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venerdì 30 Luglio 2021
PolisMa serve davvero l'unità nazionale per affrontare la pandemia?

Ma serve davvero l’unità nazionale per affrontare la pandemia?

La gestione della pandemia e della crisi economica sta creando le condizioni di una convergenza tra esecutivo e centrodestra verso l’unità nazionale che rafforzerà gli interessi dei soliti.

Verso l’unità nazionale per affrontare la pandemia?

In queste settimane si sono fatti passi decisivi in direzione dell’unità nazionale, con lo sdoganamento del (finora) impresentabile Berlusconi e con la progressiva cooptazione di Forza Italia nell’area di governo.

Chi pensava che l’ex Cavaliere fosse ormai un povero vecchietto rincoglionito deve rivedere la propria certezza: con un pressing costante e il lavorio sottotraccia dei suoi “colonnelli” più fedeli (Gianni Letta, Brunetta, Tajani), ha messo spalle al muro le altre componenti del centrodestra (Salvini e Meloni) portando Lega e Fratelli d’Italia a votare con Fi lo scostamento di bilancio proposto dall’esecutivo.

Questa mossa, al di là del riposizionamento tattico e della stampella parlamentare offerta al governo Conte, in una fase delicatissima dovuta al protrarsi dell’emergenza sanitaria, potrebbe ridefinire il quadro politico-istituzionale per i prossimi mesi e ridisegnare la nuova fase che accompagni la ristrutturazione capitalistica nel nostro paese, con il rimodellamento degli equilibri e dei rapporti di forza tra le classi sociali e tra le stesse componenti della borghesia.

La gestione della pandemia e dei fondi europei

Per comprendere come si sia arrivati a questo punto – con la prospettiva di una convergenza di unità nazionale – occorre ricostruire due aspetti della crisi globale che stiamo attraversando: da una parte c’è la questione delle risorse economiche europee (il Next Generation Eu, o Recovery Fund) e di come si debbano gestire i soldi che (e se) saranno messi a disposizione, ma soprattutto chi dovrà farlo (Draghi?) e con quali strumenti (Mes? Recovery Fund?).

Dall’altra occorre comprendere le dinamiche politiche nazionali, innanzitutto analizzando la gestione economico-sociale e comunicativa della pandemia da parte del governo Conte, che può essere divisa in tre fasi.

La prima, quella dell’afflato unitario e solidale dei mesi primaverili, che ha fatto registrare un aumento del consenso attorno al presidente del Consiglio e consolidando la linea neocentrista dell’esecutivo – tesa a nascondere i disastri dei tagli della fase neoliberista, con l’aumento smisurato del debito attraverso provvedimenti (ammortizzatori sociali, cassa integrazione in deroga/Fis, sussidi assistenziali limitati e scarsamente efficaci).

La seconda è quella estiva, praticamente del “tutti in vacanza”, con gli allentamenti generali allo stato d’emergenza, l’erogazione di bonus per incoraggiare il turismo (interno) e dare una boccata d’ossigeno agli operatori del settore.

Allentamenti aggravati dal lassismo di alcune Regioni nelle località turistiche, soprattutto quelle della movida (discoteche, spiagge affollate, villaggi turistici e così via…), amplificati dalle irresponsabili dichiarazioni di medici con interessi privati (innanzitutto Zangrillo, primario dell’ospedale privato San Raffaele), avallati da operazioni politiche irresponsabili (come il seminario “minimizzante” tenuto al Senato e presenziato da noti clinici come Bassetti) promosse da una destra irresponsabile, tutti tasselli che hanno concorso a creare le condizioni per la nuova impennata dei contagi (e dei decessi, con terapie intensive nuovamente piene e posti letto carenti)-

La terza, in cui si è tentato di riaprire le scuole e di gestire la “convivenza” col virus – senza però potenziare i mezzi di trasporto e soprattutto le strutture sanitarie di prevenzione territoriale – ma che è fallita per la repentina impennata dei contagi, portandosi dietro l’aumento delle persone con problemi gravi che devono essere ospedalizzate o addirittura trattate in terapia intensiva, e dei morti che quotidianamente crescono con numeri impressionanti e colpendo fasce di età sempre più giovani.

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In sintesi: prosegue la lotta di classe al contrario

Sullo sfondo, continua a esserci la devastazione della sanità pubblica, con 37 miliardi tagliati negli ultimi quindici anni e la distruzione del sistema nazionale della sanità con la frammentazione prodotta dalla regionalizzazione che in coro bipartisan presidenti di Regioni del centrosinistra (Emilia Romagna in primis, ma anche Toscana) come del centrodestra (Lombardia, Veneto, Liguria), ma anche il ricorso alle politiche neoliberiste che di fatto producono un ruolo concorrenziale tra strutture pubbliche e private sulla base del principio di sussidiarietà (un eufemismo per mistificare i massicci trasferimenti di risorse pubbliche ai privati).

