Trump e il ‘bivacco mussoliniano’ all’ONU: l’arte dell’intimidazione globale

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Trump all’ONU ha trasformato l’assemblea in palcoscenico di intimidazioni: parla di “bivacco”, accusa l’Europa di rovinarsi, deride infrastrutture e contesta il multilateralismo. Non è solo lui: è l’emblema di un’era che punta al potere con la forza, non con la legittimità.

Trump all’ONU: l’arte dell’intimidazione globale

È bene riflettere ancora sull’intervento di Donald Trump all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, un concentrato di provocazioni retoriche, che tradiscono la natura autoritaria di una leadership in crisi.

In un’aula – “sorda e grigia” – Trump ha trasformato la retorica in arma: ha parlato di “un bivacco” per i suoi “manipoli”, suggerendo che l’ONU diventi terreno militare simbolico per i suoi seguaci. Questa immagine che riecheggia le famose parole mussoliniane, è funzionale a un disegno che non mira al dialogo, bensì all’intimidazione.

Non si è limitato a questo: con tono sprezzante ha affermato che “Your countries are being ruined”, rivolgendo un monito ai governi europei sull’immigrazione (“It’s time to end the failed experiment of open borders”) e criticando l’energia “verde” come “a scam” che devasta le nazioni.
Ha accusato l’ONU di limitarsi a “empty words” che “don’t solve war”.
Ha deriso infrastrutture internazionali: “These are the two things I got from the United Nations: a bad escalator and a bad teleprompter.” 

L’esibizione dell’arroganza serve a coprire un vuoto di visione: il declino della leadership americana nel mondo non si gestisce con invettive, ma con strategie credibili.

Autoritarismo latente: Trump come sintomo, non causa

Trump non è un’anomalia politica, ma l’espressione estrema di un percorso già in atto. Quando la promessa imperiale crolla sotto il peso delle sue contraddizioni, emerge un potere che ricorre all’intimidazione come metodo. Dazi contro l’Europa, ripensamenti nucleari, attacchi al dissenso – sono tutti segnali che la dimensione democratica viene sostituita da quella della forza ostentata.

La retorica come strumento di dominio

Il discorso all’ONU è un perfetto un manifesto retorico: attacchi al “politicamente corretto”, alla migrazione, e alla sovranità culturale europea. Trump si rivolge direttamente ai leader stranieri, presagendo che “Your countries are going to hell” se non abbandonano politiche migratorie e ambientali ambiziose. The Guardian+1
Questa tattica non è casuale: è un tentativo di riscrivere il confine tra legittimo e illegittimo nel dibattito internazionale, imponendo l’agenda del forte sul debole.

Il declino come preludio dell’asservimento globale

Sebbene il secolo americano non si sia chiuso ancora completamente, il suo tramonto è segnato. Il processo è lento e violento: in assenza di un’egemonia condivisa, le derive autoritarie tornano come risposta istintiva alle crisi. Trump è il catalizzatore, non la causa: e la prova è nella sua incapacità di governare da solo, nel bisogno di alleanze con figure come Netanyahu.

Il successo politico più pericoloso che finora ha ottenuto? L’assoggettamento dell’Europa, governata da élite spesso più servili che autonome. Così, l’asse del potere si sposta: non più solo New York, ma Bruxelles, Roma, Atene, dove le politiche nazionali si modellano sulle pretese del centro americano.

Il vero banco di prova sarà, nel prossimo futuro, la capacità del mondo multipolare di reagire all’anti-democrazia strisciante.

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