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lunedì 6 Settembre 2021
PolisPerché Mario Draghi è parte del problema e non la soluzione

Perché Mario Draghi è parte del problema e non la soluzione

C’è un ricco partito trasversale che lo vuole a Palazzo Chigi perchè Mario Draghi è per predestinazione legato al futuro dell’Italia. Ma forse è parte del del problema e non la soluzione.

Perchè Mario Draghi è parte del problema?

Mario Draghi nella sua lunga carriera ha attraversato diverse dimensioni da varie prospettive: la dirigenza pubblica italiana e il settore privato, la Banca centrale nazionale e la Banca centrale europea. Supermario, come lo chiamano con una punta di servilismo da geometra Calboni i principali giornali italiani, è il burocrate illuminato, il competente per eccellenza. E per questo, periodicamente, si sente bisbigliare tra i corridoi romani il suo nome tra i papabili a guidare il paese.

Draghi è per predestinazione legato al futuro dell’Italia: prima o poi verrà il suo turno.

E allora ci torna in mente un saggio di Benedetto Croce del 1948 su Il ricorso ai‘competenti nelle crisi storiche: 

Ai nostri giorni, per effetto delle travagliate e angosciose condizioni in cui il mondo è entrato (…), si presenta il ‘ricorso ai competenti’, agli ‘uomini del pensiero’, agli ‘uomini della scienza’.

Croce nel testo si sofferma su di un punto che è anticipatore del nostro tempo, portando l’analisi nel campo della speculazione sanitaria. Ricorda che gli invocati competenti erano chiamati da Hippolyte Taine medici consultori e dice:

Sarebbe da avvertire l’involontaria ironia di siffatti medici che danno consulti ma non già medicano, se non importasse rilevare l’errore sostanziale che era appunto di concepire il mondo come un malato e di fronte ad esso uomini che hanno la capacità di prescrivergli la cura da adottare per vincere la malattia.

Un vero e proprio monito che andrebbe approfondito ora che il mondo è effettivamente malato. Il predominio della competenza intesa come primato della tecnica a discapito della politica, si presenta sempre come necessità.

Perché Mario Draghi è parte del problema e non la soluzione

Il fascino del burocrate silente

Draghi, nei salotti buoni, ma anche nelle terrazze romane dove per essere invitati devi saper pronunciare il nome di Kim Ki Duk e conoscerne tutta la sua filmografia, incarna la figura più alta di burocrate di stato. Ha le phisique du role, l’autorevolezza internazionale, il curriculum e l’educazione al tetris della burocrazia italiana come condizione necessaria per non perdersi.

I vari competenti assoldati nella pubblica amministrazione, sono una pletora di tecnocrati che avanzano disorientati, senza conoscerne le regole, alle prese con la realtà dell’amministrare la burocrazia italiana; cioè quella cosa sistematicamente indistruttibile, capace di sopravvivere a tutto e che per questo va conosciuta, compresa e plasmata.

Eco perchè Mario Draghi risponde all’identikit.

Il discorso al Meeting di Rimini, già ampiamente analizzato dai media, lo ha confermato. È sembrato il discorso di insediamento di un leader politico che sa già cosa farà e che al tempo stesso cerca approvazione per la sua missione, contando sulla propria autorevolezza.

Ma qui veniamo ai nodi perchè Mario Draghi parla poco, e le sue esternazioni si contano sulle dita di una mano ma ogni volta pesano. E dunque le sue parole a Rimini e, ancor prima, a marzo, l’intervista sul Financial Time, significativamente ci ricordano perché Draghi è parte del problema e non la soluzione.

Perché Mario Draghi è parte del problema e non la soluzione

Continuità con un passato irricevibile: la politica come anticamera per le banche

Mario Draghi è un banchiere centrale e un economista di scuola keynesiana, cioè una forma più alta di burocrate statalista, un banchiere con venature paternalistiche. E per un banchiere centrale tutti i problemi si risolvono stampando moneta, con il debito buono, ovviamente trattato da una regia centrale trainante.

Come ha detto al meeting di Rimini:

Il debito creato con la pandemia è senza precedenti e dovrà essere ripagato principalmente da coloro che sono oggi i giovani. È nostro dovere far sì che abbiano tutti gli strumenti per farlo pur vivendo in società migliori delle nostre. Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza.

Solo che le politiche monetarie delle banche centrali, quelle che dovrebbero consentire il debito buono, sono quelle che poco o nulla hanno fatto contro il debito cattivo, anzi.

Il debito buono sta venendo contratto dai governi ma verrà ripagato dalle future generazioni. Vuol dire creare quella disuguaglianza generazionale che si dice di voler abbattere. Tutto questo perché i modelli dominanti non vengono minimamente messi in discussione. La discussione è semplicemente su chi dovrà sobbarcarsi il peso maggiore del debito e quando lo farà.

Le solite ricette ma con più paternalismo

L’intervista rilasciata a marzo sul Financial Times è stata ancora più chiara:

È inevitabile una profonda recessione. Per evitarlo, la sola politica praticabile è un significativo aumento del debito pubblico.  E fin qui potremmo anche essere d’accordo.

Ma poi la distribuzione del debito viene ribadita, sempre e solo in una direzione: Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e andranno di pari passo con misure di cancellazione del debito privato.

Cioè, traduciamo noi,  azzeramento del debito delle imprese e delle banche che ricomparirà trasformato in debito pubblico. Cioè il ruolo dello Stato dovrebbe essere  quello di usare il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile.

Come? Sostegno immediato alle imprese in termini di liquidità, n questo modo le banche diventano di fatto veicolo di politiche pubbliche, il capitale di cui hanno bisogno per svolgere questa attività deve essere fornito dai governi, sotto forma di garanzie statali su ogni ulteriore concessione di linea di credito o di prestiti.

In una crisi crisi capitalistica colossale, deflagrata semplicemente stando fermi per 3 mesi di lockdown nel mondo, si ragiona come in termini di dopoguerra; ma una tale fragilità sistemica non viene imputata agli attori principali ma ad una entità esterne misteriosa. È colpa del Covid, basta. Nessuna riflessione.

E dunque anche per Draghi si deve dare un credito illimitato alle imprese ma a rischio zero per le banche. Saranno i governi, gli stati a tutelare banche e imprese. Imprenditori e banchieri si salveranno a prescindere in quanto incolpevoli.

Come se non avessimo già dato.

 

 

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Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014).

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