La situazione di emergenza pandemica si è quindi sovrapposta a una crisi economica irrisolta, da cui ancora – dopo oltre dieci anni – non si era usciti per le sconsiderate politiche neoliberiste fondate su austerità e tagli strutturali a pensioni, sanità, istruzione, trasporti, che oggi dimostrano tutta quanta la scelleratezza di affidare al mercato e ai privati i servizi fondamentali per soddisfare i bisogni essenziali della popolazione.

Non si è trattato di “errori”, come qualcuno pudicamente oggi prova a sostenere, ma di una aggressione pianificata e perpetrata con cinica determinazione dalle classi dominanti, che peraltro continuano a rafforzare il proprio potere economico – e conseguentemente politico: ciò dimostra che non solo non ci saranno discontinuità in chiave di una redistribuzione della ricchezza né tantomeno del potere democratico, ma che anzi la pandemia è un’occasione (non solo su scala nazionale, ma globale) per il rafforzamento degli strati privilegiati della borghesia (anche a danno del cosiddetto ceto medio) e per una resa dei conti interna alle élite dominanti.

In sintesi, prosegue la lotta di classe contro le classi subalterne avviata negli anni Ottanta, scatenata dalla volontà di rivalsa (e vendetta) contro le conquiste del movimento operaio e dei lavoratori negli anni Cinquanta-Settanta.

 

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Verso un protezionismo paternalista

Nella fase che stiamo attraversando, si è dunque aperta per il governo l’esigenza di consolidare l’esecutivo con un sostegno parlamentare più ampio: in questo modo, Conte ritiene di rafforzarsi nella sua posizione di equilibrio tra soggetti sempre più variegati che sostengono il suo governo (o almeno, alcuni provvedimenti), mentre il Pd prova a consolidare il proprio ruolo sottraendo la centralità al M5s.

Inoltre, la maggioranza sta aprendo a settori politico-economici che possano sostenere le politiche di dilatazione a dismisura del debito, che dovrà essere restituito tra qualche anno possibilmente senza che dall’Ue e dalla Bce arrivino dettami di ristrutturazione del sistema (è la promessa dell’esecutivo, di cui però non si hanno certezze) come è accaduto alla Grecia con un’operazione di violenza colonialista senza precedenti in un paese europeo (almeno nella parte occidentale del continente, nella seconda metà del Novecento) da parte della famigerata troika.

Per favorire questa operazione, di esposizione del debito come non mai negli ultimi decenni, l’esecutivo moderato e centrista (altro che “sinistra”, sarebbe difficilmente definibile come “pallidamente riformista”) deve rafforzare il legame con i settori della borghesia produttiva e finanziaria dominante: il processo di avvicinamento alla destra liberale berlusconiana è un segnale inviato verso questa componente che già trova rappresentanti in settori del Pd, di Iv, di M5s che già operano nel governo.

Tuttavia, Fi è quella che più organicamente (rispetto alla Lega) rappresenta la piccola e media impresa autonoma, che si sviluppa nel solco di grandi imprese nazionali: il provvedimento del ministro Patuanelli, definito maliziosamente “salva-Mediaset” – votato dalla maggioranza senza troppi imbarazzi, neppure dei 5s – è in realtà un intervento di carattere protezionistico che mira a preservare le aziende italiane da scalate straniere, come stava accadendo con l’operazione portata avanti da Vivendi (che possiede già un’azienda strategica come Tim-Telecom Italia, nelle telecomunicazioni) verso Mediaset.

In questo caso, l’esecutivo si è schierato con le componenti tradizionali della borghesia nazionale, nella guerra con la nuova borghesia transnazionale proiettata nel campo delle telecomunicazioni, delle piattaforme digitali e delle forme di e-commerce (che implicano l’implementazione dello sfruttamento nella logistica, come sta avvenendo in Amazon – un nome per tutti).

In tutto questo, l’assenza di un’opposizione di classe che susciti conflitto sociale e si organizzi politicamente è sempre più evidente: la disgregazione sociale e la frammentazione politica devono essere affrontate e superate, in un processo che si sviluppi nei prossimi anni ripartendo dalla riorganizzazione unitaria dei comunisti, condizione per la genesi di un nuovo blocco sociale e di un fronte politico anticapitalista in grado di invertire gli attuali processi di concentrazione e rafforzamento del dominio capitalistico.

 

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L’articolo originale di Giovanni Bruno è stato pubblicato su La città futura

 

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