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Nel 2025 cresce il rischio di una nuova guerra tra Etiopia ed Eritrea. Tensioni geopolitiche, crisi interna al Tigray e manovre militari alimentano timori di un’escalation. In gioco c’è lo sbocco al mare per Addis Abeba. La popolazione civile resta la più esposta.
Corno d’Africa: nuovo scontro tra Etiopia ed Eritrea?
C’è chi ha calcolato che nel 2025 vi siano ancora in corso più di 50 guerre nel mondo. A tutte queste forse se ne aggiungerà un’altra, anche se speriamo tutti molto vivamente che non accadrà. Va purtroppo però stigmatizzato di come gli equilibri geopolitici nel Corno d’Africa appaiano sempre più fragili, con segnali preoccupanti che indicano un possibile riaccendersi delle ostilità tra Etiopia ed Eritrea.
Crisi del Tigray
A complicare ulteriormente il quadro è la crisi interna al Tigray, regione settentrionale dell’Etiopia, dove le divisioni all’interno del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF) – partito politico e organizzazione paramilitare etiope – rischiano di innescare un effetto domino dalle conseguenze potenzialmente devastanti.
Nonostante infatti gli Accordi di Pretoria del 2022 avessero formalmente posto fine al sanguinoso conflitto nella regione, negli ultimi mesi si sono moltiplicate le avvisaglie di un deterioramento nelle relazioni tra Addis Abeba e Asmara.
L’evento che ha segnato un apparente disgelo tra i due paesi risale al 2018, quando il primo ministro etiope Abiy Ahmed e il Presidente eritreo Isaias Afwerki firmarono uno storico accordo di pace a Gedda, mediato dall’Arabia Saudita. Quell’intesa, che valse ad Abiy il Premio Nobel per la Pace, sembra oggi un lontano ricordo.
L’Eritrea ha recentemente ordinato una mobilitazione militare su vasta scala, chiamando alle armi tutti i cittadini sotto i 60 anni, mentre l’Etiopia ha rafforzato significativamente la propria presenza militare nella regione di Afar, in prossimità del confine. Questi movimenti di truppe non sono passati inosservati agli occhi della comunità internazionale, sempre più preoccupata per una possibile escalation.
Uno sbocco sul mare
Secondo diversi analisti ed ex leader militari di entrambi i Paesi, al centro delle rinnovate tensioni vi sarebbe l’ambizione del primo ministro etiope di garantire al proprio Paese uno sbocco strategico sul Mar Rosso.
In particolare, il porto eritreo di Assab, situato a soli 60 chilometri dal confine etiope, rappresenterebbe un obiettivo primario per Addis Abeba, che lo considera storicamente parte del proprio territorio. L’Etiopia, seconda nazione più popolosa dell’Africa con oltre 120 milioni di abitanti, è uno dei pochi Paesi al mondo privi di accesso diretto al mare, una condizione che ne limita notevolmente le potenzialità economiche e commerciali.
La riconquista di Assab rappresenterebbe pertanto non solo un obiettivo strategico ma anche economico di primaria importanza per il governo di Addis Abeba. Una seconda ipotesi, ventilata da alcuni attivisti antigovernativi eritrei in esilio, suggerisce che l’obiettivo ultimo dell’Etiopia potrebbe essere addirittura quello di provocare un cambio di regime ad Asmara, abbattendo il governo autocratico di Isaias Afwerki, al potere ininterrottamente dal 1993.
Questa strategia sarebbe stata vista con favore dall’amministrazione americana precedente a quella di Trump, il quale, per ora, non ha ancora preso posizione in merito.
La situazione appare ulteriormente complicata dalla frattura interna al TPLF, con due fazioni che si contendono il controllo della regione tigrina. Da un lato, il gruppo guidato da Getachew Reda, che aveva assunto la presidenza ad interim della regione e manteneva rapporti con il governo federale etiope; dall’altro, la fazione fedele a Debretsion Gebremichael, storico leader del movimento.
