I pogrom di Mondragone e il mostro quotidiano

Mondragone è l’ennesima polveriera sociale tra precarietà e caporalato, messa in contrapposizione a una presunta comunità nazionale.

Il pogrom di Mondragone

A Mondragone, zona di sfruttamento e caporalato della provincia di Caserta, ci sono stati scontri e proteste contro la comunità rom bulgara.

Le tensioni crescenti su lavoro, razzismo ed epidemia, sono esplose dopo che la regione ha dichiarato zona rossa l’area dormitorio dove è concentrata la comunità straniera.

Nel quartiere vivono fra le 600 e le 700 persone, la maggior parte delle quali in condomini chiamati Palazzoni Cirio perché costruiti sopra un vecchio stabilimento alimentare.

La comunità rom è impiegata come braccianti nei campi del Centro Italia e questo, in moltissimi casi, significa lavorare senza un contratto, legati al caporalato organizzato su turni massacranti, senza protezioni, in condizioni sociali di esclusione.

Mondragone negli anni è salita agli onori delle cronache per i casi di prostituzione e sfruttamento minorile, per i continui episodi di violenza.

In queste ore, aizzata dai gruppi dell’estrema destra locale, la situazione è degenerata in scontri, atti di teppismo, incendi ed è dovuto intervenire l’esercito.

La situazione è stata immediatamente cavalcata a livello nazionale dai soliti noti. Matteo Salvini, ha diffuso su Twitter un video dal titolo Caos a Mondragone, rom e bulgari in rivolta.

Un montaggio di alcuni momenti della manifestazione della comunità bulgara, accompagnata da una musica volutamente minacciosa, promettendo poi che la settimana prossima farà un comizio a Mondragone.

Giorgia Meloni s’è accodata immediatamente.

Mondragone la rabbia dei residenti contro lo “straniero untore”

 

Non dovevamo uscire migliori?

Questi i fatti. Non nuovi, oseremmo dire abituali, a conferma che quell’anelito durante la quarantena dell’usciremo migliori, era più che altro il solito atto assolutorio di una nazione che non vuol sentirsi comunità.

Continuiamo così, fingiamo che la cosa non ci riguardi. Lasciamo che il mostro sia l’altro, il diverso, l’escluso.

Ora nel pieno del nostro horror vacui, siamo bombardati dall’idea dell’emergenza continua. Emergenza economica, sanitaria, securitaria. E il pericolo viene sempre dalla prossimità, mai dall’origine.

La solita vecchia storia degli ultimi che mettono in pericolo i penultimi.

Viviamo in tempi in cui tutti corrono alla cieca, immersi in queste paure, inciampando per la propria cecità ma cercando sempre colpevoli esterni: gli immigrati, i rom, i barconi, il nemico, per cadere dopo ancora più rovinosamente.

Ci sono personaggi della politica che continuano ad aumentare il loro consenso premendo su queste paure.

Ma per non nominare sempre i soliti, pensiamo invece a una Daniela Santanchè.

In questi anni ha fatto intere campagne elettorali, impazzando in TV nei programmi mattatoio, dicendo che le nostre donne (nostre?) dovevano temere l’ondata di stupratori extracomunitari, spalleggiata dalla disinformazione totale dei media.


Mentono e sanno di mentire come affermano tutti i dati, da quelli del Ministero dell’Interno a quelli della Caritas a dispetto dei falsificatori di professione, che lavorano instancabilmente per ingannare l’opinione pubblica e preparare il terreno ai pogrom.

Pogrom dopo i quali, anche se avessimo espulso fino all’ultimo rom, fino all’ultimo extracomunitario, l’emergenza sanitaria non cambierebbe (la ricca e avanzata provincia brianzola ne è l’emblema).

L’assorbimento di nuove risorse lavorative crollerebbe per mancanza di mano d’opera nelle fabbriche e nei campi (anche questo ci ha confermato il lockdown).

Le donne vittime di femminicidi continuerebbero a morire perché i carnefici hanno come distintivo comune non l’appartenenza etnica ma quella di gene e di cultura.

Il mostro quotidiano

A che servono leggi speciali, rotture di Schengen, ronde e quant’altro quando il ragioniere che va a puttane si sente libero di utilizzare il corpo altrui come una merce da eliminare?

Oppure quando il fidanzatino quindicenne uccide perché non ha più la dignità arcaica di “riparare”. Ma non ha nemmeno una sensibilità “moderna” di rispetto e concepisce solo l´eliminazione fisica del problema. Oppure quando il marito picchiatore instaura in casa la legge della giungla.

Non c´è pacchetto sicurezza che tenga, non ci sono leggi. Per quanto arduo e di lunga durata possa apparire c´è solo la cultura che può salvare.

Non quella alta, ma la cultura della vita, del rispetto dell´altro, dell´altro donna in questo caso, ma anche dell´altro lavoratore senza diritti o mille altri esempi.

Come scriveva G. Carotenuto:

“Ovunque ci sia una possibilità di instaurare un rapporto gerarchico (anche solo per forza fisica come avviene tra uomo e donna), un rapporto verticale tra forte e debole, questo va criticato, deve essere oggetto di riflessione e bisogna lavorare per abbattere tale gerarchia.”

Dobbiamo uscire dalle nostre case e tessere reti, non con i nostri simili, ma provare con quelli che la pensano diversamente da noi. Altrimenti vale sempre l’immagine profetica di Poe nella Maschera della morte rossa.

Andate a rileggerlo se vi capita.


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About Alexandro Sabetti

Scrittore e autore radio e tv. Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014). ->
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