Riad chiama Ankara e Islamabad: la guerra in Yemen cambia padrone

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Turchia e Pakistan promettono truppe all’Arabia Saudita contro gli Houthi, senza numeri né missioni: il Patto di La Mecca nasce fuori da NATO e ONU e consegna al Golfo una sicurezza in subappalto. Il messaggio ad americani e iraniani conta più dei soldati.

Truppe senza numeri: il Golfo subappalta la propria sicurezza

La deterrenza si pratica ormai anzitutto a mezzo stampa: il comunicato che promette il «rapido dispiegamento» di truppe turche e pakistane in Arabia Saudita non dice quante, con quali mezzi né con quale compito, e tuttavia basta a far parlare di svolta. A Riad, lunedì 5 ottobre, il comitato politico e di difesa del Patto di La Mecca si è riunito in sede d’urgenza, con i ministri degli Esteri e della Difesa e i vertici militari dei tre Paesi. Per la Turchia c’erano Hakan Fidan, Yaşar Güler e il capo di stato maggiore Selçuk Bayraktaroğlu, per il Pakistan Ishaq Dar, Khawaja Asif e il feldmaresciallo Asim Munir, per i sauditi Faisal bin Farhan e Khalid bin Salman, ministro della Difesa.

Il patto era stato firmato il 7 agosto proprio a La Mecca da Erdoğan, Mohammed bin Salman e Shehbaz Sharif, e dispone che l’aggressione armata a uno dei tre venga considerata rivolta contro tutti. Ha preso il posto dell’accordo bilaterale di difesa tra Riad e Islamabad del settembre 2025. Dopo la riunione i partecipanti hanno annunciato l’immediata attuazione pratica degli impegni di difesa collettiva e la fornitura delle «forze e capacità concordate», in conformità alle leggi nazionali di ciascun Paese, senza chiarire il ruolo che i soldati avrebbero avuto una volta arrivati.

Alle spalle ci sono settimane di attacchi degli Houthi. A metà settembre i ribelli yemeniti, sostenuti dall’Iran, hanno conquistato il porto di Mokha e alcune isole presso lo stretto di Bab el-Mandeb, e hanno poi rivendicato attacchi con droni e missili contro l’aeroporto di Riad e una raffineria Aramco, oltre a un blocco navale ai danni di navi legate al Regno. Nel comunicato congiunto i tre governi hanno condannato anche il tentativo di colpire La Mecca e Medina. Lo scenario è quello di una regione già incendiata dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e dalla chiusura dello stretto di Hormuz.

Le forze governative yemenite, appoggiate da Riad, hanno risposto il 4 e 5 ottobre con una controffensiva battezzata «Alba dello Yemen», sostenuta, secondo la coalizione, da un centinaio di aerei da combattimento. Il governo afferma di aver ripreso Mokha e posizioni vicine a Bab el-Mandeb, ma gli Houthi smentiscono e le verifiche indipendenti restano scarse. Il ministro pakistano Dar aveva intanto ricordato la preferenza di Islamabad per una soluzione diplomatica, riferendo il suggerimento iraniano di aprire un canale politico con i ribelli.

La sicurezza in subappalto e le sue convenienze

Nel 2015 il Parlamento pachistano si rifiutò di unirsi alla guerra saudita in Yemen, rivendicando la neutralità. Undici anni dopo, lo stesso Paese manda i suoi soldati a difendere Riad dagli stessi Houthi, e il feldmaresciallo che dirige le forze armate siede al tavolo con il proprio omologo turco: la neutralità si è rivelata un bene deperibile, che si conserva finché nessuno propone una contropartita adeguata. Per Islamabad quella contropartita ha il volto di un alleato ricco e di una rendita di prestigio come stabilizzatore regionale, che può essere spesa anche nelle trattative con Teheran.

Il quadro, però, ha il suo sarcasmo involontario. Uno dei maggiori compratori di armi al mondo, custode dei luoghi più sacri dell’islam, fa appello a fanteria e competenze altrui per fermare un movimento armato che il suo stesso apparato aveva promesso di piegare in poche settimane nella guerra iniziata nel 2015. Sarebbe cinico dire che un alleato non basta più, ma la richiesta di aiuto la dice lunga su quanto l’ombrello americano, che ancora rifornisce in volo i jet sauditi e passa informazioni di intelligence, sia ormai percepito come un servizio da integrare con subappaltatori regionali.

Ankara, dal canto suo, incassa un biglietto d’ingresso nella Penisola Arabica e un nuovo argomento per la sua proiezione sul Mar Rosso, già ancorata alla base in Somalia: chi pretende di pesare sul destino dello Yemen non può restare ai margini di Bab el-Mandeb. L’aspetto più interessante resta tuttavia l’architettura: un patto nato fuori dalla NATO e dalle Nazioni Unite, che si attiva con un comunicato e una promessa di truppe di cui nessuno conosce l’entità. Gli Houthi, per quanto problematici, non rappresentano una minaccia esistenziale per Riad, e proprio per questo la mossa è più politica che militare: serve a dire a Teheran, a Washington e a Tel Aviv che nel Golfo esiste ormai un blocco in grado di decidere da solo chi chiamare e quando.

Resta da capire che cosa accadrà quando i soldati arriveranno davvero, e quali vincoli un’alleanza dei volenterosi imporrà a chi la guida. Nelle alleanze, come nei condomini, i problemi cominciano quando bisogna dividere le spese.

 

 

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