Questo scontro interno ha portato recentemente a quello che è stato definito un “colpo di stato” all’interno del partito, con la fazione di Gebremichael che ha preso il controllo di uffici governativi strategici a Mekelle, la capitale regionale, costringendo Reda a cercare rifugio ad Addis Abeba.
Nello scorso mese di marzo, i sostenitori di Debretsion hanno conquistato anche Adigrat, importante centro nel nord della regione, e successivamente Adi-Gudem, non lontano da Mekelle, segnando un’escalation nel conflitto interno.
Particolarmente allarmanti sono le voci, smentite ufficialmente ma riportate da diverse fonti, di possibili accordi tra il regime di Isaias Afwerki e la fazione del TPLF guidata da Debretsion Gebremichael, in funzione anti-Addis Abeba.
Questa eventuale alleanza tattica tra storici nemici rappresenterebbe un cambiamento radicale negli equilibri regionali. Il timore espresso da diversi analisti è che il Tigray possa nuovamente diventare il principale teatro di un eventuale conflitto. La regione, già devastata dalla guerra civile del 2020-2022, non ha ancora completato la sua ricostruzione, e la popolazione locale vive in condizioni estremamente precarie.
A complicare ulteriormente la situazione è la presenza di migliaia di soldati eritrei che, contrariamente a quanto previsto dagli accordi di Pretoria, non si sono mai completamente ritirati dalla regione occupata durante il precedente conflitto. Questa presenza militare straniera rappresenta un fattore di potenziale instabilità e potrebbe facilmente trasformarsi nel catalizzatore di un nuovo scontro armato.
Reazioni internazionali
La crisi in corso nel Tigray e le tensioni crescenti tra Etiopia ed Eritrea hanno inevitabilmente attirato l’attenzione delle cancellerie internazionali. L’Unione Africana ha espresso “profonda preoccupazione” per l’evolversi della situazione, mentre Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Unione Europea hanno lanciato appelli congiunti per una “de-escalation immediata”.
Il coinvolgimento di potenze regionali come l’Arabia Saudita e l’Egitto non può essere escluso. Quest’ultimo, in particolare, condivide con l’Eritrea preoccupazioni riguardo alle ambizioni etiopi, soprattutto in relazione al controverso progetto della Grande Diga del Rinascimento Etiope sul Nilo Azzurro (il riempimento del bacino dell’enorme diga che l’Etiopia sta costruendo da anni sul Nilo Azzurro – uno dei più grandi progetti infrastrutturali etiopi degli ultimi anni – è terminato due anni fa circa ed è stato ed è tuttora, naturalmente, causa di forti tensioni con Egitto e Sudan, Paesi che dipendono fortemente dalle acque del Nilo e che si trovano a valle della diga). Va da sé che le conseguenze umanitarie di un nuovo conflitto sarebbero catastrofiche.
La precedente guerra nel Tigray ha già provocato centinaia di migliaia di vittime e una crisi umanitaria di proporzioni enormi, con milioni di sfollati e una situazione alimentare critica. Un’eventuale ripresa delle ostilità rischierebbe di vanificare i già fragili progressi compiuti sul fronte umanitario negli ultimi mesi.
Le prossime settimane saranno decisive per comprendere se questi segnali premonitori si tradurranno effettivamente in un nuovo conflitto regionale o se la diplomazia riuscirà, ancora una volta, a prevalere sulla logica delle armi in una delle regioni più instabili del continente africano. Il ruolo della comunità internazionale appare cruciale in questa fase.
Tuttavia, le possibilità di un’efficace mediazione diplomatica sembrano al momento limitate, anche a causa dell’esclusione dell’Eritrea dai precedenti tavoli negoziali, circostanza che ha alimentato il risentimento di Asmara nei confronti del processo di pace.
In questo contesto di crescente incertezza, sono ancora una volta le popolazioni civili del Tigray e delle regioni limitrofe a guardare con apprensione al futuro, temendo di diventare nuovamente vittime di un gioco geopolitico più grande di loro, in un territorio che non conosce pace stabile da troppo tempo.

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