venti dollari l’ora.

Da sinistra proviene anche la candidatura di Gloria La Riva, di chiare origini italiane, rappresentante del Party for Socialism and Liberation (PSL), una formazione marxista-leninista, che già si era presentata nel 2016.

Questi ed altri candidati meriterebbero quanto meno di partire da una posizione di parità nei confronti di Trump e Biden, invece dovranno lottare fra loro per raggiungere il singolo punto percentuale di preferenze su scala nazionale.

Quattro anni fa, il Libertarian Party ottenne un risultato considerato lusinghiero con la candidatura di Gary Johnson, che ottenne il 3.28%, mentre l’ecologista Jill Stein si attestò sull’1.07%. Inoltre, nessuno di questi partiti ottenne seggi in parlamento, la cui legge elettorale è a sua volta appositamente disegnata per permettere solo ai due partiti principali di eleggere rappresentanti.

In conclusione

Ancora oggi sono vere le considerazioni che fece Noam Chomsky in occasione delle elezioni del 1996, vinte da Bill Clinton. Già allora, il noto pensatore di origine ebraica notava come le presidenziali statunitensi, oltre a diventare sempre più costose ad ogni campagna quadriennale, seguivano la tendenza alla diminuzione della libertà e della democrazia formale.

In cima alla piramide delle cause di questo lento processo storico, Chomsky poneva il potere delle multinazionali ed i loro finanziamenti nei confronti dei candidati dei due partiti principali.

Il sistema statunitense, dunque, assicura la propria conservazione attraverso l’oscuramento di tutti i partiti ed i candidati che propongono qualcosa di realmente diverso dal duopolio repubblicano-democratico.

 

Giulio Chinappi è su World Politics Blog

 

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Giulio Chinappihttps://giuliochinappi.wordpress.com/
Laureato in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale e in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo. Ha svolto numerose attività con diverse ONG, occupandosi soprattutto di minori. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora.

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